Giuseppe Messerotti Benvenuti
Memories


Un italiano nella Cina dei Boxer

Lettere e fotografie (1900-1901)

Da Adua a Tien-tsin

"Quando finalmente arrivammo a Tien-tsin, c'erano già tutti: inglesi, americani, russi, persino giapponesi e piccole truppe da nazioni minori (…) Così Pechino fu conquistata rapidamente (…) Però alcuni boxer non vollero darsi per vinti (…) I boxer odiavano gli stranieri, perché questi vendevano ai cinesi ogni genere di merce, gli inglesi di preferenza oppio. E così avvenne come il Kaiser aveva comandato: non si fecero prigionieri. Per ragioni d'ordine i boxer furono radunati sulla piazza (…) Poi vennero fucilati a gruppi o decapitati singolarmente (…) Gli inglesi, e anche noi tedeschi, erano più propensi ad andar per le spicce col fucile, mentre i giapponesi, col taglio della testa, seguivano la loro antica tradizione (…)

Ma sugli aspetti raccapriccianti non ho scritto neanche mezza parola alla mia fidanzata, solo di uova centenarie e di canederli al vapore alla cinese". (Günter Grass, Il mio secolo. Cento racconti, trad. it. Torino, Einaudi, 1999, p. 3-4) La critica si è chiesta perché lo scrittore tedesco Günter Grass, nel 1999 premio Nobel per la letteratura, abbia voluto iniziare la sua più recente opera (che fa narrare il Novecento a uomini e donne comuni della sua Germania) con le parole di un soldato tedesco inviato vicenda nella spedizione internazionale in Cina fra 1900 e 1901 in Cina per sedare la cosiddetta rivolta dei boxers.

Quale che siano state le ragioni, Grass in poche righe ci restituisce alcuni dei tratti fondamentali di quella vicenda: il tentativo cinese di fermare la penetrazione bianca, la spiccia e brutale repressione militare multinazionale, la censura e l'autocensura che cercarono di avvolgere in Occidente quell'impresa che si volle ammantata di ragioni "umanitarie". Fra le "nazioni minori" che parteciparono a quell'impresa militare vi era anche l'Italia liberale e, a far parte del corpo di spedizione vi era un giovane italiano, il tenente di sanità militare Giuseppe Messerotti Benvenuti, che inviò alla madre lunghissime lettere e moltissime fotografie, che sono state conservate e che qui si presentano, nelle quali egli non tacque né alcuni degli "aspetti raccapriccianti" della vicenda né la parte che a suo parere vi aveva avuto il corpo di spedizione italiano.

Il fatto stesso di spedire corpi militari da parte di diversi paesi, il loro faticoso coordinamento diplomatico e militare, la giustificazione politica di tipo umanitario data in genere a tale ingente sforzo (una giustificazione riassumibile nel caso specifico nella necessità di proteggere gli europei fatti vittima di aggressioni e minacce dal movimento nazionalista e xenofobo dei boxers, accompagnata dalla volontà di infliggere un severo ammonimento al governo cinese che quella folla di rivoltosi e società segrete era sembrato spalleggiare), alcune modalità della "gestione del territorio" da parte dei corpi di spedizione si rivelano ancora oggi, sia pure in contesti diversi, metodi con cui le maggiori potenze del momento tendono a mantenere l'"ordine pubblico internazionale".

Da un punto di vista di storia mondiale, è opportuno ricorda come l'episodio dell'intervento in Cina sia avvenuto quasi a metà strada fra altri due episodi - Adua e Tsushima - che sono poi risultati anticipatori di un nuovo ordine mondiale, pienamente novecentesco. Nel 1896 ad Adua le truppe italiane guidate dal generale Oreste Baratieri e inviate dal governo di Francesco Crispi in Eritrea contro l'Etiopia del negus Menelik II, venivano sconfitte clamorosamente. Non era la prima volta che nell'età dell'imperialismo corpi di spedizione o eserciti bianchi venivano bloccati: ma era la prima volta che un esercito europeo lasciava sul terreno un numero così alto di morti, feriti e prigionieri.

Analogamente, a Tsushima nel 1905, nel corso della guerra russo-giapponese, le forze navali di Tokio inflissero una pesante sconfitta a quelle avversarie di Mosca. L'episodio dell'intervento in Cina, situato cronologicamente proprio a metà strada, acquista nella prospettiva del secolo dell'Asia un posto di prim'ordine. Certo, il suo segno non è lo stesso di quello di riscossa anticoloniale riassunto dagli altri due episodi: per quanto la storiografia recente possa aver rivalutato il ruolo delle sette e del rapporto stretto in quella contingenza fra masse e potere nella Cina imperiale, il segno è ancora quello della forza europea, della politica delle cannoniere e della repressione coloniale. Solo, possiamo chiosare, c'è in germe la prospettiva della sollevazione della Cina e del ruolo che essa ha man mano conquistato nella storia del mondo, dal 1911 al 1949, dal 1977 al 1989.

L'intervento militare multinazionale in Cina, la spedizione cinese, per le sue ragioni e per le sue forme, fece indignare una parte importante delle proprie opinioni pubbliche, assai critiche delle ragioni "umanitarie" addotte dai governi per legittimare l'intervento: intervento che rimaneva un atto di guerra coloniale per la salvaguardia di interessi diplomatici ed economici presenti o futuri. L'esigenza di una rilettura della spedizione del 1900-1901 si avverte soprattutto in Italia. Da noi, infatti, gli studi sulla partecipazione italiana a quella spedizione militare internazionale sono alquanto datati e, a parte quelli fondamentali del Borsa pubblicati negli anni Sessanta e pochissimi altri più recenti, di edito c'è sostanzialmente qualche poca memorialistica coeva. Quello che fu un episodio minore dell'imperialismo coloniale italiano (importante o secondario che questo poi fosse nell'ambito dell'età dell'imperialismo nel suo complesso), ma indubbiamente significativo dei suoi caratteri, è stato troppo spesso esaminato e ricordato come del tutto avulso appunto dal suo più naturale contesto e tratteggiato come un "incidente" lontano, eccezionale e non rappresentativo. In particolare, stupisce che la storia della spedizione militare in Cina sia stata troppo spesso staccata dall'altra vicenda cui gli stessi contemporanei la avvicinarono, sul quale la misurarono, rispetto alla quale - andando in Cina - vollero differenziarsi: e che era appunto quella del primo colonialismo italiano in Eritrea e in particolare la sconfitta coloniale di Adua del 1896.

Riteniamo infatti che - accettata la rilevanza dell'episodio cinese del 1900-01 a livello di storia mondiale - non si capisca la spedizione italiana in Cina, l'ingresso a Pechino e poi le origini della concessione di Tien Tsin se non si parte da Adua. L'impressione rileggendo le pubblicazioni del tempo e leggendo la fonte sinora inedita che qui si presenta, è che per moltissimi versi la spedizione italiana in Cina piuttosto che segnare l'avvio di un cammino nuovo rispetto ad Adua era ancora sotto l'ombra e l'influsso della sconfitta africana. La Cina era ormai da decenni esposta alla penetrazione europea. Questa non era indietreggiata di fronte all'uso delle armi, anche se aveva alternato fasi di indebolimento del potere imperiale a momenti di suo sostegno. La prima guerra dell'oppio (1839-1842) era costata a Pechino l'apertura di cinque porti al commercio britannico e la cessione di Hong Kong, a beneficio britannico. In seguito inglesi e americani erano intervenuti, questa volta per sostenere l'imperatore contro i T'ai-p'ing. Seguirono ulteriori fasi di indebolimento del potere imperiale: una seconda guerra dell'oppio (1856-1860), la costrizione alla rinuncia all'Annam a vantaggio della Francia (1884-1885), l'abbandono forzato di Corea e Taiwan a vantaggio di un Giappone messosi sulla via della modernizzazione occidentalizzante (1894-1895). Nel 1898 Pechino dovette rinunciare, per un complesso di ragioni interne e esterne, anche al "movimento dei cento giorni", cioè a forse il più serio tentativo riformista interno.

Del suo fallimento si alimentò poi la reazione del movimento dei boxers. Mentre le potenze europee stavano spartendosi l'Africa, mentre Londra perfezionava il suo dominio sull'India e la Francia si lanciava alla conquista della penisola indocinese, la Cina vacillava. Le potenze coloniali non avrebbero però inteso procedere ad una vera e propria spartizione perché timorose (anche nell'ipotesi di essere riuscite a raggiungere un accordo fra i confliggenti interessi interimperialistici) di far piombare quello sconfinato impero nel caos e nell'anarchia. Alla fine del secolo l'Italia era sostanzialmente assente dalla Cina: al secondo congresso geografico italiano del 1898 si ricordava che erano in Cina a quel momento nemmeno un centinaio di italiani (che raddoppiavano solo a tener conto dei missionari, operanti però per il Vaticano o per ordini missionari non italiani: francesi ad esempio). Mentre le potenze europee erano ormai stabilmente presenti in Cina da almeno mezzo secolo, gli interessi economici nazionali italiani erano quindi recenti e tutto sommato irrisori. Nonostante la pochezza di interessi coinvolti e nonostante i forti contrasti interni sulla questione, il governo italiano intimò a Pechino un ultimatum per associare (in ritardo) Roma alle altre potenze che nel 1898 stavano politicamente e militarmente premendo sulla Cina: chiese anche la consegna della baia di San-Mun all'Italia (marzo 1899).

Sfumato il sostegno britannico, l'Italia dovette fare un passo indietro, ulteriormente indebolendo la propria credibilità all'interno del concerto delle grandi potenze.. Nella primavera 1900 alcune notizie provenienti dalla Cina e che parlavano di massacri di cristiani e di occidentali (solo poi scopertosi fortemente ingigantite) avevano allarmato l'opinione pubblica europea ed avevano offerto il destro a vari governi per un ulteriore giro di vite delle proprie politiche di espansione in Asia. Perseguendo linee diverse e a volte fra loro contrastanti, Londra, Parigi, Berlino, Mosca, Washington e Tokio - già in diversa misure presenti in Cina - decidevano di intervenire militarmente in Cina. L'Italia era nuovamente esposta al rischio di vedersi tagliata fuori da questo concerto delle potenze e venne deciso l'invio di unità militari in Cina. L'Italia liberale, prima con il conato rientrato per San-Mun e poi con la decisione dell'estate 1900 (che avrebbe portato alla fine alla concessione di Tien Tsin) andava di nuovo a praticare una politica di potenza in territori lontani dal suolo patrio e dove non aveva interessi diretti di una qualche consistenza. Un ufficiale poi comandante del corpo dell'esercito in Cina scriveva a casa già nell'agosto 1900 "Noi siamo pochi e qui l'Italia non ha interessi di nessun genere per ora". La stessa scelta di motivare l'intervento italiano in Cina con il soccorso di concittadini era alquanto debole. Anche se è vero che la legazione italiana subì pesanti distruzioni, va ricordato che i missionari, quand'anche italiani, non sempre erano intenzionati a cercare protezione presso le autorità laiche dell'Italia liberale. La partecipazione militare italiana, non giustificata da motivi legati ad interessi concreti ed immediati e comprensibile solo in una logica di politica di potenza, fu però quantitativamente abbastanza contenuta. Il contingente dell'esercito inviato contava nemmeno 2000 uomini: un battaglione di fanteria, uno di bersaglieri, una batteria di mitragliere, e quote di servizi (fra cui l'ospedaletto da campo, con quattro ufficiali e trentuno uomini di truppa). Con queste prime forze inviate, lo sforzo militare italiano costituiva quantitativamente il penultimo contingente (superando solo quello austriaco) fra quelli inviati in Cina. Londra nella sola prima spedizione mandò ventimila uomini.

Altri ventimila soldati furono invati, nella sola estate, da Berlino. Parigi mandò 15800 uomini. Mosca dapprincipio inviò meno di 6000 uomini, ma aveva il vantaggio di poter far leva in qualsiasi momento sui quasi centomila soldati già insediatisi in Manciuria. I dati circa le forze giapponesi sbarcate in vari punti della Cina rimasero sempre alquanto incerti, oscillando le valutazioni fra i venti e trentamila. Washington spedì nell'estate circa seimila soldati. Le dimensioni della spedizione italiana non si spiegano quindi con la fretta, che non permetteva grandi preparativi. La prima ragione che spingeva il governo di Roma a limitare - come Vienna - l'impegno militare era la diffusa consapevolezza di non avere in Cina forti interessi da difendere. L'altra ragione stava nella divisione, proprio attorno al punto della "politica cinese", della stessa opinione pubblica moderata. Anche chi era favorevole all'impresa cinese lo faceva per trovare sulle coste del Mar della Cina il prestigio che l'Italia aveva da poco perso sul Mar Rosso. La missione cinese, agli occhi dei responsabili, doveva riconsacrare l'onore dell'Italia perduto ad Adua e, se possibile, costituire un altro tassello della politica d'espansione mediterranea. Chi non era molto soddisfatto della politica cinese del governo, come l'ambasciatore Salvago Raggi, l'avrebbe definita "decisa precipitosamente, senza preparazione ed eseguita peggio" Ma - a livello più concretamente storico - stupisce ancora maggiormente il fatto per cui, dal punto di vista politico e militare, siano state commesse così numerose imprevidenze nella preparazione della spedizione e nella conduzione dell'impresa. Le autorità militari italiane andarono infatti incontro ad una serie importante di inefficienze che richiamavano abbastanza da vicino quelle che avevano funestato a più riprese l'avventura eritrea. Se la spedizione militare inviata in Cina fosse stata più consistente numericamente o si fosse trovata nella necessità di combattere seriamente, tali inefficienze (come l'inadeguatezza dei mezzi di trasporto, gli errori nelle operazioni di carico delle navi, l'imprevidenza nella previsione del carico necessario dei materiali per il corpo di spedizione) avrebbero esposto gli uomini del corpo di spedizione a serissimi rischi.

Anche l'inviato del Corriere della Sera Luigi Barzini criticava severamente le inefficienze: "Noi non abbiamo imparato nulla dalle dolorose esperienze del passato (…) Abbiamo mostrato una mancanza di organizzazione straordinaria". La stessa composizione organica fu criticata dagli ufficiali sul campo. "Difettosa si rivelò anche la costituzione del corpo di spedizione" incalzava la relazione dell'esercito. E "deficienze notevoli" si notarono nell'ordinamento dei vari servizi": quadri molto scarsi, impossibilità di costituire un "ufficio informazioni, per studiare meglio il paese e raccogliere elementi che avrebbero potuto essere preziosi per l'avvenire", mancanza di cavalleria, artiglierie non sempre utilizzabili e adatte. Oltre ai "guasti di materiale", anche il morale dei soldati non veniva abbastanza curato: la "pessima organizzazione del servizio postale" si rivelò "causa di malcontento nelle truppe". Le conseguenze di tutte queste disfunzioni furono limitate solo dal fatto per cui, una volta arrivate in Cina, le truppe italiane non furono impiegate in operazioni particolarmente impegnative. Alcuni reparti parteciparono a talune sortite e furono anche impegnati in scontri a fuoco. Ma, a parte forse un paio, si trattò in genere di operazioni di controllo del territorio, con le truppe regolari cinese che si tenevano ben a distanza e con le forze della ribellione dei boxers che di norma si sganciavano ben prima dell'avvicinamento delle forze del corpo di spedizione multinazionale. Ciò che colpì immediatamente l'opinione pubblica italiana del tempo non furono però le disfunzioni ora ricordate.

