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In uno 'speciale' della RAI la storia del "Responsabile Ufficio stranieri" di Fiume che salvò 5000 ebrei Giovanni Palatucci, prima uomo e poi Questore di Marco Di Porto Correva l'anno 1936 quando Giovanni Palatucci, neo laureato in Giurisprudenza, decise - con sgomento della sua famiglia - di entrare in Polizia. "Non potrei accettare di prendere soldi per difendere chi è nel giusto": così motivò la sua decisione. Negli anni seguenti Palatucci rappresenterà la salvezza per oltre cinquemila ebrei: nella città di Fiume egli metterà a rischio la propria incolumità per seguire il suo senso di giustizia, eludendo gli ordini superiori di perseguitare i cittadini "di razza ebraica".Già funzionario di Polizia a Genova, si rivelò subito personaggio scomodo e ricevette diffida dalle autorità: venne così spedito quasi al confino in quella Fiume crocevia di popoli e punto nevralgico dell'immigrazione; la sua carica era quella di Responsabile dell'Ufficio stranieri. Nelle sue mani passano le autorizzazioni d'ingresso nel nostro Paese, e nel corso di sei anni di lavoro (fatto di sotterfugi, nell'ombra, rischiando la vita, perché all'epoca si moriva per molto meno) Palatucci salverà moltissime vite. Egli agirà per il bene e secondo i suoi ideali, ma incontrerà una tragica morte nel 1944 a Dachau, dove viene deportato a causa della sua azione e pur avendo avuto numerose possibilità di mettersi in salvo.La storia di Giovanni Palatucci, benché non molto radicata nella coscienza storica italiana, è ormai nota in ambito ebraico: in Israele gli sono state dedicate strade e piazze, e a Yad Vashem il suo nome è ricordato nel Viale dei Giusti, ed ora anche in Vaticano si sta attivando il processo di beatificazione. Ma, nonostante i tanti riconoscimenti, il mito di questo eroe non si spegne e la Rai gli ha dedicato due speciali per riportare all'attenzione del pubblico l'altissimo esempio umano che ha rappresentato."A mio avviso", ha detto il presidente dell'UCEI Amos Luzzatto dopo la proiezione in anteprima del documentario, tenutasi all'Istituto Superiore di Polizia, "esistono due tipi di coraggio: quello che avviene all'istante, quando esiste una situazione di pericolo e in cui ci si prodiga istintivamente a fin di bene, che è sicuramente apprezzabile e positivo. E poi c'è quello ragionato, cosciente, continuativo, che è certamente superiore: ed è quello che hanno dimostrato le persone come Giovanni Palatucci. E' innegabile, data la sua posizione, che egli sapesse a cosa andava incontro, al quasi inevitabile sacrificio che avrebbe dovuto affrontare a causa del suo agire. Eppure egli, giorno dopo giorno, per sei anni, con grandissimo amore e senso di giustizia, si prodigò seguendo il suo alto istinto morale e affrontando una situazione che gli costò la morte."Palatucci è stato "l'angelo salvatore" di cinquemila ebrei, ma non solo: egli rappresenta anche un grandissimo esempio di comportamento per tutti coloro che, Funzionari al servizio di qualsiasi potere, hanno stentato ad uscire dai canoni prefissati e dagli ordini dei superiori, perdendo così di vista l'obiettivo primario di ogni Funzionario dell'Ordine pubblico: quello di operare per il bene della gente."La sua figura", ha poi affermato il dott. Antonio Pagnozzi, presidente della Commissione di studio Palatucci, "è encomiabile non solo per l'opera di bene che lo portò a salvare tante persone dalla tragedia dell'Olocausto, ma anche per il dono che egli aveva di saper vedere - con estrema chiarezza - aldilà degli ordini che gli venivano impartiti."Giovanni Palatucci agì con la complicità di uno zio importante, il vescovo Giuseppe Maria Palatucci, il quale favorì l'arrivo dei tanti ebrei che venivano dirottati nel campo di raccolta di Campagna, territorialmente compreso nella sua diocesi."Palatucci è stato indubbiamente un uomo ammirevole e di altissimo valore, - ha detto Piersandro Vanzan di 'Civiltà Cattolica' - ma volendo fare l'avvocato del diavolo in vista della causa di beatificazione, potremmo chiederci: agì davvero secondo il suo sentire cristiano, oppure agì per un suo statuto morale, d'indubbio valore ma non religioso?". Il dibattito è aperto, e la ricerca di ulteriori documenti e informazioni non potrà che aprire nuovi spiragli anche su questo aspetto della nobile figura del Questore di Fiume. |
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Intervista ad Antonio Pagnozzi, presidente della Commissione di studio su Palatucci In occasione della conferenza stampa all'Istituto Superiore di Polizia, Shalom ha intervistato il dott. Antonio Pagnozzi, presidente della Commissione di studio sullo "Schindler di Fiume", il quale ha rivelato le difficoltà nell'effettuare una ricerca su eventi accaduti oltre cinquant'anni fa. SHALOM: Secondo quali linee operative si è svolta la ricerca? PAGNOZZI: Il primo passo è stato scoprire documenti e testimonianze nuove, allargare l'orizzonte della ricerca per reperire altre fonti autentiche. Fatti i primi i passi di quella che è stata una vera e propria indagine, tutta la squadra di ricerca ha provato un senso di arricchimento morale dalla stimolante e incredibile vicenda di Giovanni Palatucci.
PAGNOZZI: Il punto più difficile è stato proprio iniziare, perché per reperire dati e informazioni e ricostruire una vicenda dopo tanto tempo il gruppo di ricerca ha trovato non poche difficoltà, dovendosi spostare tra l'altro su tutto il territorio italiano. Una parte della squadra si è dedicata alla ricerca in archivio, altri hanno cercato di ottenere informazioni attraverso conoscenti dello zio, il vescovo Giuseppe Maria Palatucci; altri ancora si sono spinti fino in Israele per conoscere ed intervistare gli ebrei scampati alle persecuzioni grazie a lui. Insieme a personalità come il prof. Toaff e il prof. Luzzatto, anche il giornale Shalom è stato un ottimo veicolo per ottenere informazioni e testimonianze dal mondo ebraico; vorrei infine sottolineare il valore storico di tutta la ricerca, per il quale un ringraziamento particolare va alla squadra, tutta composta di poliziotti, che ha svolto il lavoro in maniera altamente professionale. M.D.P.
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Si cercano nuove testimonianze sul Questore che salvò migliaia di ebrei Palatucci, la normalità del bene di Antonella Piperno Ha salvato migliaia di ebrei, prodigandosi per fornire documenti falsi, far sparire schedari all'anagrafe e dirottando abilmente navi piene di ebrei che stavano per essere intercettate dai nazisti. La storia di Giovanni Palatucci, eroico questore di Fiume, è molto simile a quella di Giorgio Perlasca, ma assai meno nota al grande pubblico. E purtroppo senza lieto fine, visto che Palatucci fu trucidato a Dachau, a soli 36 anni, con l'accusa di "intelligenza con il nemico"."Giusto in Israele" dal 1953, medaglia d'oro al merito consegnata dall'allora Presidente Scalfaro alla festa della Polizia del '95, Palatucci è ora al centro dell'interesse di una Commissione di lavoro mista, composta dalla Comunità ebraica, dal ministero dell'Interno e dall'associazione Miriam Novitch. Sull'eroico poliziotto si cercano nuove testimonianze dirette o indirette, o anche documenti che aggiungano elementi alla sua vicenda (gli interessati possono contattare la Comunità ebraica di Roma, chiedendo del segretario Emanuele Di Porto, al numero telefonico 06 68400641).Giovane allievo ufficiale di complemento, nato in provincia di Avellino, quando vinse il concorso all'amministrazione di Pubblica Sicurezza, Palatucci fu inviato a Genova, e quindi trasferito all'ufficio stranieri di Fiume nel '38, in piena promulgazione delle leggi razziali. Pur consapevole di mettere a rischio la sua carriera e soprattutto la sua vita, Palatucci si mise subito in moto per "remare contro" la legislazione razziale e aiutare la comunità ebraica fiumana e gli ebrei dell'ex repubblica jugoslava. Il questore era la persona a cui rivolgersi per ottenere documenti falsi e far scomparire quelli ufficiali. Grazie a Palatucci si dissolsero nel nulla interi schedari anagrafici e, con un'operazione romanzesca, centinaia di ebrei furono trasferiti nel campo di raccolta di Campagna.A Campagna Palatucci poteva contare infatti sull'aiuto di suo zio Giuseppe Maria Palatucci, vescovo locale: sapendo che lì gli ebrei sarebbero stati al sicuro, li destinava al campo di raccolta locale. Nel '43 però i tedeschi, avendo saputo di quel campo si presentarono a Campagna: Palatucci riuscì però a precederli, e con la complicità della popolazione locale li nascose nelle varie famiglie. I nazisti al loro arrivo trovarono il campo vuoto, una scena quasi alla "Train de vie", il recentissimo film tragicomico sulla Shoà. Ma non basta: per evitare ad una nave con 800 ebrei tedeschi e austriaci - che stava entrando in porto per poi dirigersi in Palestina - di finire proprio in mani tedesche, Palatucci li dirottò verso il Sudamerica.Si calcola che il poliziotto abbia salvato, mettendo a rischio la sua vita, oltre 5.000 ebrei. Generosissimo, una volta intercettò la lettera di un'ebrea che si lamentava piuttosto ingenuamente del vitto in carcere. Palatucci la fece convocare in questura, chiuse la porta e cominciò ad urlare contro di lei: una messa in scena, ad uso e consumo dei colleghi che ascoltavano fuori la porta, alla fine della quale il brigadiere offrì il suo pranzo alla detenuta, spiegandole la pericolosità di lettere come quella, che se intercettate da altre mani avrebbero potuta portarla alla morte. Consapevole del rischio, Palatucci sapeva anche del suo imminente arresto: lo avvertì il console svizzero (il questore, per favorire la fuga degli ebrei, era in continuo contatto con le autorità diplomatiche straniere), consigliandogli di fuggire. Ma Palatucci non volle saperne: finì in mani naziste e fu deportato a Dachau, dove morì. A soli 36 anni. |
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A colloquio con Georges De Canino cui si deve la riscoperta della storia di Palatucci di Giacomo Kahn
DE CANINO: Nel 1989 Luciano Tas mi regalò un piccolo fascicolo, nemmeno cento pagine, sulla vicenda di Giovanni Palatucci, a cura dallo studioso Goffredo Raimo, che per la prima volta ne aveva ricostruito il profilo biografico. La figura di Palatucci era infatti fino ad allora avvolta in una specie di mistero. Tutto è stato poi ricostruito nel 1992 grazie alla pubblicazione della biografia 'A Dachau per amore', sempre ad opera di questo studioso. SHALOM: Quindi fino al 1992 Palatucci era stato un eroe dimenticato dalla storiografia ufficiale? DE CANINO: Da parte della Comunità ebraica no. Nel 1953 infatti lo Stato di Israele gli aveva tributato la Medaglia dei Giusti, gli aveva dedicato una strada nella città di Ramat Gan e piantato un bosco con 36 alberi, uno per ogni anno della sua breve vita. Nel 1955 le Comunità ebraiche italiane gli avevano inoltre tributato una medaglia d'oro alla memoria, consegnata dal rabbino capo Elio Toaff. Era perciò l'Italia non ebraica a non conoscerlo e questo a causa soprattutto di ragioni politiche perché tra i delatori e i traditori di Palatucci, tra coloro che lo denunciarono alle autorità naziste, vi erano i suoi sottoposti e quindi alcuni apparati dello Stato.Per anni fu gettato fango sulla figura di Palatucci; fu detto che si era impossessato dei fondi della Questura. Questo è vero ma lo fece non per interesse personale, bensì per salvare gli ebrei. Ad un certo punto Palatucci nella sua opera di salvataggio pagò persino i viaggi di tasca sua e fu costretto a chiedere addirittura i soldi alla propria famiglia, senza ottenere aiuto.Il merito di Palatucci non è stato quindi solo quello di aver salvato individualmente migliaia di persone, ma ha assistito e curato lo spirito e l'animo di uomini che in quel periodo storico non venivano più considerati individui, ma esseri inferiori da eliminare. SHALOM: Quindi un eroe ricordato solo da coloro che aveva salvato. DE CANINO: Esatto. Così dopo aver conosciuto il biografo di Palatucci è nata in collaborazione con l'Associazione Miriam Novitch una sorta di alleanza ed un progetto per far conoscere all'Italia e soprattutto all'Amministrazione della Polizia di Stato la figura di questo eroe e martire. In quel periodo stavo dipingendo la chiesa di Ortanova in provincia di Foggia, e così abbiamo preso la decisione di dedicare alla memoria di Giovanni Palatucci l'immagine dell'Apostolo Giovanni, ponendolo nel campo i sterminio di Dachau, con il numero di matricola di Palatucci stampato sul braccio.Poi, con la Associazione Miriam Novitch organizzammo al Pitigliani un giornata commemorativa in collaborazione con la Comunità ebraica di Roma, con l'Ambasciata di Israele e con l'Aned alla quale presenziò il Capo della Polizia, Fernando Masone. Fu quella l'occasione ufficiale per far uscire la figura di Palatucci dall'anonimato della storia e restituirgli la dignità e l'onore che era stato infangato dai suoi traditori e delatori. Un riconoscimento ufficiale conclusosi, alcuni mesi dopo, con la consegna da parte del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro della medaglia d'oro al valor civile. SHALOM: Che idea si è fatto di Palatucci? DE CANINO: Una figura affascinante, un precursore, un uomo che ha precorso l'ecumenismo e che sfondando le barriere e le chiusure del suo tempo. |