A impressionare l'opinione pubblica non solo occidentale ma anche italiana furono le inaudite violenze cui le truppe di occupazione si lasciarono andare: massacri, devastazioni, uso indiscriminato della forza contro la popolazione civile. Una tale condotta riportava alla mente i peggiori comportamenti delle truppe coloniali europee lanciate alla conquista dell'Africa. E l'operato dei corpi di spedizione in Cina destò presso l'opinione pubblica liberale e democratica internazionale del tempo non minor scandalo L'ondata di violenze, di saccheggi e in genere di oltraggi all'identità nazionale cinese ebbe presto un'eco internazionale - grazie alla presenza di corrispondenti indipendenti o anche solo attenti osservatori - e lasciò sulle attività più generali del corpo di spedizione una macchia indelebile di onta e di vergogna: scriveva Luigi Barzini che "alle orribili orme della guerra si sostituiscono quelle infami della strage. Quello che ho veduto è spaventoso (...) per combattere un popolo arretrato, ci siamo ricacciati per dieci secoli nella barbarie". Tali violenze non sono da interpretare come eccessi non deliberati, come irrazionali comportamenti di truppe sfuggite di mano ai comandanti, o come reazioni militari a definite e precise minacce. Come ha scritto bene Enrica Collotti Pischel, le violenze del corpo multinazionale a Pechino rinviavano direttamente al clima di odio anticinese montato in Europa dai governi e dalla stampa prima dell'invio delle truppe, quando erano stati calcati i toni delle vere ma ingigantite violenze cinesi ai missionari e ai cristiani di Cina. I boxers cinesi erano stati presentati così barbari da non intendere altro che la barbarie. L'arrivo della forza multinazionale aprì in Cina un anno in cui la capitale e i principali centri costieri furono messi a ferro e fuoco dal corpo multinazionale. Le violenze furono così un vero e proprio strumento di guerra e un'anticipazione degli scopi che le potenze imperialiste si ponevano di fronte alla Cina: servirono a sradicare qualsiasi possibilità e anche solo volontà di reazione cinese alle ingiunzioni delle potenze, prefigurando un dominio totale da una parte e un'abdicazione senza limiti - dei poteri legittimi cinesi, dei cinesi in quanto popolo, della Cina - dall'altra.

Per ciò che concerne l'Italia e la sua opinione pubblica, e per quanto non si disponga di uno studio specifico, pare che la riprovazione qui fosse meno estesa e meno profonda che altrove. Persino quei settori dell'opinione pubblica che pure non vedevano di buon occhio la spedizione cinese espressero critiche meno accese del comportamento del corpo multinazionale. In particolare in Italia si fu sempre riluttanti a mettere le truppe italiane sullo stesso livello delle altre. Patriottismo da "italiani brava gente"? Senza escluderlo, questo non è l'unico fattore e le motivazioni sono più complesse. Il primo fattore oggettivo che "salvò" i militari italiani fu il fatto che essi arrivarono in Cina quando il controllo della situazione stava già tornando in mano alle truppe multinazionali ivi dislocate o già arrivate. Salvo un minuscolo drappello, gli italiani furono quindi cronologicamente estranei ai momenti più difficili, e bui, della prima presa di Pechino: momenti in cui i comandanti delle varie truppe nazionali spinsero e lasciarono andare i propri uomini ad ogni sorta di efferatezza. Un altro motivo per cui il comportamento delle truppe italiane ebbe aspetti di diversità rispetto ad altri risiede nel fatto per cui, sia per l'alone che accompagnava da tempo le forze armate italiane, sia per la recente disfatta di Adua sia per la "figuraccia" di San-Mun, non pare che i principali comandanti delle forze militari internazionali operanti in Cina si fidassero più di tanto degli italiani: tendendo quindi a limitarne l'impegno in compiti combattenti, con grande scorno e disappunto dei comandanti italiani in loco. Il secondo fattore consistette nel fatto che l'opinione pubblica tenne in poco conto e a non mantenne un vigile controllo di quanto stava accadendo in Cina.

L'invio e il ritorno della spedizione, la conclusione del trattato di pace furono certo segnalati dalla stampa quotidiana: ma mancò un'informazione costante. Fu in primo luogo proprio il fatto di essere così eccezionali a decretare il successo alle corrispondenze (poi raccolte in volume) di Barzini. Un certo effetto ebbe anche la censura o meglio (visto che, date le dimensioni del corpo di spedizione, per il controllo esercitato sulle corrispondenze non pare che fosse attivato un vero meccanismo di tipo censorio) l'autocensura dei partecipanti alla spedizione militare: i quali non sempre scrissero, nelle loro corrispondenze private, quello che vedevano (o quello che facevano). L'intreccio di tutti questi elementi non aiutò l'informazione e la critica, facilitando invece la diffusione delle più rassicuranti notizie ufficiali, che si guardavano bene dall'accomunare il comportamento dei militari italiani in Cina a quello delle altre potenze. Nei volumi di memorie dei partecipanti alla spedizione non si trova menzione di un solo episodio che veda gli italiani rubare, razziare o uccidere. Le violenze che vi furono e che questi autori non possono né vogliono negare sono semplicemente addossate agli altri corpi di spedizione. Anche Barzini prese in esame il comportamento dei vari corpi di spedizione e fra tutti salvò solo quello italiano. Quando tale sospetta sintonia nazionalistica si trovava nell'impossibilità di tacere o negare il tutto, finiva per ridurre tutto ad occasionali od individuali eccessi, salvando così l'onore di uomini, reparti e comandanti. Decisiva in questo fu l'azione dei corrispondenti e in generale della stampa.

Secondo i dettami classici della propaganda di guerra, essa non si limitò a coprire: costruì miti. Primo, fra questi, quello dell'eroismo dei soldati italiani. Chissà quanti militari non italiani operanti in Cina contro i boxers avrebbero davvero condiviso le affermazioni di Barzini del tipo "I marinai italiani erano diventati popolari in quel piccolo mondo" o avrebbero creduto al fatto che "I marinai italiani venivano chiamati a concorso a tutte le operazioni di ardimento e pericolose. Non si faceva sortita senza gli italiani". Un'occasione per svolgere alcune considerazioni sulla partecipazione italiana alla spedizione multinazionale contro i boxers è fornita ora dalla documentazione lasciataci dall'allora tenente (poi tenente colonnello) Giuseppe Luca Maria Messerotti Benvenuti. Si tratta nell'insieme di una sessantina di lunghissime lettere spedite a casa a cadenza quasi settimanale, di più di trecento positivi fotografici e di altro materiale proveniente dalla Cina. In quanto tenente di sanità Giuseppe Messerotti Benvenuti fece parte della missione italiana in Cina al seguito dell'ospedaletto da campo dell'esercito. Il suo punto di osservazione era quindi particolare. Non faceva parte, per via del grado e della funzione, del consiglio dei comandanti dei corpi di spedizione delle diverse nazioni, ed era quindi sufficientemente distaccato dall'elaborazione della condotta di occupazione. Non era costretto a partecipare ai pur brevi cicli operativi delle truppe. Aveva un sufficiente tempo libero per poter conoscere quello scampolo di Cina su cui si era accampato il corpo di spedizione italiano. La sua visione della Cina era insomma pacata, interessata non tanto agli aspetti più tecnico-operativi e militari quanto piuttosto a quelli diremmo culturali-antropologici-folklorici. D'altro canto il Messerotti Benvenuti era uomo di una certa cultura: le sue osservazioni sulla Cina possono apparire ingenue o poco profonde (come potevano essere quelle di molti italiani del tempo) ma non sono dozzinali. Inoltre, provenendo da famiglia borghese, cattolica ma non particolarmente bigotta, mostrava in più occasioni un'apertura liberale di fronte a una realtà così nuova e così imprevista quale quella cinese. Da uomo del suo tempo, imbevuto di positivismo anche per ragioni professionali, il tenente modenese non pare ebbe mai il minimo dubbio che l'uomo bianco stesse nella scala della civilizzazione molti gradini più in alto del cinese: ma non era così chiuso da non accettare - sperimentalmente - alcuni aspetti della civiltà orientale e da non considerarli per taluni versi persino più avanzati, o almeno più apprezzabili, di quelli europei e "moderni". Nelle sue lettere egli stesso dichiara di scrivere per preparare qualcosa che avrebbe potuto assomigliare ad un libro: "Volevo scrivere un diario del viaggio, ma credo che non ne sarò capace, d'altra parte scrivo a te tutto quello che mi accade e tutto quello che vedo, questo è il diario migliore che io possa fare, anzi se conserverai le mie lettere al mio ritorno ne rileggerò qualcuna volentieri per riandare un po' questi giorni e per ricordare meglio le mie condizioni d'animo di questi momenti". Sono lettere scritte con un tono immediato e spontaneo.

Si tratta, è evidente, di una spontaneità assai controllata: in lettere indirizzate alla madre lontana, a casa, si cerca sempre di non preoccupare, di rassicurare, quasi di distrarre. D'altro canto, per un corpo di spedizione più impegnato in opera di polizia che in combattimento, e in particolare per il responsabile di un ospedaletto da campo, non c'era molto di veramente preoccupante: e poi la tempesta dei boxers era già passata quando gli italiani arrivarono. Anche per questa ragione prevale, nelle lettere come nelle fotografie, la dimensione narrativa: e a voler presentare un paese così diverso ed "esotico" come poteva apparire la Cina ad un Italiano d'inizio Novecento c'era parecchio di che raccontare, descrivere, distrarre. Il tono del documento, quindi, pur controllato, più che artefatto pare invece perfettamente adeguato alla prospettiva e alla situazione dell'autore. Altri tre punti vanno a merito della documentazione lasciataci dal Messerotti Benvenuti. Il primo sta nel fatto che questa è documentazione di prima mano del primissimo reparto italiano inviato in Cina. Di altri, venuti con reparti successivi e nel corsi delle spedizioni che a più riprese alimentarono i corpi militari della concessione italiana in Cina, sono rimaste tracce e memorie: ma questa dell'ufficiale modenese è una voce in presa diretta del primissimo corpo di spedizione (se si escludono quelle poche decine di militari, prevalentemente della marina, che stazionavano in bastimenti italiani alla fonda del Mar della Cina già al momento dello scoppio della rivolta dei boxers). Il secondo merito consiste nel fatto che l'autore fu un ufficiale dell'Esercito e non della Marina. Anche se il corpo di spedizione della forza armata di terra fu numericamente più consistente di quello dell'Armata, sono stati poi esponenti del secondo a finire per raccontare più degli altri la spedizione italiana in Cina. Ciò ha caratterizzato la memoria storica dell'evento in Italia e oggi il poter leggere una fonte di parte dell'Esercito ha la sua importanza. Il terzo merito intrinseco sta nel rapporto strettissimo fra documentazione scritta e documentazione visiva. Riallineate cronologicamente, ripubblicate integralmente (fatto salvi alcuni passi più personali e familiari o di interesse solo locale modenese) e corredate dalle fotografie che il suo autore era andato man mano spedendo dalla Cina a casa, le lettere di Messerotti Benvenuti hanno costituito quel libro che il loro autore pensava di scrivere.

Ed un libro non paia poca cosa, se si pensa che sull'episodio della spedizione contro i boxers e più in generale sull'ultimo decennio della Cina imperiale disponevano in italiano di forse nemmeno una dozzina di testi di protagonisti o di spettatori. Nelle lettere, ed ora nel libro, alcune considerazioni di Messerotti Benvenuti sono perfettamente allineate a quello che poteva essere il senso comune etnografico dell'opinione pubblica "medio-colta" dell'Italia liberale del tempo; altre appaiono più personali e particolari. Il Messerotti Benvenuti ci si presenta come uomo libero da convenzioni e ideologie, questa documentazione può essere sufficiente per svolgere alcune considerazioni non scontate sulla partecipazione italiana alla spedizione per i boxers. Su almeno tre-quattro punti caratterizzanti, però, vogliamo concentrare l'attenzione: (1) il giudizio spesso indipendente del Nostro che non tace (come invece, per spirito di corpo o per amor di Patria, faranno i suoi colleghi militari che poi daranno alle stampe i propri ricordi) le manchevolezze della preparazione militare italiana, (2) la sua oscillazione fra esotismo orientalista e sincera curiosità per la vita cinese, (3) la riapertura del tema della partecipazione italiana alle razzie e alle violenze (un'accusa da cui le truppe italiane erano state assolte da una indulgente memorialistica e dal carattere nazionalista di parte della letteratura disponibile). (4) Sono temi peraltro che inevitabilmente ricongiungono la spedizione italiana in Cina alle spedizioni coloniali in Eritrea.

A pensare alla Cina con alle spalle l'esperienza d'Africa non era solo Salsa, già autorevole ufficiale in Eritrea e negoziatore della pace con Menelik II e poi comandante del reparto dell'esercito in Cina, ma anche un semplice ufficiale di sanità come Messerotti Benvenuti, consapevole del legame politico fra insuccesso africano del 1896 e "rivincita" asiatica cercata nel 1900 dal governo, anche se questo legame è stato ottenuto a spese della verità con la deformazione delle notizie provenienti dalla Cina: ben si sapeva che dopo le tristi esperienze d'Africa tutta la nazione si sarebbe opposta ad una nuova impresa coloniale, quindi si è cercato di costringere l'Italia ad intervenire mettendo in campo motivi imprescindibili di umanità e di civiltà. In Italia ove la buona fede abbonda, tutti hanno creduto che le notizie che venivano dalla Cina fossero oro colato, e così tutto il governo, e non ha tardato a farsi vivo il sentimento cavalleresco latino che ci ha spedito qui. Quando noi e con noi altre spedizioni d'altri paesi sono state ad un punto tale da non poter più tornare indietro, si è saputo che i ministri [di Dio, cioè i missionari: ma anche gli ambasciatori] erano vivi perché essi stessi finalmente si sono fatti vivi. Ora che tutti sanno che c'è ben poco da vendicare, l'Europa continua ancora a spedire soldati, a confermare che non la vendetta della civiltà offesa, ma il desiderio di conquiste l'attrae nell'estremo oriente. All'occhio critico del Messerotti Benvenuti l'ombra dell'insuccesso africano è però ancora vicina. Egli la vede proiettata su tutte le insufficienze, su tutte le disfunzioni e anche sulle vere e proprie ignoranze da cui la spedizione italiana è afflitta. Non tanto diversamente da come era andata per Adua, decisori politici e tecnici militari sono stati colti alla sprovvista e si rivelano impreparati e inadeguati. Molto nella spedizione per la Cina del 1900-01 viene dall'Africa, come quel "mulo bianco [che] è un porta?cannone veterano d'Africa che noi abbiamo nominato Commendatore in grazia dei meriti patriottici". Oltre ai quadrupedi anche i vestiti degli ufficiali vengono dall'Eritrea: in una fotografia, il collega di Messerotti Benvenuti "Muzzioli è in tenuta d'Africa coi pantaloni di tela però. I due farmacisti che sono tutti e due reduci d'Africa, per non farsi una divisa nuova di panno hanno portato quella che avevano" anche perché il Ministero non gliene aveva provvisto altra né li aveva consigliati a dovere sulla diversità dei climi eritreo e cinese. Nonostante la consapevolezze delle mende della spedizione, il tenente modenese - che è per sempre un uomo delle istituzioni e un agiato agrario modenese - si pone in una posizione più "borghesemente" utilitaristica. Ora noi ci siamo e non mi dispiace che ci siamo, tutt'altro.

Cadono in gran parte gli ideali cavallereschi e subentra l'interesse. Perché i commercianti italiani, non debbono tentare questi mercati immensi ove con tanta facilità e celerità arricchiscono i commercianti degli altri paesi? E se il commercio dell'Italia deve estendersi fin qui, è indispensabile, date le condizioni del paese e l'indole degli abitanti, che noi ci stiamo, magari che il nostro numero aumenti. Tutti i popoli civili tendono ad aprirsi qui larghe vie commerciali, perché noi soli dobbiamo rimanere indietro, mentre siamo forse quelli che possiamo guadagnare di più? Non è l'Africa questa, è un paese commerciale per eccellenza, un paese ove i nostri industriali tessitori e coloritori di stoffe troverebbero da fare oro a palate. Non mi credere diventato africanista, no, non lo sono né lo sarò mai. Se non fossimo qui non direi andiamoci, ma giacché ci siamo, giacché ci hanno fatto venire qui ingannando la nostra buona fede, stiamoci e facciamo vedere a chi ci ha portato qui, che qualche cosa più che la semplice funzione di cuscinetto, sappiamo farla anche noi. Messerotti Benvenuti doveva avere un carattere alquanto indipendente. Pur essendo e sentendosi uomo delle istituzioni (militari) non rinuncia - nelle lettere - ad una propria autonomia di giudizio. Il suo liberalismo, anche nel senso di individualismo, appare aperto e poco incline a sacrificare la propria personale valutazione alla subordinazione alla gerarchia o alle decisioni del governo. Aderisce all'istituzione, ma non per questo vi si appiattisce o vi si annulla.

Le sue lettere a casa ne danno diverse prove. La critica antimilitarista ha a lungo sostenuto che le istituzioni militari europee dell'età dell'imperialismo, di fronte alla pace europea, fossero particolarmente sensibili alle guerre coloniali perché solo così la casta degli ufficiali poteva velocizzare le propria carriera e guadagnare medaglie su medaglie. Nel caso specifico, Messerotti Benvenuti invece non vedeva di buon occhio le decorazioni "guadagnate" in terra cinese senza combattimenti particolari, senza rischi, senza coraggio o senza lo sfoggio della professionalità militare. Ho saputo ora che della manna di decorazioni che terrà dietro alla guerra cinese, avrò una parte anch'io forse. Non ne so il perché, ma so ufficiosamente che mi hanno proposto per una decorazione germanica. Sarà qualche aquila di non so qual colore (rossa di 3° grado) e di dodicesima o quindicesima classe, forse un'aquila inventata appositamente per ricompensare quelli che non hanno fatto nulla. Naturalmente la notizia di questo evento la do a te pregandoti di non farne uso perché mi renderei troppo ridicolo se si sapesse fuori di casa una cosa simile. Bisogna proprio dire che lo stok di croci portate in Cina dalle varie nazioni sia enorme se ne danno una anche a quelli che non hanno mai in nessuna circostanza dato il menomo segno di vita. Laddove i vari corpi di spedizione militare erano di norma ritratti concordi, divisi dalle rivalità diplomatiche fra le potenze ma solidali nella loro opera "tecnica" di repressione del movimento dei boxers, in più di un passo delle sue lettere Messerotti Benvenuti spiega chiaramente quanta animosità "nazionalista" fosse presente fra i vari corpi militari, come quella volta in cui lo stesso comandante del corpo multinazionale, il gen. Waldersee che, dai forti tedeschi di King?ciao, faceva ritorno più che in fretta a Tien-tsin, chiamato da disordini provocati e compiuti dalle truppe francesi in odio agli inglesi (…) I disordini ai quali accennavo sopra sono avvenuti a Tien?tsin per causa della prepotenza dei soldati francesi. Essi andavano nelle bettole e negli esercizi della concessione inglese, mangiavano, bevevano e fumavano: poi, invece di dollari, davano botte da orbi ai proprietari ed ai camerieri dell'esercizio. La Municipalità inglese ha reclamato presso il comando delle truppe francesi, questo ha preso qualche provvedimento, ma non ha ottenuto nulla per la nota indisciplinatezza dei soldati. Allora gli inglesi hanno ribattuto con un ultimatum, nel quale si diceva: o i soldati francesi cessano di agire come agiscono o noi impediremo loro l'accesso alla concessione inglese. Il Comando francese per impedire che gli inglesi prendessero questo umiliante provvedimento ed evitare le possibili collisioni ha, di sua iniziativa, proibito ai soldati francesi di passare per la concessione inglese e di recarvisi per qualsiasi motivo. Inde irae.

Per andare alla stazione è necessario passare per la concessione francese, ora tutti i soldati inglesi ed indiani che vi passavano, erano nei giorni passati fatti segno alle insolenze ed ai fischi dei francesi. Gli inglesi allora hanno proibito alle loro truppe di passare per la concessione francese (…) La schiettezza degli appunti di Messerotti Benvenuti riguarda anche la consapevolezza degli scopi politici ed economici della spedizione occidentale in Cina. A differenza della retorica circolante nelle prese di posizione governative e nella stampa liberale, tale consapevolezza sfociava in una visione equilibratamente autocritica del carattere limitato dei risultati ottenuti ed ottenibili dall'Italia liberale in Cina. Forse che, insinuava Messerotti Benvenuti, se così stavano le cose, l'unico vantaggio reale che il governo poteva pensare di trarre era un meschino calcolo economico? A proposito, il Ministro della guerra ha detto che si domandano quindici milioni di indennizzo, ma non ha detto che questa è la sola parte del ministero della guerra. Complessivamente, escluse le rifazioni dei danni ai privati, il governo italiano ha chiesto, per spese di guerra, sessanta milioni mentre non se ne sono spesi che undici e mezzo, facendo i calcoli i più larghi possibili e comprese le spese pel ritorno. È un vero affare finanziario, ci devono saltar fuori almeno due navi, dato che qualcuno non si mangi i milioni per proprio conto. E nota che non si è tenuto calcolo che per lungo tempo le truppe hanno vissuto di razzia, perché i viveri non arrivavano e perché lo si trovava economico e che la preda bellica, dopo la prima volta, non è più stata divisa, ma convertita in dollari e versata nelle casse dello Stato, che in tal modo ha riscosso dalle duecento cinquanta alle duecento sessanta mila lire. Si è fatto un calcolo da persona che, unica forse in Italia è in grado di farlo esatto, calcolando che le truppe abbiano vissuto sempre a spese del patrio governo.

La cifra vera delle spese forse non arriverà ai dieci milioni. E la Cina è ben felice di pagarci solo sessanta milioni perché temeva che ne chiedessimo almeno il doppio. Ci credeva ancor più usurai di quello che siamo (…) Egli tornava spesso nelle sue lettere a casa sulle numerose imprevidenze in cui l'amministrazione militare era incappata nell'allestimento della spedizione. Per fare solo un esempio, sulla mancanza di mezzi da sbarco (fondamentali in una spedizione oltremare) Messerotti Benvenuti aveva annotazioni pungenti: "Le navi si ancoreranno a circa 17 o 18 chilometri dalla costa, perché il basso fondo non permette loro di avvicinarsi di più. Ne segue che lo sbarco richiederà molto tempo e numerosissimi mezzi di trasporto. Fortunatamente là non troveremo che amici; nel caso contrario non sarebbe stato possibile sbarcare lì, avremmo dovuto approdare altrove". Anche sul punto delle inefficienze della posta, Messerotti Benvenuti era furioso. Le lettere non arrivavano, e i ritardi si valutavano nell'ordine dei mesi. A seccarlo non era tanto il fatto in sé dei ritardi della posta militare italiana rispetto a quella degli altri contingenti internazionali (e ben lo si capisce, visto che amava scrivere lettere così lunghe e così frequenti) quanto l'imprevidenza più generale e il disinteresse verso il benessere del militare che tali ritardi rivelavano. Eppure la posta militare è fondamentale per il soldato come per l'ufficiale e da essa deriva una parte importante del morale delle truppe del corpo di spedizione. Certo, come altri militari che videro queste imprevidenze, Messerotti Benvenuti non fece uscire queste critiche dall'ambito personale e familiare: non pubblicò denunce né riuscì o volle comporre, come pure si era prefisso, a partire dalle sue lettere a casa, il libro di memorie cui aveva pensato. Ma qui lo storico non è interessato tanto ad un giudizio sul personaggio quanto all'utilità più generale di far emergere nuova documentazione. A spiegazione del silenzio successivo al ritorno in Italia potremo semmai dire che non sempre Messerotti Benvenuti riusciva a collegare senso politico della missione e disfunzioni o imprevidenze tecniche, cioè non sempre riusciva a mettere queste in relazione all'impostazione politica della spedizione militare italiana. In tali casi riteneva che esse erano fisiologiche (ma allora perché i corpi militari di altre nazioni non ne soffrivano?) o spiegabili con i caratteri originari della burocrazia in genere o della burocrazia militare italiana in particolare. Non si vuole quindi negare l'oscillazione dei giudizi del Nostro: che non era né un uomo di governo né un generale, ma solo un provinciale tenente di sanità. I suoi limiti e le sua autocensure tendono a velargli lo sguardo.

Quello che rimane però - l'autonomia di giudizio e lo spirito critico - è importante per avviare un riesame critico della spedizione militare italiana in Cina - dallo stesso suo interno - e dei suoi caratteri. Allargando l'analisi del testo e delle immagini lasciateci da Messerotti Benvenuti, possiamo trovare un'analoga oscillazione a proposito della più generale immagine della Cina. Egli era un militare e il fulcro dei suoi interessi rimaneva l'esercito, ma è indubitabile che nelle sue lettere a casa la descrizione del paese che gli si apriva davanti acquistava un posto importante. Non sappiamo in verità cosa Messerotti Benvenuti conoscesse della Cina prima di partire, se avesse fatto letture speciali e specifiche. Poiché non ne cita nemmeno una e poiché le sue osservazioni sono di norma di stupore, possiamo ritenere che egli non ne sapesse molto di più di quanto ne sapeva un italiano medio-colto del suo tempo: cioè, assai poco. Pur nella sua scarsa profondità, e forse proprio per questo, la visione della Cina che risale dalla documentazione lasciataci da Messerotti Benvenuti risente di una forte, irrisolta oscillazione: da un lato vi è un apprezzamento di una civiltà percepita come antica, con i propri codici ed i propri riti, dall'altro vi è una pregiudiziale riprovazione della vita dei cinesi. Da un lato, ci stanno le più razziste delle prevenzioni. Era da poco arrivato a Tien-tsin che già annotava: "Appena entrati nella città ancora esistente, all'odore di bruciato si sostituisce un lezzo speciale, che noi chiamiamo odore cinese. È una puzza di grasso, di aromi e di sudiciume, che non assomiglia a nessuno degli odori buoni e cattivi conosciuti fra noi, per questo la chiamiamo cinese". Sono in particolare i poveri, o quanto meno i non ricchi, a non essere benvisti: "Non c'è poi casa sporca di nostro contadino che possa paragonarsi pel sudiciume alla casa di un cinese non ricco. I ricchi pare che siano puliti: gli altri, anche i benestanti vivono nel sudiciume fino agli occhi". Dall'altro lato ci stanno le più estatiche ammirazioni per alcuni aspetti della storia e dell'antica potenza cinese. Si va dalla contemplazione delle architetture dei palazzi civili e religiosi, alla sorpresa meravigliata per alcuni tratti del carattere nazionale o per usi e costumi locali. Più spesso c'è la visione della Cina come paese lontano, eccentrico, strano. Dei condannati alla "tavola" scriveva che "sono messi in mostra i cinesi condannati ad una strana punizione di cui tante volte si è sentito parlare". La riverenza dei cinesi era proverbiale e a Messerotti Benvenuti non mancava almeno un'occasione per prenderne nota: "Ho già avuto occasione di medicare un chinese ferito accidentalmente. Gli ho dato sei punti. Lanza ne ha medicato un altro ieri sera con quattro punti. Ambedue hanno sopportata la dolorosa operazione con cristiana rassegnazione e, finita la medicatura, hanno fatto degli inchini ringraziando uno per uno, prima il medico, poi tutti gli infermieri e gli ammalati presenti venuti a godere della novità dello spettacolo della cucitura d'una pelle cinese. Per esprimere la gratitudine riuniscono le mani chiuse a pugno coi pollici dritti in alto e fanno degli inchini profondissimi. Gli inchini più rispettosi, quelli ad esempio che facevano a me ed a Lanza li facevano incurvando il busto ad angolo retto in avanti, e poi lo ripetono più volte senza più sollevare il busto al di sopra dell'angolo retto; ai soldati facevano degli inchini meno profondi, ma quasi altrettanto cerimoniosi". Si ripeteva, insomma, la nota immagine della Cina come suscitatrice "di un certo interesse di curiosità". C'era però, oltre che per tutto ciò, anche un sincero apprezzamento per la civiltà dei cinesi. Di fronte ad una "pagoda tutta di ceramica gialla che sta dietro la gran pagoda ottagonale" Messerotti Benvenuti non poteva che annotare: "È un bellissimo monumento (…) È qualche cosa di stupendo".

È la cultura di questa antica civiltà che attrae: così anche di fronte a certi tipi di alimenti diceva che "Tutte le volte che ho occasione di assaggiare i prodotti, mi convinco sempre più che i cinesi sono dei pasticcieri superlativi". Un sentimento di comunione si sviluppava quando incontrava un uomo colto, un mandarino, un notabile: "È una persona molto istruita, ha una simpatia, speciale per gli italiani (forse perché abita dall'altra parte di Pechino) e conosce la storia del nostro risorgimento alla perfezione ti parla di Ca-ful (Cavour) di Fel-nand (Ferdinando di Napoli), del Duca di Modena, del Papa e di Vittorio Emanuele come se li avesse conosciuti. E pensare che dicevano che in Cina si sapeva appena che l'Italia esistesse. E pensa che, non conosce nessuna lingua e che quello che sa di nostra storia, l'ha letto sopra storie cinesi, scritti in cinese da scienziati cinesi". Lo stupore e l'ammirazione trapelavano spesso quando si trattava di descrivere i palazzi imperiali o i principali luoghi di culto Per non dire poi quando si avvicina alla città imperiale (…) entrando nella città stessa ed attraversandone anche la cinta proibita. Là dentro pare proprio d'essere in un altro mondo. Ti trovi a destra un lago che circonda il palazzo imperiale (muraglione merlato contenente numerosi palazzi; ora chiuso, visibile in certe giornate che non mi lascerò sfuggire) a sinistra una montagna artificiale, che per essere tale è enorme, coperta di palazzine e di pagode e di chioschi del più bello stile cinese si chiama, non so perché, la montagna del carbone, è un luogo di delizie splendido, incantevole ora d'inverno (?15°?17°) figurati d'estate. Non è ancora passata l'impressione di questa veduta superba che all'improvviso ti trovi sopra un ponte di marmo bianco, monumentale che attraversa un lunghissimo lago, ora ridotto ad uno specchio di ghiaccio, dal quale fuoriescono foglie e fiori di loto secchi. Le rive del lago sono popolate da palazzi e da pagode; è una veduta che strapperebbe esclamazioni ammirative a dei sassi. Non erano solo le ricchezze materiali ed immateriali della classe dirigente o i resti architettonici di un lungo passato ad attirare l'attenzione e l'approvazione di Messerotti Benvenuti.