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Il sacrificio di Palatucci non fu vano Quell'eroe silenzioso a difesa della vita di Antonio Pagnozzi
Il Questore Antonio Pagnozzi Non è sempre facile scrivere su Giovanni Palatucci, ultimo Questore reggente di Fiume italiana negli anni bui delle persecuzioni razziali e dell'imperversare delle bande nazi-fasciste e di quelle slave. Non è facile nel ricordo e nel rispetto di quella Sua assoluta riservatezza di eroe silenzioso, non è facile per quel lento procedere della storia che - in modo casuale e quasi pudico - svela le pagine di quei giorni tristi seguendo gesta meravigliose di uomini quasi sempre nascosti, non è facile perché il cuore di tutti sanguina ogni volta che la memoria ne riporta il ricordo a presenza del nostro tempo. Qualche libro, gli articoli apparsi negli anni, le celebrazioni in Israele, i monumenti, le iniziative e l'attenzione crescente in Italia ripercorrono sempre più il tormentato cammino di una storia che, se appare chiara nei fatti e nella tragica quotidianità, forse non ha ancora reso il massimo tributo alle segrete strade dell'essere di chi partecipava, con tutto se stesso, alla difesa degli oppressi. Il coraggio di tanti eroi nascosti segue, infatti, i percorsi segreti dell'anima, i moti di una conflittualità tutta propria, finalizzata esclusivamente alla logica del salvare; angoli remoti di una realtà che il tempo non è riuscito a consegnare al passato e che ancora oggi avvertiamo attuali tanto da volerli scoprire e studiare. Era anche lo spirito di Giovanni Palatucci, Funzionario di Pubblica Sicurezza al servizio della vita, al cui stile vuole oggi avvicinarsi la Polizia di Stato, che sempre più, nel veloce divenire della società del nostro tempo, ama riscoprire l'anima mai sopita degli ideali e degli alti valori che dimorano senza tempo negli uomini. Le testimonianze su di Lui tratteggiano un uomo mite, pieno di speranza, dedito al lavoro e, nello stesso tempo, attivo, estremamente vivace ed attento nelle intuizioni degli innumerevoli sotterfugi della salvezza. Un uomo dalla grande sensibilità, che non si tirava mai indietro, ma creava intorno tutte le occasioni possibili per salvare vite umane, fino ad inventarne di nuove anche grazie alla rete di rapporti che si costruiva in ragione del Suo lavoro e del fattivo, costante sostegno dello zio, Monsignor Giuseppe Maria Palatucci, Vescovo della Diocesi di Campagna, in provincia di Salerno. Dopo oltre mezzo secolo, più che tesserne le lodi ed apprezzarne il valore - immediatamente riconosciuti a pochi anni dalla scomparsa - desideriamo ricordare, ancora una volta, il Suo credo di uomo giusto, la Sua totale condanna delle logiche assassine, la sfida della libertà e dell'identità dell'Uomo contro ogni sopraffazione, il sacrificio per la pace, il proprio obbligo morale, etico e religioso di salvare uomini, donne e bambini anche a costo della vita. Un seme di speranza che salvò tantissime persone, strappandole quotidianamente ai treni che partivano dai binari della morte; un grande successo che ancora oggi temiamo di non comprendere fino in fondo per quell'assurdità di allora, così enorme quasi da negare per sempre ogni altra possibilità di riscatto. Oggi Giovanni Palatucci rimane protagonista di questo riscatto, noi tutti avvertiamo il bisogno di collocare il Suo credo nell'importante riferimento dei valori universali, di rivolgerci al Suo esempio di testimonianza di credente, di superare la malvagità dell'olocausto consegnandone la memoria al futuro, di costruire la pace in ogni realtà umana, di tutelare sempre i fondamentali diritti dell'uomo. Con la forza del coraggio e con l'estrema lucidità della consapevolezza del rischio della vita, riusciva sempre a determinarsi nel modo migliore nei confronti di tutti i perseguitati dall'odio razziale, ebrei e non; nei riguardi dei suoi superiori, in ragione del suo status giuridico di Funzionario dello Stato; verso gli ufficiali delle SS con i