Erano anche cose più semplici: l'edilizia civile, ad esempio, che si adattava alle condizioni locali e che faceva esclamare: "Quante cose ci sarebbero da imparare qui circa l'igiene dei fabbricati (…) Poco che io rimanga ancora in Cina, capisco che ne partirò entusiasta. Si chiamano barbari i cinesi, perché farebbe comodo che fossero tali, invece in molte e molte cose ci possono fare da maestri". In molti rispetti, ammetteva, "i cinesi ci sopravanzano". Quanta di questa ammirazione era basata su una reale comprensione della storia e della cultura della Cina? Ben poco, a giudicare dall'assenza di riferimenti a letture, a concetti, a interpretazioni. E quanto di questo, che pure egli vedeva, era approfondito? Ancora una volta, assai probabilmente, ben poco. Molto prima delle tanto criticate visite lampo dei turisti orientali in Occidente, lo sguardo di Messerotti Benvenuti (e degli italiani, e degli occidentali) in Cina per i boxers fu spesso poco più che uno sguardo da turista affrettato: disgustato o estasiato, ma sempre superficiale. Le sue osservazioni "culturali" raramente sono originali. Ma questo fa l'interesse per lo storico. Messerotti Benvenuti "vedeva" solo o prevalentemente ciò che era portato, dalla cultura diffusa del suo tempo, a vedere. Gli accenni più nuovi, nelle lettere a casa di Messerotti Benvenuti dalla Cina dei boxers, stanno però nella severa autocritica che egli condusse sul comportamento delle truppe - soldati ed ufficiali - in Cina. Che le truppe del corpo multinazionale si fossero macchiate di eccessi, nefandezze e razzie al momento della repressione dei boxers era noto. Già meno noto ma poi accertato era che i corpi di spedizione mantennero un tale atteggiamento ben al di là del momento della prima repressione, adottando una condotta costantemente o frequentemente prevaricatrice nei confronti della popolazione civile. Abbiamo già ricordato come invece nella pubblicistica italiana la condotta delle truppe nazionali fosse quasi sempre assolta da tali accuse. Le lettere di Messerotti Benvenuti non consentono ovviamente una parola definitiva su questo importante punto ma certo, per la loro insistenza, almeno suggeriscono di riaprire l'analisi e di compiere quello studio sul materiale archivistico disponibile che ancora non è stato fatto. Si tratta peraltro, salvo un paio di casi, di accenni e non di narrazioni o descrizioni compiute: ma il quadro che disegnano è sufficientemente coerente da non poter essere sottovalutate o ignorate. A esempio, già a proposito delle primissime forze italiane presenti a Pechino al tempo della prima repressione egli scriveva che "Dei marinai venuti da Pechino e che vi si sono trovati al momento dell'occupazione, ve ne sono alcuni che si sono fatti dei piccoli capitali, sia in denaro sia in oggetti preziosi, che hanno trovato subito da esitare sul sito. Lo stesso dicasi degli ufficiali.

Perfino un ufficiale medico di marina ha razziato tanto e così poco pulitamente che l'hanno punito col rimpatrio immediato! Calcolano che si sia portato in Italia pel valore di una ottantina di mila lire fra arazzi antichi ed oggetti preziosi tascabili". Questo tipo di comportamento era legato, secondo Messerotti Benvenuti, al tipo di condotta militare e al tipo di guerra che gli occupanti avevano inteso combattere in Cina. Appena arrivato annotava: "abbiamo constatato quali mezzi siano stati adoperati dalle truppe europee per incutere terrore. Il villaggio cinese di Ta-ku, che è lunghissimo, è un seguito di borgate, che si stendono per chilometri lungo la riva del fiume, non ha più un tetto a posto, le mura mezzo diroccate fanno pensare alle rovine di Pompei". Il sentimento di assoluto predominio che aveva ispirato la strategia del corpo di occupazione multinazionale e che dai suoi massimi comandanti era scesa giù sino all'ultimo fantaccino, aveva finito per corrompere i soldati nel loro rapporto con la Cina e con i cinesi. "Pare che a terra le nazioni civili ne facciano un po' di tutti i colori ed anche cose non da popoli civili. Giapponesi, Russi ed Americani ed i civilissimi francesi ne fanno un po' di tutti i colori. La guerra non è certo una cosa civile ma qui la fanno nel modo più barbaro. Ogni cinese armato, preso senza qualche distintivo di internazionalità è ucciso ipso facto. I viveri si domandano e si pagano a chi vuol venderli, si prendono a chi non li vuol dare e si fucilano i renitenti. Che si ammazzi chi resiste, siamo in guerra e si capisce; che le truppe prendano quello che loro non si vuol vendere si comprende pure, ma che si ammazzino le donne, i bambini ed i vecchi, questo non si comprende assolutamente e tante meno si può ammetterlo in eserciti che vengono per portare la civiltà. I Russi sono i soldati più indisciplinati di tutti, gli ufficiali non riescono a tenerli sotto la disciplina né colle buone né colle cattive". Come si coglie già da quest'ultime righe Messerotti Benvenuti non è estraneo in qualche passo alla linea interpretativa nazionalistica che in Italia addosserà tutte le nefandezze sulle spalle delle truppe e degli ufficiali degli altri corpi di spedizione: una versione che poi sarà ufficializzata, oltre che dalla stampa coeva, nelle successive relazioni ufficiali militari. Lo si ricava anche dalla sua narrazione di un episodio significativo. L'unico pericolo ora, come prima a Tientsin, viene dalle truppe internazionali. Sono i francesi che specialmente si distinguono nell'andare a rubare nelle case e nello sparare su chiunque si trovi in condizioni da poterli denunciare. Ieri mattina hanno portato all'ospedaletto un cinese ferito da un colpo d'arma da fuoco, che gli aveva attraversato il braccio destro recidendogli l'arteria omerale, poi gli era entrato nel torace, attraversata una parte del polmone ed arrivata sotto la pelle della schiena. Mentre dormiva due francesi sono entrati in casa per derubarlo, egli si è svegliato, è corso a vedere che cosa succedeva e gli altri hanno sparato. Abbiamo estratto il proiettile (di rivoltella d'ordinanza francese). (…) Abbiamo allacciata l'omerale, recisa completamente, ma fortunatamente compressa da una fasciatura cinese, applicata dai parenti del ferito; abbiamo medicate le ferite del torace e l'abbiamo rimandato a casa in barella. Oggi il capitano ed io ci siamo recati a visitarlo e l'abbiamo trovato assai benino, non ha che pochi decimi di febbre e segue le nostre prescrizioni, date a gesti e colle poche parole di cinese che conosco io, scrupolosamente. Se la caverà colla paura che ha avuto. I francesi per non essere inseguiti, avevano anche tentato di dar fuoco alla casa, ma l'allarme dato dal colpo di pistola ha svegliato tutta la famiglia e l'incendio è stato subito spento. Oggi abbiamo veduto il teatro delle eroiche gesta, visitando il nostro ferito. È un caso interessantissimo. Conserviamo gelosamente il proiettile, testimone del grado di civiltà dei nostri vicini d'oltralpe. Se in taluni passi mirava ad allontanare dagli italiani le accuse più infamanti, in altri Messerotti Benvenuti tendeva - ed è naturale in lettere alla madre - a tenere lontani quanto più possibile dalla sua stessa persona le accuse o i sospetti: se anche gli altri ufficiali italiani rubano e razziano, egli no.

Ti ho già parlato di queste cose e ti ho già detto che vi sono ufficiali che accettando e prendendo quello che loro non era offerto, si sono messi insieme dei patrimoni. Io passerò per minchione, ma eccettuata quella parte di preda bellica (cosa irrisoria) che potrà toccarmi se la preda bellica si dividerà, tornerò in Italia come ne sono partito. Qui il rubare a man salva si chiama razziare oppure "comperare di seconda mano": io non ho fatto né farò né una cosa né l'altra. Quello che occorre per l'ospedale l'ho preso e sono pronto a prenderlo per amore o per forza dove lo trovo, ma per me personalmente non ho preso e non prenderò nulla, tornerò con pochi ricordi della Cina ed anche quei pochi comperati e pagati cari, ma avrò la soddisfazione di dire che onesto sono partito, onesto me ne ritorno. In realtà, anche sul piano personale, la cosa era più complessa. Lo dimostrano non solo gli oggetti portati a casa da Messerotti Benvenuti ma anche taluni passi delle sue stesse lettere, dai quali è evidente che anche l'ufficiale modenese aveva partecipato alla divisione del bottino di guerra delle truppe italiane. Quello che interessa allo storico non è un giudizio sulla moralità individuale, ma la documentazione che anche gli ufficiali italiani, nelle forme e nei modi consentiti dalle contingenze, parteciparono di questa pratica di guerra: quella stessa che pure, in passi esemplari, Messerotti Benvenuti aveva a ragione stigmatizzato. Qualche rimorso forse rimase nella mente dell'ufficiale modenese, come quando leggeva le pagine encomiastiche della stampa patriottica nazionale. "Seguitano a giungerci stupefacenti articoli di giornali sul valore delle truppe italiane in Cina. È sperabile che la storia desumerà i suoi dati dai giornali, se li desumesse dai testimoni disinteressati oculari, che brutta pagina scriverebbe per noi!". A suo stesso dire, infatti, la partecipazione italiana alle razzie aveva preso una piega assai brutta al punto da essere immortalata in certe canzonette allora circolanti nel corpo di spedizione, che tendevano a non fare molte distinzioni fra soldati ed ufficiali e comandanti. La citazione è lunga ma merita di essere riportata. Sai quale è la marcia d'ordinanza del corpo di spedizione, dopo i gloriosi fatti d'arme che ci sono stati? Non l'indovineresti fra cento; è l'aria dei ladroni nella "Gran via" che senti ripetere ad ogni momento, quando qualche spaccamonte vuol tirar fuori le sue imprese guerresche. La trovata, che ha fatto epoca, è stata del collega Massarotti e l'altro collega Macchia ha scritto le parole. La musica è cantata impunemente ad onta che i pezzi grossi ci ridano sopra agro-dolce, le parole, troppo eterodosse, sono segrete (il segreto di Pulcinella) od almeno non si cantano in pubblico. Esse dicono: Io son Colonnello, io capitano ed io soldato, quando ce lo concede l'autorità Noi visitiamo i monti di pietà Accompagnamento: Se vogliam confessarci andiam dal bonzo nella pagoda. Se non troviamo nulla da razziare Noi gli rubiamo i cristi sull'altare Ciascuno è convinto di far la sua parte Seguendo un istinto: l'amore per l'arte. Accompagnamento: Per imparare la carriera - Non ci vuol gran vocazione Agire con buona maniera E rispettare il caporione Noi che siam venuti - Di lontana terra Fra questi barbari - A fare la guerra Senza fare chiasso - Senza gran fracasso Noi la faremo… alla proprietà.

Ne ho dimenticata una strofetta che parlava di carbone ed alludeva ad un episodietto caratteristico della guerra attuale. Un ufficiale francese insegnava ad un nostro ufficiale come si faceva a farsi dire dai cinesi ove tenevano nascosto il loro tesoro. Insieme con l'ufficiale italiano, prendeva il cinese, lo metteva in una buca di carbone, poi cominciava a buttargli addosso la polvere fino a coprirlo lentamente dal basso in alto. Ad un certo punto il cinese, che era legato e vedeva il livello della polvere di carbone elevarsi, svelava il segreto. All'ufficiale italiano, di sua parte, questa bella impresa ha fruttato 300 dollari. Questa storiella si racconta e si dà per vera. Io per l'onore di tutti quanti spero e credo che sia un'invenzione, ma purtroppo, se non è vera questa ve ne sono di vere, di non meno sporche e parecchie. Nel documentare questi comportamenti Messerotti Benvenuti osservava che un tale decadimento della morale aveva un effetto negativo sulla preparazione e sull'addestramento delle truppe sotto il profilo della loro condotta militare sia in Cina, sia poi, al momento del loro ritorno in patria, dove comunque dovevano essere preparati a combattere una guerra "alla europea". Pochi giorni or sono le due compagnie di bersaglieri che si trovavano qui furono mandate improvvisamente a compiere giustizia sommaria in un paesetto dove una famiglia cristiana era stata assassinata da malviventi d'altri paesi, accusati d'appartenere alla setta dei boxers. In seguito agli ordini precisi ricevuti dal comando in capo delle truppe internazionali sono andati, hanno trovato il paese disabitato o quasi, fra i pochi rimasti ne hanno trovato uno che è stato riconosciuto, dal superstite della famiglia, per uno degli assassini, lo hanno processato alla spiccia, egli non ha negato né d'essere un boxer né d'essere uno degli assassini, lo hanno condannato e fucilato. Fin qui tutto benissimo, nulla di meglio che far vedere ai cinesi pacifici che gli internazionali li proteggono ed all'occasione li vendicano, ma gli ordini del comando non si fermavano lì ed il capitano che comandava le due compagnie ha dovuto eseguirli ed in omaggio agli ordini stessi ha incendiato e distrutto il paese. Quale idea si faranno ora quei poveri cinesi della giustizia Europea? È proprio il caso di dirla "giustizia"?

A meno che non si sia voluto far capire ai cinesi che è meglio non seccarci per delle inezie, come quella per la quale ci hanno seccato, non saprei come spiegare gli ordini tassativi dati ai bersaglieri. Credo che se la paura dell'accaduto si spargerà, le truppe internazionali non avranno più la noia di vendicare i cristiani massacrati, ed i boxers o chi per essi, potranno fare il loro comodo impunemente. Solo c'è una cosa da osservare ed è, se ben ricordo, che non è stato per questo scopo che siamo venuti in Cina, dico se ben ricordo, perché tutto quello che ho veduto fin qui pare che sia stato fatto appositamente per farci dimenticare il perché della nostra presenza in questi luoghi. Pare che siamo venuti qui allo scopo di fare razzie non per altro. Messerotti Benvenuti si chiedeva: ma perché razziare? Non era possibile reprimere gli ultimi conati della rivolta dei boxers e garantire l'ordine senza ricorrere a questa condotta di guerra che pareva portare indietro l'orologio della professionalizzazione delle forze armate europee e, nella fattispecie, italiane? Egli trovava una spiegazione operando un collegamento, in parte condivisibile, fra questo comportamento prevaricatore voluto e permesso dai comandi ed operato dalle truppe proprio con le imprevidenze amministrative e logistiche che avevano così pesantemente segnato la spedizione italiana. Mancavano le giunche? E allora i soldati italiani le prendevano con la forza. Mancavano vestiti adeguati, cibo, vettovaglie ecc.? e allora i comandi permettevano e indirizzavano le truppe al saccheggio dei villaggi cinesi.

Messerotti Benvenuti legava un tale comportamento, anche, alla tradizionale separazione fra ufficiali e soldati all'interno dell'esercito italiano: quella stessa separazione che egli aveva riscontrato nel disinteresse di gerarchie e comandi nei confronti della cura sanitaria della spedizione, a tutto svantaggio del benessere del soldato. Lo spaccato che egli ci fa del corpo di spedizione italiano è abbastanza diverso da quello presentatoci dalla oleografia corrente: gli ufficiali razziano, lasciano razziare e si spartiscono il bottino, i soldati razziano per sopravvivere ecc. Nelle sue lettere a casa Messerotti Benvenuti riporta una discussione che avrebbe intavolato su questo punto addirittura coll'ufficiale dell'esercito più alto in grado. Quando sono arrivato a Pechino sono andato a far visita al Colonnello Garioni (…), che era in vena di chiacchierare ed io ho chiacchierato. Mi ha parlato del numero enorme di soldati posti sotto processo per aver rubato nelle carovane fluviali e me ne parlava con santa indignazione, aspettandosi certamente il mio tacito assenso, ma io, che in quella sera era in vena di moralizzare, gli ho detto proprio tutto l'animo mio. Gli ho detto cioè che vorrei essere il loro avvocato difensore, nei processi che si faranno, e che mi ripromettevo non di farli assolvere, perché sono veramente colpevoli, ma di fare loro ottenere tutte le circostanze attenuanti possibili, perché se essi hanno rubato siamo stati noi che l'abbiamo voluto. Li abbiamo trascurati completamente, non ci siamo curati di provvedere loro abiti sufficienti per ripararsi di giorno, coperte e letti per ripararsi alla notte, li abbiamo fatti assistere ai saccheggi che abbiamo eseguito ed abbiamo fatto portare da loro alle nostre case gli oggetti rubati, finalmente li abbiamo messi sulle giunche a trasportare viveri, vino, coperte e pellicce (rubate) quando loro per mangiare la scarsissima razione di carne in conserva e di galletta, per bere nulla assolutamente, né il vino, né il rhum, che pure sono stati mandati qui apposta, e neppure un barile di acqua potabile, costringendoli così a bere l'acqua del Pei?ho su cui galleggiavano i cadaveri dei cinesi, oppure a forare uno dei tanti barili che avevano sotto mano. E per coprirli abbiamo dato loro una troppo corta e troppo leggera mantellina ed una copertina da campo, che può tutt'al più essere utile per riparare dal fresco delle mattinate autunnali.

A conferma che non si tratta di invenzioni del Messerotti Benvenuti, potremmo ricordare almeno che una piccola razzia, una razzia da niente, era rimasta descritta anche nel volume di memorie di Chiminelli ("Del resto un po' di razzia l'ho fatta anch'io, lo confesso…"). Egli ce ne dà solo pochi tratti ma sono intensi, come quando scrive del derubato cinese che lo guarda: "gli regalo una monetuccia d'argento, gli sorrido per fargli animo, ma quello sguardo di terrore mi segue, quel rimprovero muto che va alla mia razza mi pesa (…)". Il peso, il senso di colpa che a livello individuale poteva nascere da questi atti di "guerra totale" in campo "coloniale", scompariva solo provando a consolarsi "pensando alle leggi feroci della guerra, all'inesorabile destino che detta le evoluzioni della civiltà"… L'immagine che emerge dalle lettere di Messerotti Benvenuti, fatta pure una tara degli accenti moralistici e paternalistici in esse contenute, è però convincente sotto vari aspetti: più convincente di quella, patriottica e nazionalista, che vedeva il corpo di spedizione italiano (ufficiali e truppa) del tutto indenne da accuse invece provate per gli altri corpi di spedizione, e quindi da essi "diverso". Scriveva invece in un'altra delle sue lettere: "Voi vi meravigliate che noi ne ridiamo, in principio infatti ci faceva l'effetto contrario, ma ormai ci siamo abituati a considerare le cose da un altro punto di vista e ci ridiamo sopra di cuore. Se queste cose si sapessero in Italia, dove si crede ingenuamente che i nostri non abbiano commessi gli atti di barbarie commessi dagli altri eserciti, che triste impressione farebbero! Se i nostri soldati hanno fatto meno male degli altri lo si deve al fatto che, pur essendo sempre andati da per tutto, sono sempre arrivati in ritardo, quando i paesi erano già incendiati e saccheggiati. Le poche volte che sono arrivati in tempo, hanno fatto come gli altri". In conclusione possiamo dire che Messerotti Benvenuti, al contrario di molti suoi contemporanei, non temeva né disprezzava i cinesi: anzi per certi versi li apprezzava. Inoltre nelle sue lettere era autocritico e consapevole dei limiti e delle mende della spedizione italiana in Cina contro i boxers: due consapevolezze queste, dei limiti dell'imperialismo dell'ultima delle grandi potenze e delle sue impreparazioni, che sono rare nella letteratura e nella memorialistica dell'Italia liberale. In questa prospettiva, la documentazione lasciataci dal modenese Messerotti Benvenuti assume un valore di livello non biografico o locale ma nazionale e storiografico, d'ora in poi non facilmente trascurabile.

Nicola Labanca

Teoria e tecnica di un militare coloniale, fotografo dilettante, nelle sue lettere e nelle sue immagini dalla Cina

Dell'opera di un fotografo, professionista o dilettante che sia, non è frequente disporre tanto dei positivi quanto dei negativi quanto soprattutto dei taccuini di lavoro, o di un'analoga documentazione in cui egli abbia annotato - per sé o per altri - impressioni e ragioni, forme e scopo del proprio lavoro fotografico. Per un caso fortunato, del tenente di sanità militare Giuseppe Messerotti Benvenuti, in servizio presso l'ospedaletto da campo che accompagnò le truppe italiane operanti in Cina nella repressione della rivolta dei boxers sono state conservate sia le immagini, sia le lettere, inviate a casa da Tien-tsin e poi da Pechino con una certa regolarità nel suo anno di permanenza nelle terre dell'Impero Celeste. Messerotti Benvenuti inviava settimanalmente a casa lettere così lunghe da risultare in realtà dettagliati rapporti dei luoghi visitati e delle impressioni riportate. Assieme alle lettere, egli inviava spesso fotografie, che trovavano nella carta scritta spiegazioni, dettagli, giustificazioni. Difficile dire in taluni casi se al loro autore era venuta in mente prima la fotografia o la stesura della lettera. Fotografie e lettere, immagini e testi nascevano quindi quasi in contemporanea: per questo si integrano e si chiarificano a vicenda.

Rispetto alle lettere, con cui pure intessono un rapporto strettissimo, le fotografie di Messerotti Benvenuti appaiono più "unidimensionali", più aderenti a quella visione "turistico-coloniale" tipica dell'età dell'imperialismo di cui qui parla Smargiassi. Il fotografo e la sua tecnica Messerotti Benvenuti sapeva di essere tecnicamente un buon fotografo. Prima di partire aveva lasciato a Modena la sua migliore macchina (che ebbe occasione di rimpiangere: "Se avessi avuto con me il mio macchinissimo!") ed aveva acquistato un modello recente di "portatile": È una vera Kodak originale della Eastman Kodak Co. (...), porta nel catalogo di Eastman (1899) il nome di Cartridge Kodak N°4 (Kodak cartuccia N°4). Le pellicole sono di pollici 5x4, circa cm. 9 e mezzo x 12 e mezzo. Può adoperarsi per pellicole e per lastre (io l'adopero solo a pellicole per la impossibilità del trasporto dei vetri), a posa e per istantanee, è portabile con facilità, perché misura, chiusa, cm. 8x16x21. Il dettaglio con cui descriveva dalla Cina la sua "macchinetta fotografica comperata a Napoli" rivela che egli la usava edotto di quello che essa poteva, e di quello che non poteva, dargli. La sua esperienza lo rendeva peraltro consapevole delle difficoltà tecniche cui sarebbe andato incontro fotografando in paesi lontani: "Mi dispiace di non avere gli ingredienti necessari per farvele [le immagini] subito più presentabili e più decifrabili, ma bisogna che mi accontenti di fare quanto qui mi è possibile. Mi dispiace oltre che per voi anche per la mia fama di fotografo che, data la diffusione che voi fate di quelle povere copie, non può a meno di scapitarci".

Messerotti Benvenuti non era però un tecnico - diremmo - "senz'anima". Chi scorra le sue lettere nota che nei confronti del mondo cinese emergono qua e là le solite incomprensioni e persino i più vieti pregiudizi occidentali, ma accompagnati anche da sprazzi di sincera ammirazione e di schietto apprezzamento. Per un ufficiale del tempo, per quanto di sanità e quindi non direttamente combattente, sono tratti non comuni. Oggetti I soggetti delle fotografie di Messerotti Benvenuti sono quelli noti della fotografia coloniale e militare e sono riassumibili in tre categorie. Nella prima stanno le immagini di viaggio: percorsi seguiti, terre e città attraversate, scene di vita quotidiana di viaggio. In una seconda categoria rientrano le immagini più autoreferenziali, autoritratti del fotografo-viaggiatore e ritratti del suo gruppo di riferimento. Egli stesso, inviando da Tien-tsin un autoritratto, scriveva a casa: "È la prima fotografia che faccio in Cina, naturalmente ho scelto me per soggetto, nella speranza di farti cosa grata". Nel caso di Messerotti Benvenuti, gli autoritratti e le fotografie di gruppi di militari sono particolarmente numerose, quasi a indicare un forte senso di appartenenza. La terza categoria, ovviamente, comprende le immagini del paese visitato e - nel caso di un militare coloniale - occupato o conquistato. È su questa tipologia che si addensa di norma l'interesse degli studiosi. Nel caso di Messerotti Benvenuti queste fotografie possono dividersi in immagini di architetture e in immagini di vita quotidiana. È forse degno di nota che le immagini di costruzioni e palazzi (da quelli dell'Imperatore ai luoghi di culto) sono assolutamente prevalenti, superando anche quelle - di solito assai consuete - di paesaggi e di esterni. Non è difficile leggervi lo stupore di fronte alle realizzazioni della millenaria civiltà cinese. L'ammirazione per la Cina, o meglio per la Cina del passato, non va di pari passo però, con un analogo interesse fotografico verso la vita quotidiana dei cinesi e della Cina del suo presente. Non è difficile infatti notare come Messerotti Benvenuti, pur attraversando tutta Pechino per raggiungere i suoi affascinanti palazzi imperiali, non riteneva di dover fotografare con la stessa intensità la Pechino dei mestieri, dei quartieri, della vita popolare quotidiana.

Ci sono ragioni anche tecniche (il tipo di macchina di cui disponeva) e comunque oggettive (l'essere un militare straniero). Ma esse non spiegano tutto. Dal punto di vista documentario, di ripresa di quella realtà cinese tradizionale che stava sgretolandosi e trasformandosi, il militare italiano Messerotti Benvenuti non guarda tanto in basso, alla vita quotidiana dei ceti popolari, quanto in alto: alle costruzioni imperiali o alle case dei mandarini (dai quali è ricevuto e che egli fotografa). Possibilità e limiti della fotografia In conclusione, il valore della documentazione iconografica lasciataci da Messerotti Benvenuti è almeno triplice. In primo luogo, le sue fotografie sono fra le poche rimasteci dei protagonisti di quella spedizione. È vero che - come egli stesso scriveva - "qui tutti sono fotografi, cioé a far tric e tric colla macchinetta tutti ci arrivano, e di macchinette ce ne sono parecchie". Molta di quella documentazione però non è stata conservata, o è rimasta ancora non valorizzata. In particolare le immagini italiane della Cina dei boxer del 1900-01 sono ancora poche. Effettivamente conosciute e disponibili sono solo le non molte immagini che ornarono la stampa illustrata del tempo e quelle che altri militari (come Mario Valli o Eugenio Chiminelli) o giornalisti (come Luigi Barzini) scattarono al momento della loro partecipazione alla spedizione per i boxers e di cui poi fecero sfoggio nei loro volumi di memorie. Nei loro confronti, le fotografie di Messerotti Benvenuti non sfigurano per numero, per qualità delle riprese e per soggetti fotografati. In secondo luogo, un altro merito altrettanto oggettivo della documentazione iconografica di Messerotti Benvenuti sulla Cina dei boxers è quello di aver fotografato un paese sull'orlo di una grande trasformazione. È vero che egli lo vedeva da dentro i limiti culturali dell'Italia medio-colta, liberale e borghese, del suo tempo, ma è anche innegabile che per certi versi la sua immagine mantiene un valore quasi archeologico. Il medico Messerotti Benvenuti, "positivisticamente", ne era consapevole quando annotava: Nel punto in cui le due vie centrali della città antica s'incrociano, c'è una torre sotto la quale passano le vie stesse. (...) Le due vie, come vedi, non sono larghe, sono però le più larghe di tutte, non sono diritte, ma viceversa; eccettuato il ponte che è fotografato, sono in massima parte distrutte.

Ora stanno, in diversi punti, ricostruendo sotto la direzione di ingegneri europei. Le strade nuove saranno assai più larghe delle antiche, stando alla porta non si vedrà attraverso l'arco centrale la porta sud e la strada avrà tutta la larghezza della torre. Saranno strade più belle (europamente parlando) e più comode, ma non saranno più strade cinesi. In terzo - e forse prioritario - luogo le immagini di Messerotti Benvenuti sono più "leggibili" proprio perché esse si intrecciano con le sue lettere. Raro caso, documentazione iconografica e documentazione scritta sono state conservate ambedue, sostenendosi a vicenda. Esse ci spiegano in maniera definitiva e documentata i meccanismi mentali, culturali e politici dell'attività di un fotografo dilettante, di un militare coloniale, di un uomo del suo tempo alle prese con la fotografia dell'"Altro". Grazie alle lettere noi sappiamo chiaramente perché fotografava. "Ho fatto delle fotografie che conto di sviluppare durante la traversata, destinate a far vedere a voi quello che ho veduto io ed a conservare più vivi i ricordi". Vi è in ciò una sorta di ossessione di completezza, di horror vacui, ma soprattutto è degno di nota che egli ritraeva per sé e per i suoi mittenti: non per altri, non per l'istituzione militare, non per la stampa, non per la società. E fotografare con in mente sua madre o la sua famiglia significa che fra tutti i soggetti possibili sceglieva quelli che potevano essere "capiti" o risultare "leggibili" dal suo pubblico parentale. Come se ciò non bastasse, Messerotti Benvenuti - uno dei tanti militari in Cina - vi aggiunge un tocco individuale. Egli fu infatti sicuramente un "turista coloniale", al punto di arrivare a scrivere, ormai giunto al momento del rimpatrio, che "Quanto a Pechino la lascio ormai senza rimorsi perché credo d'avervi veduto ormai tutto quello che c'era di visibile e fotografato il fotografabile": come se avesse davvero conosciuto e capito quel paese che aveva invece appena lambito… Ma sinceramente ammirando alcuni aspetti della civiltà cinese - di quella stessa civiltà che pure istituzionalmente era venuto a reprimere - Messerotti Benvenuti era anche un fotografo che, nonostante tutta la sua tecnica e la sua esperienza, ammetteva: qui "la fotografia è insufficiente allo scopo". Di fronte alla grandiosità della civiltà della Cina "peccato che la fotografia non ne faccia vedere, come al solito, che le linee generali". La modernità della consapevolezza da parte del tenente di sanità Messerotti Benvenuti delle grandi opportunità ma anche dei severi limiti della fotografia (della fotografia in generale, e non solo di quella militar-coloniale) lascia un interesse ulteriore alle sue pagine e alle sue immagini.