quali occorreva saper giocare una partita rischiosa fino all'estremo. Immaginiamolo questo lavoro, una fatica inumana, fuori ogni limite, incomprensioni, indisponibilità di molti, tentativi infiniti di sottrarre le persone alla morte nascondendole, sottraendo elenchi, cancellando nomi, per un lunghissimo percorso di storie, vicende ed episodi, molti dei quali soltanto adesso riescono a riemergere grazie ai contributi delle tante testimonianze. E, sempre con la gioia nel cuore, il Suo coraggio giunse a salvare cinquemila vite, con un agire che, dopo tanto tempo, si sublima ben oltre le drammatiche sequenze dei numeri, alla ricerca delle ragioni più profonde nel cuore dell'uomo. Nell'immensità di quell'anima non è facile trovare risposte, risposte adeguate al Suo essere a Fiume, al testardo restare, al rifiuto a mettersi in salvo, al negarsi alla disponibilità degli amici, al Suo martirio, tanto che, se la storia forse ci aiuta a comprendere, in nessun caso ci conforta della deportazione a Dachau e dell'olocausto. Così, a soli 36 anni di vita e di coraggio, mostrato con sicurezza anche all'interno dell'apparato ministeriale di allora, troppo burocratico e statico rispetto all'emergenza dell'annientamento razziale, Giovanni Palatucci, scoperto ed arrestato dalle SS, intraprese il viaggio di sola andata per l'internamento, in un momento in cui le funzioni politiche e di governo erano ridotte a formule vuote, con situazioni estreme che vedevano - a Fiume più che altrove - esponenti del governo repubblichino schierati con i nazisti nelle deportazioni. Da allora sappiamo della sua fine; il resto del tempo a Dachau possiamo immaginarlo soltanto nella durezza della morte, nell'assurdità del martirio, nelle immagini di Primo Levi che scrive "considerate se questo è un uomo che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un si o per un no". |
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Intervista ad Adolfo Perugia, presidente dell'Associazione Miriam Novitch
PERUGIA: L'Italia si era dimenticata di questo suo figlio, della sua umanità e dignità. Fuori dal contesto ebraico nessuno conosceva la sua storia e come Associazione ci siamo quindi posti l'obiettivo di rendergli giustizia e di far conoscere il suo sacrificio, soprattutto presso l'Amministrazione dello Stato presso la quale aveva lavorato. SHALOM: Vi sono altri casi di eroi dimenticati dalla storia? PERUGIA: Esistono molti altri Palatucci, eroi dimenticati, e dobbiamo ricordarli ed onorarli: come il generale Martelli Castaldi, o don Pietro Pappagallo e molti altri che, anche su richiesta dell'Associazione che rappresento, sono state insignite di onorificenze e ai quali sono state dedicate vie e foreste nelle città di Israele. Si tratta di decine di italiani che hanno aiutato gli ebrei e i cui atti di generosità sono poco conosciuti o addirittura ignorati dalla maggior parte dei connazionali. SHALOM: Quale è il modo migliore per onorare questi Giusti? PERUGIA: Fare in modo che i loro gesti di generosità, realizzati spesso a costo della vita, nei confronti degli ebrei e di altri perseguitati siano conosciuti, valorizzati e portati ad esempio di civile convivenza tra i popoli. Voglio approfittare per lanciare un appello a tutti coloro che direttamente o indirettamente, anche attraverso le testimonianze dei loro cari, conobbero o furono salvati da Palatucci. E' necessario ricostruire l'enorme numero di atti di generosità e di salvataggi che egli realizzò nella sua veste di questore di Fiume. Chiunque è in grado di fornire informazioni potrà contattare la Comunità Ebraica di Roma al n° 06 68400641 nella persona del Segretario prof. Emanuele Di Porto, che sta raccogliendo tutte le testimonianze sui salvataggi di Giovanni Palatucci. G.K.
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Reprinted from:
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This page compliments of Marisa Ciceran Created:
Sunday, September 2, 2001; Last updated:Tuesday October 02, 2007
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