Michele Smargiassi

L'occhio di Fan Qui - Il "diritto di sguardo" della fotografia coloniale

Ventuno dicembre del 1900: nel precario alloggiamento dell'ospedale militare italiano a Pechino, Giuseppe Messerotti Benvenuti riordina le fotografie da spedire a casa. Ma una di quelle fotografie sembra non voler entrare nella busta, gli si ferma fra le mani, lo interroga. Violentemente. È il ritratto di un cinese imponente, che svetta sui bersaglieri che lo circondano: sembra la statua di terracotta di un sepolcro imperiale. Quel cinese è colpevole di avere ucciso un soldato italiano, per questo è stato giudicato, ed ora aspetta l'esecuzione. Il gigante s'è accorto che Messerotti lo ha inquadrato nel mirino della sua Kodak. Ha fatto un gesto per allontanare tutti dal campo visivo e si è messo in posa. Orgoglioso, duro. Sprezzante. Gli italiani che lo circondano restano impressionati; lo fissano con curiosità e rispetto. Il guerriero guarda fisso dentro l'obiettivo. È il suo sguardo a rendere l'immagine magnetica, inquietante, terribilmente fascinosa: lo sguardo di un uomo che sta per morire, che tra pochi istanti sarà decapitato. È lo sguardo che tanti altri fotografi al seguito degli eserciti coloniali impareranno a conoscere: lo sguardo di odio dei vinti che si piegano ma non s'arrendono, ultima arma in mano alle vittime, l'unica che solo la morte può strappare loro: il disprezzo. E forse neppure la morte. Gli invincibili conquistatori occidentali hanno infatti nella macchina fotografica il tallone d'Achille della loro cattiva coscienza. L'occhio di vetro guarda e imbalsama le sue prede: ma queste ricambiano lo sguardo con un contro-sguardo di infinita superiorità che finisce inciso nelle foto-ricordo. "Sarò d'animo cattivo, (...) fatto sta che quel condannato non mi faceva punto compassione", rimugina Messerotti. Finalmente chiude la fotografia nella busta. E passa a raccontare d'altro.

È "d'animo cattivo", Messerotti? Niente affatto. È un uomo dotato di una coscienza e di un senso critico non indifferenti per la sua epoca e per la sua posizione. Gli bastano poche settimane per accorgersi che il vero motivo della spedizione in Cina non è "la vendetta della civiltà offesa, ma il desiderio di conquistare"; che il pretesto dell'intervento è "una gonfiatura"; che "la nostra venuta dal lato dello scopo umanitario è perfettamente inutile", anzi è venata di autentiche "ingiustizie" e "crudeltà". Se la ride più volte degli "stupefacenti articoli dei giornali" che ammantano d'eroismo le gesta delle truppe d'occupazione, le loro gratuite crudeltà, le vigliaccherie, le razzie. Altro che "missione di civiltà", Messerotti è spesso ironico, perfino sarcastico contro la retorica dell'ipocrisia: "per fortuna, di questa civiltà ai cinesi ne resta attaccata poca". Eppure questo disincanto nelle fotografie non appare. Nei suoi documenti visivi spesso eccellenti non c'è traccia delle meschinità descritte con le parole: non c'è il "rubare a man salva" spacciato per "comperare di seconda mano", non compaiono i crudeli "ammazzamenti" di cui si macchiano gli "eserciti civilizzatori". Padrone delle proprie parole, Messerotti è indifeso, come tutti i suoi contemporanei, di fronte alle insidie della civiltà dell'immagine. Reputa la macchina fotografica un utile strumento, un servitore efficiente del racconto e della memoria; in realtà è al suo servizio, coinvolto senza rendersene conto negli stereotipi di quello sguardo collettivo, "politico", che è l'aggressivo sguardo coloniale.

Lesta a sbarcare subito dopo le baionette (arrivano al seguito di spedizioni militari i grandi fotografi pionieri nella Cina dell'Ottocento: M. Rossier, Felice Beato, John Thomson), la fotografia segue puntualmente le rotte della penetrazione occidentale nel Cathay. Nei grandi porti commerciali c'è un mercato locale da accontentare, composto da europei ma anche dai ceti mercantili cinesi, più sensibili alle mode e alle abitudini d'importazione. E c'è la crescente sete di immagini che viene dalla madrepatria. L'Europa che scopre la sua "missione civilizzatrice" non si accontenta di farsi descrivere i paesi lontani: li vuole anche vedere. Fin dall'inizio dell'avventura coloniale, nel "fardello dell'uomo bianco" trova posto una macchina fotografica. Ma la Cina non è l'Africa. La Cina è depositaria di una tradizione più antica di quella europea, amministra un territorio immenso, ha classi dirigenti colte, una diplomazia raffinata. All'Europa non fa gola il territorio cinese, bensì le sue ricchezze, i suoi prodotti, il nascente mercato delle sue città. "Non è l'Africa questa, è un paese commerciale per eccellenza", annota dopo poche settimane di permanenza il Nostro. Docile strumento al servizio dell'ideologia, la fotografia s'adegua alla diversa dimensione di questi appetiti coloniali.

Lo sguardo che posa sulla Cina è rispettoso, ammirato, curioso. Non c'è nulla, nelle fotografie "etnografiche" di Thomson, dello spirito quasi botanico con cui i suoi colleghi in Africa classificano gli indigeni; c'è al contrario un interesse individualizzante nelle immagini che il fotografo scozzese scattò in Cina dal 1868 al 1872. È dunque un territorio visuale tutt'altro che vergine la Cina in cui Messerotti sbarca nel 1900. L'immagine fotografica della Cina è già impostata, fissata in canoni collaudati e stabili. Per seguirne gli imperativi, non è necessario che Messerotti abbia visto le immagini prodotte dai suoi illustri predecessori. Basta che abbia sfogliato L'illustrazione italiana o La domenica del Corriere. Il bottino dell'obiettivo, dunque, può solo affiancare, non contestare e neppure documentare il bottino di guerra. Cosa fotografano, allora, i soldati-Kodak, con le loro folding cameras portate a tracolla di fianco al moschetto? Naturalmente, i luoghi. Sono gli scenari inconsueti a sollecitare l'attenzione e la curiosità. Ma non c'è più nessun meraviglioso da scoprire: il mondo è conosciuto, altri lo hanno già visto per noi. Si tratta solo di andarselo a vedere coi propri occhi: il viaggiatore dell'Ottocento cerca ciò che già conosce, ed è felice quando lo trova. Per Messerotti la baia di Hong-Kong gli sembra "paragonabile (...) al golfo di Napoli", le case diroccate di Ta-ku "fanno pensare alle rovine di Pompei".

La fotografia, che ha già una spiccata tendenza ad omologare si rivela un formidabile strumento al servizio di questa operazione di addomesticamento della diversità, di riduzione del mondo al metro di misura del familiare. Poi, gli uomini. Lo sguardo coloniale è colpito prima di tutto dalle popolazioni come massa di individui indistinguibili gli uni dagli altri. Ma ben presto comincia a distinguere. Una macchina fotografica trasforma qualsiasi viaggiatore in antropologo, classificare è la sua vocazione. Se un'illustre storia evita ai cinesi di finire schedati per sottorazze e tribù, non li scampa però dal diventare "tipi", illustrazioni di un ipotetico volume di "usi e costumi": manichini che impersonano ruoli stereotipi, quelli che l'orientalismo, cioè l'immaginario occidentale dell'Oriente, ha già assegnato loro. I cinesi, comunque, non sono tutti uguali. Per l'occhio coloniale, di cui Messerotti è suo malgrado seguace, esistono due tipi di cinesi: i "poveri diavoli", miserevoli nella loro spaventosa povertà; e i ceti dirigenti, i mandarini dalla raffinata ospitalità, dai modi europeizzanti. Per i primi la rappresentazione è aneddotica, stereotipa; per i secondi, sempre narrativa e individualizzante.

E le donne? Sono la vera delusione di Messerotti: "Non ho ancor veduta una sola cinese che sia non dico bella, né simpatica, ma solo tale da non essere ripugnante". Ma non c'è fotografia coloniale che non includa nel suo repertorio anche il fascino sottilmente erotico del ritratto femminile, Messerotti, alla fine, probabilmente controvoglia, riempie la casella vuota del suo inventario con il reperto più prevedibile: il piede di una tartara massacrato per bellezza; e perché non se ne parli più, paga il suo tributo anche al voyeurismo, facendone occhieggiare, timidamente, un seno. Infine, la guerra. È per questo, dopo tutto, che Messerotti e i suoi commilitoni sono giunti fin qui, anche se l'idea europea di guerra sembra inadeguata a questi luoghi e a queste situazioni Al suo posto il nostro intelligente medico intuisce la nascita di qualcosa di diverso, la guerra coloniale. "Sarò d'animo cattivo...", si preoccupa il buon Peppino, e invece è questa guerra che ha un'altra anima, un altro metro di misura dell'orrore e della pietà: Messerotti, proprio come Pierre Loti, fa immediatamente l'abitudine alla vista dei cadaveri, delle tombe profanate: "in Italia avrei provato un senso di ribrezzo, qui non me ne accorgo neppure".

E la macchina fotografica è scudo e filtro all'orrore: l'occhio si nasconde dietro il mirino, lo sguardo di vetro oggettivizza, allontana, disinnesca la realtà. Ma i soldati-Kodak fotografano soprattutto se stessi. Quel meccanismo di acquisizione simbolica che diventerà cliché nelle instamatic dei turisti moderni, e cioè il mettersi in posa davanti ai monumenti più famosi, fa il suo debutto come occupazione militare dell'immaginario esotico. Un po' truppa in esercitazione, un po' scolaresca in gita, gli ufficiali italiani sciamano fra antichi templi, giocano a tennis nei recinti sacri. Ma se c'è a volte spirito goliardico in queste pose, non c'è deliberata profanazione, non c'è sfregio. Al contrario, quando per loro si aprono i segreti dei palazzi imperiali, l'atteggiamento è timido, impacciato. Lo sguardo coloniale ha già raggiunto il suo scopo nel momento stesso in cui può posarsi dove gli era finora proibito. Non ha bisogno di ridicolizzare né di distruggere i simboli cari ai nuovi sudditi: è sufficiente poterli violare con la vista, e possederli in effigie. È questo, dunque, lo scopo finale, ultimo e fondante della fotografia coloniale: affermare il "diritto di visione" dell'Occidente su ogni angolo del mondo.

Il colonialismo, scopre con rabbia lo scrittore algerino Alloula sfogliando le sfacciate cartoline francesi che letteralmente "svelano" le donne del suo paese, non tollera l'invisibilità. Furono forse i cinesi a capirlo per primi, quando identificarono Thomson con la terribile divinità Fan Qui, il "diavolo straniero" dotato di un sovrumano potere oculare, tanto che, racconta il fotografo, spesso mi guadagnai la reputazione di pericoloso stregone, e la mia fotocamera fu ritenuta un oscuro misterioso strumento (...) che mi dava il potere di vedere attraverso le rocce e le montagne, di penetrare le stesse anime delle persone (...). Ma esiste un elemento irriducibile che inceppa anche i meccanismi più oliati. Lo sguardo del cinese condannato a morte, la sua sfida alla lastra fotografica è il granello di polvere che scardina l'ingranaggio perfetto del colonialismo per immagini. Appropriandosi voracemente dell'intera immagine del mondo, lo sguardo europeo è costretto ad incamerare anche il muto disprezzo degli assoggettati. Che gli si ritorce contro, e lo consuma silenziosamente dall'interno. Un pensatore italiano ha saputo dirlo in due versi: L'indicibile dei vinti/Il dubbio dei vincitori. La coscienza di Giuseppe Messerotti Benvenuti è aperta a quel dubbio. Tornerà in Italia cambiato dalla sua avventura più di quanto sia disposto ad ammettere. Carico di souvenir e fotografie, il turista armato torna a casa ma lascia qualcosa di incompiuto in Cina. Un vuoto, un'assenza di senso, un'insoddisfazione. Fotografo per amor di racconto, Messerotti non è riuscito ad evitare i cliché e gli stereotipi ideologici della fotografia coloniale; ma le immagini non hanno fatto velo alla sua ragione. La fotografia è spesso serva, ma non sempre chi fotografa è un servo.

Tien Tsin

Immagini in catalogo


Tien-tsin, rovine della città cinese;
settembre 1900
Lettera n. 17
Intieri quartieri sono ridotti ad un cumulo di macerie. Attorno alle concessioni per un raggio di quasi un chilometro non esistono che macerie (...) Per un buon quarto d’ora di strada non si vedono che rovine, mattoni a mucchi, con qua e là qualche traccia di muro e qualche rarissimo pezzo di casa rimasto in piedi per miracolo, poi si arriva al Pei-ho ingombro di barche affondate ed arenate.

Tien-tsin, concessione inglese; settembre 1900,
 Lettera n. 11
Vi deve dare un’idea delle costruzioni che compongono la bellissima concessione inglese. È una strada di cui mi sfugge il nome, nella sesta palazzina quella colle cornici bianche, abita attualmente il Generale Waldersee, comandante superiore delle forze internazionali.

Tien-tsin, comando italiano
, settembre 1900-
Letttera  n. 11


Tien-tsin, comando giapponese; settembre 1900

Alla tua sinistra a distanza il mio ospedale, poi le tende dell’accampamento indiano, poi due bandiere prussiane su una casetta e su una villa che loro appartiene e dove abita un comandante d’un reggimento di cavalleria tedesco, a destra un villino con sopra la bandiera italiana (riconoscibile dallo stemma che ha nel mezzo) ove ha sede il comando della nostra spedizione. Confrontalo col comando giapponese e non ti parlo del russo, dell’inglese e del francese, che sono altrettanti palazzoni.

Tien-tsin, Victoria Road; settembre 1900
Lettera n. 11 
Quella torre con bandierone Anglo-Indiano è una delle diverse torri del palazzo della Municipality britannica (ogni concessione ha una municipalità a sé, che si regge con regolamenti e leggi proprie). A destra invece si intravvedono le terrazze dell’Astor House, albergo principale di Tien-tsin e caffé-birreria insieme, ritrovo elegante dove un caffè costa mezzo dollaro. In mezzo vedi un cinese, da quello e dall’altro che sta più indietro a sinistra ti puoi fare un’idea della forma delle loro giubbe e del dove arrivi ai cinesi il sedere dei pantaloni. Il codino non si vede perché i coulis lo portano quasi sempre arrotolato alla testa o al collo perché non dia loro imbarazzo nel lavoro. Fra i due cinesi un soldato americano che si è messo la giubba perché comincia a sentire il freddo.

Tien-tsin, l’ospedaletto italiano; settembre 1900
Pare che finalmente l’ospedale abbia trovato da mettersi a posto. Abbiamo affittati due villini minuscoli ed un appartamento semilurido nella concessione francese e vi abbiamo piantato le nostre tende; i tre villini sono attigui e di libertà. Uno dei due belli serve esclusivamente per ammalati e servizi accessori l’altro serve per ufficiali ammalati e per casa nostra, il terzo per malattie contagiose e diffusibili. Di più gli inglesi, che sono per noi una vera provvidenza, ci hanno dato una loro chiesina elegantissima esternamente, comodissima e semplice internamente, capace di una quantità di letti. Nel pianterreno sotto la chiesa è alloggiata la compagnia di sanità e sono situati i nostri magazzeni, nella chiesa stanno i malati, nella sagrestia divisa in due parti, abbiamo una sala di medicazione e l’alloggio del sottoscritto.

Tien-tsin, ingresso dell’Ospedaletto italiano; settembre 1900
Lettera n. 17
Quel cancello che vedi, mette ad una via privata su cui si aprono i giardinetti di cinque villini tutti di un proprietario. In tre di questi stanno il primo reparto dell’ospedaletto la direzione, l’abitazione degli ufficiali ecc. Sulla porta il Cap. Calegari e Lanza. A destra un albero e la colonna colpiti da una granata che aveva già portato via un pezzo di frontone alla chiesa di S.Louis, che sta di fronte. L’altare era rimasto malconcio, il vento di due o tre giorni fa lo ha abbattuto, spezzandolo nel punto leso.

Tien-tsin, truppe anglo-indiane; settembre 1901
Lettera n. 33
Le facce scomunicate d’indiani, miei vicini di casa a Tien-tsin e mio incubo costante per la loro eccessiva vicinanza al nostro magazzeno. 

Tien-tsin, un forte occupato dai russi; ottobre 1900

Lettera n. 17
 Ti assicuro che per girare la città valgo quanto un altro, ma che entrato per la prima volta di notte nella città indigena, non avrei saputo tornare nello stesso sito neanche di giorno. È un tale labirinto di vie, viuzze e viottoli che di notte, senza una bussola, ci si perde completamente l’orientamento. Di pieno giorno una compagnia di bersaglieri, che doveva attraversarla, senza che gli ufficiali l’avessero visitata mai, ha girato girato ed ha finito per trovarsi davanti al magazzeno della sussistenza che è a due o trecento metri dal quartiere donde erano partiti. Ora a furia d’andarci (sempre in girisciò) ne sono diventato abbastanza pratico, degli ufficiali che ora sono a Tien-tsin sono forse quello che l’ha girata di più e la conosce meglio.

Due policemen del governo provvisorio; ottobre 1900
Lettera n. 19
 Oggi ho trovato due guardie di polizia cinese, attualmente al servizio del governo provvisorio che mi si sono attaccate alle costole e mi hanno fatto vedere tutto quello che vi è da vedere nel loro rione. Sono intelligentissime, le ho ritratte per farvene fare la conoscenza personale. Non potete avere un’idea di quanto siano rispettate dai cinesi e rispettose verso noi ufficiali esteri. Dovunque io andassi ero attorniato da una nuvola di cinesi attratti dal luccichio della macchina fotografica, si vede che ormai ne conoscono l’uso perché quando vedevano che mi accingevo a prendere qualche veduta si facevano rispettosamente da parte, ed invece sono desiderosissimi di farsi fotografare perché quando io faccio loro cenno di rimanere dove erano, il loro numero subito aumentava per gli altri che accorrevano.

Cinesi alla berlina; ottobre 1900
Lettera n. 19
Finalmente sono riuscito a fare due fotografie di cinesi puniti col tavolaccio. Sulle tavole sono incollate delle carte sulle quali è scritta in cinese la sentenza.

Tien-tsin, barbiere ambulante; novembre 1900
Lettera n. 19
Barbieri cinesi ambulanti. I due sedili rientrano l’uno nell’altro, tutti e due riuniti da una parte ed il focolare colla catinella dall’altra d’un bastone di bambù, sono portati in giro dal barbiere, come le nostre contadine portano il latte alla cascina, con un metodo che è comunissimo qui in Cina. Quando il barbiere incontra un cliente, si ferma o sotto una porta od in mezzo alla via, come qui, fa la sua operazione e prosegue. Ci sono però anche molti barbieri a negozio fisso e molti altri a sede fissa, come sarebbero a sede fissa da noi le stazioni dei fiacres.

Negozi a Tien-tsin; ottobre 1900
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Lettera n. 17
Anche nella città europea, ormai sono rientrati i cinesi. Si riuniscono nella Consolar road a mercanteggiare o vanno per le case di commercio pei loro affari come prima della guerra. Si comprende però che il movimento è ancora scarso. I cinesi vestono quasi tutti di celeste, ora però che cominciano a venir fuori gli abiti d’inverno, se ne vede anche di altri colori, specie oscuri. Hanno dei pantaloni larghissimi e bassissimi di sedere, legati dove noi leghiamo le mutande. Sotto hanno le calze e degli stivali di stoffa. Le giubbe sono tutte di una forma e la loro lunghezza varia da quelle delle nostre giubbe a quella di un lungo ulster. Sono larghe colle maniche lunghe tanto da ricoprire completamente la mano; si allacciano per mezzo di bottoni e di lacciuoli fatti come piccoli alamari di fianco cominciando sotto l’ascella destra e andando giù a piombo fino in fondo.

Tien-tsin, ingresso di un tempio; novembre 1900
Lettera n. 19
Ancora l’ingresso d’un tempio. Era poetico in un modo meraviglioso, fra il verde degli alberi ed i colori vivaci delle pitture e delle modanature faceva un bellissimo effetto. Qui l’uniformità delle tinte fa scomparire la parte più bella. Vedi che i chinesini sono vestiti in modo identico ai chinesoni, solo i colori sono più vivaci. Osserva la lunghezza delle maniche di quel cinese di destra (tua) vestito di nero. Gli altri le hanno altrettanto lunghe, ma le portano arrotolate. Nel cinese che gli sta vicino si vede benissimo come s’attacca il codino e quali sono i capelli che lo formano. 

Bambini cinesi; ottobre 1900
Lettera n. 19
Ho fotografato una fila di bambini che fanno i soldati, ma non c’è stato modo di farsi intendere nel spiegare loro di continuare il loro gioco senza occuparsi di me, mi si sono piantati davanti impalati col loro bravo bastone in mano ed ho dovuto fotografarli così.

Tien-tsin, il tenente Muzzioli su un risciò; ottobre 1900------
Muzzioli è in risciò col suo bravo cavallino cinese. È troppo stampata. Muzzioli è in tenuta d’Africa coi pantaloni di tela però. I due farmacisti che sono tutti e due reduci d’Africa, per non farsi una divisa nuova di panno hanno portato quella che avevano ed hanno fatto bene.

Tien-tsin, cimitero cinese; ottobre 1900
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Lettera n. 17
Città chinese antica. Una torre d’angolo. Sotto le mura si vedono numerose casse da morto della solita forma, ve ne sono di tutte le dimensioni e per tutte le età, ve ne sono di nude e di imballate con stuoie e paglia. Contengono i cadaveri di cinesi d’altri paesi morti qui, che secondo un costume della Cina non possono essere interrati che al loro paese, questi feretri stanno lì in attesa che eliminata la nequizia dei tempi ed aumentata la carità dei parenti superstiti qualcuno pensi al trasporto. Qui sotto c’è un lago fetente di... sterco umano liquefatto; quella roba che vedi in terra messa al sole perché si asciughi non è che l’estratto del laghetto. Fra tombe e resto figurati che profumi. In quel laghetto sboccano le fogne di quel quarto della città antica. L’estratto è oggetto d’una industria locale e serve a concimare gli orti splendidi, che circondano la città specie al nord ovest.

Tien-tsin, la cattedrale cattolica; ottobre 1900
Lettera n. 17 
Nel punto in cui in una gomitatura del Pei-ho si getta il canale imperiale formando con quello una specie di lettera T e precisamente di fronte al braccio lungo della T, sorgeva imponente fra le casupole della città, la cattedrale cattolica. Ora non ne rimane che la facciata, che porta tracce evidenti di cannonate. A destra il forte cinese di Tien-tsin che ha maggiormente danneggiato le concessioni europee ed a cui si deve la distruzione della cattedrale. A sinistra, proprio presso la facciata in lontananza un minareto d’una moschea distrutta. In mezzo al Pei-ho un pontone carico di culis.

La via centrale di Tien-tsin; ottobre 1900
Lettera n. 17
La via porta tracce palesi del passaggio dei pionieri della civiltà. Stanno ricostruendola. Dietro il murello di ruderi di sinistra si vede un omino con cappello europeo, quello è un ingegnere che ha davanti a sè il suo bravo “squadro”; stava appunto segnando la nuova linea secondo la quale dovranno essere ricostruite le case. Con una lente si vede molto meglio il tutto. A sinistra in fondo due antenne, con in mezzo due coni rovesciati, indicano la casa di un mandarino dei più grossi, ora ridotta ad un cumulo di macerie, lo stesso dicasi delle due antenne in fondo a destra.

Tien-tsin, quartiere russo; ottobre 1900
Lettera n. 17
Arco che sta davanti all’ingresso di una pagoda nelle vicinanze dell’antica residenza di Li-hung-Ciang. La pagoda era quartiere russo.

Moschea di Tien-tsin; ottobre 1900
Lettera n. 19
È quella moschea di cui ti ho parlato più volte e di cui hai vedute diverse fotografie. Il minareto è conservato benissimo, ora serve di rifugio ad una quantità di piccioni rimasti senza casa e senza tetto.

Moschea di Tien-tsin; ottobre 1900
Lettera n. 17
Un particolare della moschea distrutta di cui ti ho parlato sopra. Dentro la porta di fondo sta una delle solite tombe cinesi, che si può intravvedere nel buio della porta. A destra sulla soglia d’una porta circolare il capitano Calegari. Di questa moschea che mi è sembrata interessantissima, ho fatto altre fotografie che ti spedirò appena avrò potuto svilupparle.

Tien-tsin, il cortile di una pagoda; novembre 1900
Lettera n. 19
Come è fatta questa pagoda, press’a poco sono fatte tutte le altre di Tien-tsin, che ho veduto. Vedutane una, pare di averle vedute tutte, l’unica differenza sta nelle dimensioni. Questa che ti ho descritto è la più grande di tutte quelle che ho visto fin qui. Debbo però ancora visitare una buona parte della città (mi pare che tutti i giorni diventi più grande, ne trovo sempre più vado in là).

Tien-tsin, cortile di una pagoda; ottobre 1900
Lettera n. 17
Padre Geroni in confabulazione con un bel cane di marmo posto di guardia ad una pagoda. A quel cane non manca che una bella pipa in bocca per essere perfetto. Che cosa ne dici della cappellina del Padre? Ora ha messo su un cappello alla lobbia color caffé e latte. Comincia anche a fare un po’ di barba.

L’arrivo alla stazione di Tien-tsin del generale Waldersee; ottobre 1900
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Lettera n. 12
Questa mattina è arrivato il Generale Waldersee, generale di tutte le truppe internazionali. Sono andato alla stazione, ove dovevano recarsi tutti gli ufficiali non impiegati altrove, per salutarlo. Io sono andato in ritardo perché invece delle dieci e un quarto sono andato alle 11 e temevo di non vedere nulla, invece viceversa il generale non l’ho veduto per la ragione perfettamente opposta. … A mezzogiorno il treno delle dieci e un quarto non era ancor venuto; io avevo la macchina scarica, quindi ho preso la saggia risoluzione d’andare a mangiare. Il generale è arrivato a mezzogiorno e mezzo circa, io lo vedrò anche troppo spesso.

L’arrivo alla stazione di Tien-tsin del generale Waldersee;
 ottobre 1900---
Lettera n. 12
Ora che comincia a far freddo (per modo di dire, ma oggi mi sono vestito in panno) si vedono per istrada le più svariate divise militari. Prima tutti erano in tela e, salvo poche eccezioni, le divise erano tutte somiglianti. Solo gli americani ed i tedeschi differivano alquanto dagli altri. I primi erano una specie di garibaldini, ma colla camicia blu scura ed un cappello grigio di feltro alla lobbia, gli altri avevano una giacca-lira-stifelius di tela, colla spaccatura di dietro, del taglio più buffo che si possa immaginare. I francesi, col loro cappottone, sono orribili; i russi hanno degli ufficiali con delle divise nere veramente molto eleganti, sono forse le migliori di tutte. I francesi oltre alla divisa brutta hanno anche gli uomini brutti, tutti mingherlini, pallidi ed emaciati, come se uscissero da un ospedale. Avevano poi un elmo mastodontico che li schiacciava e li rendeva ancor più mingherlini. Bei soldati sono i russi e gli indù. Gli inglesi sono elegantissimi, hanno qui un reggimento cinese portato da Shangai che è sempre lindo e pulito come se lo vestissero di nuovo tutti i giorni.

La stazione di Tien-tsin;
 ottobre 1900----
Lettera n. 12
Il Gen. inglese Lord Campbell in attesa di Waldersee. Nello sfondo il ponte cavalcavia che mette in comunicazione i vari montatoi della stazione. Se ci guardi colla lente, ci trovi sopra a sinistra una signora russa piuttosto bella. Osserva come sono nitide le figurine pure tanto lontane e semoventi. Sale la scala un ufficiale russo.

La consegna della bandiera ai battaglioni tedeschi di Tien-tsin; novembre 1900
Lettera n. 33
Le signore che vedi sono tedesche, mogli d’ufficiali, che hanno seguito i loro mariti fino in Cina. Non ne conosciamo i nomi che per assonanza, non sapremmo scriverli, tanto più che fra di noi le abbiamo sempre chiamate con soprannomi affibbiati loro da Padre Geroni. Anzi a proposito di questo signore, padre Geroni accusato e giudicato reo convinto (senza processo perché superfluo) di simpatia eccessiva per l’abito che porta, è stato condannato a subire un corso di lezioni di morale che gli saranno impartite tutte le domeniche e le altre feste comandate da Marini cap. farmacista. Questi per la circostanza si chiama non più capitano farmacista ma cappellano farmacista, cappellano perché ha cura d’anime, farmacista perché somministra una medicina... morale. E padre Geroni ne ride come sa far lui. Quella signora che è mezzo coperta dalla testa del cavallo si chiama la Reine du Tientsin, l’altra in lungo paletot con crisantemi allo sparato si chiama più modestamente la Jolie femme. Sebbene dalla fotografia non appaia, sono belle tutt’e due, specialmente la prima.

Il consolato italiano a Tien-tsin; novembre 1900
Lettera n. 33
Ieri giorno di S.Martino, genetliaco del Re, si è fatta gran festa. Non mi è mai capitato in Italia di festeggiare tanto questa giornata. È proprio vero che la poesia della patria si sente solo quando se ne è lontani. Il giorno precedente tutti i comandi esteri erano stati avvisati che, nella ricorrenza del genetliaco del nostro Re, il comando delle truppe italiane non avrebbe dato alcun ricevimento, né fatta alcuna manifestazione esteriore di giubilo a motivo del lutto dell’esercito che dura tuttavia. Tutti hanno preso atto dell’annunzio ed hanno mandato semplicemente le carte da visita dei comandanti, ma il generale inglese (Lord Campbell) ha risposto che egli, pur rispettando il lutto dell’esercito e della Nazione italiana, non voleva privarsi del piacere di passare con noi qualche po’ della giornata.

Tien Tsin
Immagini fuori catalogo


TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 11
 Questo è l'ospedaletto. Il primo villino a destra è la nostra casa. Qui si mangia, ivi dormono i miei compagni. Lì pure c'è la direzione. È una casina abbastanza allegra, sebbene prospiciente a nord. Fa seguito a quello un altro villino perfettamente uguale, che però ha davanti una terrazza. Là stanno gli ammalati, specialmente di medicina, anzi ne vedi alcuni sulla terrazza. Di fronte al primo villino ce ne è un terzo un po' più piccolo ove sono la sala d'operazione e gli ammalati di chirurgia, che hanno più bisogno d'assistenza e di medicazioni. Sul fondo si vede un villino alto, sporgente dal tetto dei nostri bassi servizi, che è il circolo militare inglese. Davanti al nostro villino c'era un giardinetto che ormai non ha più fiori; ora ci lavorano dei falegnami cinesi che fabbricano delle brande per gli ammalati. Quei bastoni, che si vedono in terra, di là dalla gradinata, sono precisamente stanghe di bambù destinate a diventare brande. Sulla gradinata Muzzioli Lanza ed il Cap. Calegari. Davanti al nostro ingresso c'era un bel pergolato, ma la vite ha quasi completamente perduto le foglie innanzi tempo, perché è stata in più punti colpita da pallottole di srapnell, forse di quello stesso che ha colpito l'albero e la colonna.

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 11
Nel N°3 vi faccio notare nello sfondo una chiesetta con due pinnacoli abbastanza graziosa, che è la chiesa del cimitero protestante e più in fuori proprio sul margine della fotografia un soldatino russo poco visibile ad occhio nudo, visibilissimo invece con l'aiuto di una lente.

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 11
La N°3 è la veduta del reparto intero. La N°4 è lo stesso veduto dal dietro. La tenda che si vede dietro la chiesa è l'alloggio provvisorio della compagnia di sanità, che stasera stessa passerà a dormire nel piano terreno della chiesa. Di fianco a quella tenda ve ne è un'altra che non si vede e che serve per la cucina della truppa e degli ammalati....La veduta rappresentata dal N°4 è semplicemente a rovescio perché nel mettere la pellicola nel torchietto l'ho messa colla gelatina in fuori. Non l'ho ristampata perché la negativa vale poco e perché la carta qui scarseggia molto. Vedi nel di dietro della chiesa i finestroni che ti ho descritto in un'altra mia. La gradinata e la porticina che sono sul fianco, mettono alla sagrestia ed hanno di fronte una finestra uguale alle altre laterali, ora quella finestra e l'altra che vedi alla destra (tua) del finestrone, sono le finestre della mia stanza, fatta come ti ho detto. Se guardi fra la finestra mia posteriore ed il pilastro d'angolo della chiesa, un po' al di sotto dell'altezza del davanzale, sebbene la fotografia sia molto infelice, vedi un guasto nel muro. Quando sono arrivato io, lì c'era un buco penetrante prodotto da uno srappnell, dentro, nel muro vicino e nella divisoria di legno, che sta di fronte (fra chiesa e sagrestia) esistevano ed esistono tuttora tracce dei proiettili di scoppio dello srappnell. Anzi col coltello ho levato dal legno diverse pallottole. Ora il buco è stato chiuso da un muratore improvvisato, ma le altre tracce esistono ancora. Alla base dell'altro pilastro d'angolo e su in alto nel campanile nel pilastro posteriore di sinistra (tua) esistono pure tracce di proiettili d'artiglieria.

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 11
Ti mando pure alcune altre fotografie che possono avere qualche interesse per te. Il N°2 rappresenta la porta del mio ospedaletto (anzi del mio reparto, perché tutta la chiesa è adibita all'uso di 2° reparto che è il mio) e sulla porta il capo reparto che esce. Anche questa è opera del mio aiutante (si chiama Panteri ed è studente di teologia).

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 17
Io e Lanza sulla gradinata che mette alla sagrestia della mia chiesa.

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 12
Bruciata. Una strada del sobborgo. Vedi come è miserabile il sobborgo; case di terra e di paglia, tettoie di stuoie e simili. A sinistra un cinese con un bel codino cadente dalle spalle, quello è un benestante. In quei sobborghi è sempre un gran movimento, per fare la fotografia ho dovuto aspettare che la via si sfollasse.

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 17
Il Canale imperiale a Tien-tsin, col ponte in ferro. In fondo quasi nel mezzo, quel fabbricato alto è il fianco della facciata della cattedrale cattolica ora distrutta; è quanto rimane della chiesa.

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 17
Una delle vie principali di Tien-tsin, dove si tiene un mercato d'importanza. Vedi che po' po' di cinesi ci sono.

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 17
Nel punto in cui le due vie centrali della città antica s'incrociano, c'è una torre sotto la quale passano le vie stesse. Questa che vedi è appunto quella torre. Le due vie, come vedi, non sono larghe, sono però le più larghe di tutte, non sono diritte, ma viceversa; eccettuato il ponte che è fotografato, sono in massima parte distrutte. Ora stanno, in diversi punti, ricostruendo sotto la direzione di ingegneri europei. Le strade nuove saranno assai più larghe delle antiche, stando alla porta non si vedrà attraverso l'arco centrale, la porta sud e la strada avrà tutta la larghezza della torre. Saranno strade più belle, (europamente parlando) e più comode, ma non saranno più strade cinesi. Le due strade centrali, come vedi, sono lastricate, ma sono ancora come furono fatte, non sono mai state riparate, per modo che nelle antiche strade lastricate non è assolutamente possibile andare in girisciò tanto sono piene di ineguaglianze.

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 17
Veduta della città antica e sobborghi dall'alto della torre nord. La città antica rimane tutta alla tua destra, divisa dai sobborghi, dalle mura, di cui tu vedi la sommità. In mezzo in fondo due antenne con enormi coni rovesciati indicano il sito ove esistono tuttora le case di Li-Hung-Ciang, ora residenza del Governo provvisorio; più a sinistra la facciata della cattedrale, che è lontanissima, più a sinistra ancora la torre di un forte. La torre nord è circa nel mezzo dell'insieme formato dalla città antica e dai sobborghi, il centro commerciale invece è presso l'abitazione di Li-Hung-Ciang, a qualche chilometro di distanza.

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 12
Sobborgo di Tien-tsin. È immenso. La veduta è presa dal ricovero delle vedove, in basso vedi prima delle case una quantità di monticelli di terreno, quello è uno dei mille cimiteri della città, più in là cominciano le case del sobborgo, che è miserabile. Colla lente ci si vedono anche dei cinesi maschi e femmine.

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 12
C'è una confusione diabolica dovuta in gran parte alla copia male intonata, ma ci sono anche dei cammelli che portano terra.
Fotografia non spedita.

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 12
Cortile del ricovero delle vedove dove è accantonata ora la batteria e dove doveva andare l'ospedaletto. In fondo c'e una di quelle porte rotonde tanto frequenti qui in Cina.

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 17
Il Canale imperiale a Tien-tsin, col ponte in ferro. In fondo quasi nel mezzo, quel fabbricato alto è il fianco della facciata della cattedrale cattolica ora distrutta; è quanto rimane della chiesa.

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 17
Uno dei tanti mercati di Tien-tsin.

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 17
Uno dei cani di guardia della pagoda stessa. Muzzioli presso il cane, soldati russi nel fondo. La strada è abbastanza cinese e caratteristica.

TIEN TSIN; ottobre 1900
Lettera 17
Tutte le città cinesi hanno forma quadrangolare. È un rettangolo con quattro porte, al centro dei quattro lati, e due vie che incrociandosi nel mezzo della città la riuniscono a due a due. Sono perfettamente orientate. Questa che vedi è la porta est, attualmente guardata dai giapponesi, la porta ovest l'hanno gli inglesi, la nord i francesi, la sud gli americani. Questa che vedi è presa dall'interno della città antica. Tutto attorno al grande quadrilatero, in secoli posteriori sono sorti quei sobborghi che, divenuti otto o dieci volte più grandi del quadrilatero primitivo, formano la città cinese attuale ed in cui si svolge principalmente la vita commerciale. Quasi in mezzo c'è un chinese che voltandomi le spalle mostra un bel codinone.

TIEN TSIN, ottobre 1900
Lettera 19
Questa è una buona negativa, ma la copia è come il solito. Mi succede spessissimo di mettere le copie alla luce e poi di dimenticarmele perché intanto o leggo o scrivo o faccio altre cose. Questo è il motivo pel quale le copie troppo stampate sono tanto frequenti. Questa rappresenta l'ingresso alla via dì Tientsin in cui sono più numerosi i negozi eleganti. Anche l'ingresso è assai elegante, dipinto come è a colori vivacissimi, sebbene ora un po' sbiaditi pel tempo. Sotto l'architrave si vede la via, cioè si vedrebbe se la copia fosse più chiara.

TIEN TSIN, ottobre 1900
Lettera 17
Ho visitato una casa da the ben conservata, ed ora te ne do la descrizione più esatta possibile. Siamo entrati per caso mentre andavamo, il Capitano ed io, in esplorazione ed in cerca di chineserie grandi e piccole. Un chinesetto molto cortese ci ha condotto da prima in un grande salone che è il teatro della casa. Figurati una grande sala quadrata, attorno alle pareti della quale gira una galleria sostenuta da colonne di legno. Da una parte sporge in mezzo alla sala un palcoscenico aperto da tre lati con due colonne che sostengono (insieme colla parete della sala) tre architravi. In fondo al palcoscenico, dove da noi tengano le scene, dei graticolati di legno con vetri coperti di carta a fiori e di fiori dipinti. Dietro questi vetri due sgabuzzini per gli attori. Di fronte al palcoscenico la galleria e quindi anche lo spazio ad essa sottostante, ha uno sfondo assai maggiore che ai lati; sotto c'è un piccolo altare tutto istoriato che, portato in Europa, formerebbe la meraviglia degli antiquari. Sopra c'è l'altare grande con un Budda monumentale, da una parte il solito tamburone e dall'altra la solita campana a bordi smerlati. Tutte le gallerie (meno la centrale che è occupata in minima parte dall'altare del Budda e nel resto è vuota) giri in platea e sotto le gallerie laterali tavoloni e sedili da caffè (cinesi) o meglio da the. È un vero e proprio caffè chantant come potrebbe esistere in Europa, coll'aggiunta di un po' di chiesa. Usciti dal caffè che è ancora in ottimo di conservazione, essendo completamente sfuggito alle furie civilizzatrici degli europei, siamo passati in un cortile che è quello che vedi nella fotografia. Lì abbiamo veduto venirci incontro coi soliti cin?cin (meno esagitati del solito) il proprietario del locale, che ci ha fatto un mondo di complimenti in cinese e ci ha condotti pel resto della visita. A destra nel muro c'è una porta che mette in un'altra sala da the simile alla precedente ma di molto più piccola. Anche qui c'è, come là, il palcoscenico, ci sono le gallerie, c'è l'altare di Budda che questa volta è a piano terra non sulla galleria che è troppo bassa per contenerlo. Usciti da questa sala, passando sotto l'arco che vedi nel fondo, dopo averlo fotografato, siamo andati a visitare il resto dello stabilimento, che è tutto tempio o meglio pagoda buddista. Quel fabbricato che vedi sul fondo ne è la parte principale. A sinistra (tua) dell'arco vedi appoggiato ad un pilastro la mia sciabola (che allora portavamo ancora),che mi dava noia e di cui mi sono liberato. Di fronte all'arco c'è una pittura cinese a chiaroscuro, che si distingue malissimo ma che è assai curiosa. Rappresenta un enorme drago fra le nuvole. A sinistra, prima dell'arco, l'ingresso alla casa del padrone.

TIEN TSIN
, ottobre 1900
Lettera 17

Davanti alla pagoda c'è un primo cortile troppo piccolo per poterlo fotografare tutto, non ne ho preso che un angolo. Un porticato centrale con due porte laterali sono sormontate da terrazze coperte. Fra il porticato centrale e le due parti laterali, di cui vedi quella di destra, stanno a far la guardia due cagnoni di marmo. A sinistra, davanti, uno di questi cagnoni, a destra in fondo il capitano Calegari. Nelle due terrazze laterali stanno da una parte il solito tamburone dall'altra la non meno solita campana a bordo smerlato che si intravvede nella fotografia sotto il tetto della terrazza. Passando sotto il porticato centrale per andare a vedere il rimanente, abbiamo sentito un puzzo tale da levare il respiro, che noi abbiamo subito riconosciuto per odor di cadavere, non era invece che un grosso ragnaccio morto, in via d'avanzata putrefazione che era in un angolo; i cinesi che ci accompagnavano, padrone compreso, pareva che non se ne accorgessero neppure.


TIEN TSIN, ottobre 1900
Lettera 17
Siamo passati in un secondo cortile dove un grande arco di legno, assomigliante a molti altri che si vedono nella città, ma piú monumentale, precede il cortile vero della pagoda. Un cancello di legno che gli sta davanti impedisce di vedere la base che pure sarebbe interessante. In mezzo il capitano Calegari ed il padrone di casa.

TIEN TSIN, novembre 1900
Lettera 19
Moschea maomettana ben conservata.

TIEN TSIN, novembre 1900
Lettera 19
La stessa (Moschea maomettana). Temevo che le due prime non fossero riuscite, perché per necessità avevo dovuto farle con luce contraria, invece, vedo ora, che quando le avrò stampate un po' meno possono andare.

TIEN TSIN, ottobre 1900
Lettera 17
È il ritratto di un'altra divinità chinese che si chiama Masa-tun. Che cosa sia non sono riuscito a comprenderlo perché la guida ... parlava in cinese. Se però non ho male compreso del tutto, deve essere una divinità cavallerizza, una specie d'un S.Giorgio.

TIEN TSIN, ottobre 1900
Lettera 17
Ingresso d'una pagoda della città cinese vecchia. Qui è quartiere giapponese.

TIEN TSIN,
novembre 1900
Lettera 19
Moschea maomettana ben conservata.

TIEN TSIN, ottobre 1900
Lettera 17
Dentro alla pagoda, che non ho fotografato perché uguale a tutte le altre, ho trovato questo diavolo che pare zoppo, ma che ha invece semplicemente una gamba piegata. È riuscito così male perché non c'era luce nel buio in cui l'avevano confinato. Si vede che i cinesi lo tengono in conto di divinità secondaria, perché il suo altare l'hanno confinato in una specie di sottosuolo. Nella mano alzata ha un pennello, nell'altra un affare d'uso per me ignoto; ha la gobba davanti e di dietro, ha sei corna due corte e quattro lunghe ed è quasi tutto verde. Sotto i piedi ha una testa di mostro.
Moschea maomettana ben conservata. TIEN TSIN,- novembre 1900 Lettera 19
Siamo alle solite, troppo stampata. Rappresenta una via d'un sobborgo di Tientsin. TIEN TSIN,- novembre 1900 Lettera 19
Finalmente sono riuscito a fare due fotografie di cinesi puniti col tavolaccio. TIEN TSIN,- novembre 1900 Lettera 19
Un incensiere davanti all'ingresso di un tempio. Quello che si vede nel fondo non è il tempio ma la porta d'ingresso al primo atrio cortile. Muzzioli, mio immancabile compagno nelle gite in Cina, fa la sua figura in questa come in molte altre fotografie. Dice di non essere stato mai fotografato tanto in vita sua. TIEN TSIN,- novembre 1900 Lettera 19
Fotografia non spedita.

TIEN TSIN, ottobre 1900
Lettera 12
Ufficiali in attesa del Gen. Valdersee alla stazione di Tien-tsin... Troppo stampata. A sinistra col bracciale internazionale il cappellano del reggimento di cavalleria Savarese (quello dal cappellaccio) a destra ufficiali francesi diversi.

TIEN TSIN, ottobre 1900
Lettera 12
Ufficiali francesi a piedi ed a cavallo confabulanti con ufficiali tedeschi.

TIEN TSIN, ottobre 1900
Lettera 12
In mezzo un prussiano con l'elmo a chiodo ed attorno tre o quattro ufficiali giapponesi. Sono tutti piccoli in un modo inverosimile. Tutti i giapponesi uomini e donne sono piccolissimi. Quel giapponese con tante medaglie è uno dei pezzi più grossi del loro esercito. Gli altri sono tutti tedeschi, parte di fanteria, parte di diversi reggimenti di cavalleria.

TIEN TSIN, febbraio 1901
Lettera 33
Gruppo di signore e d'ufficiali che assistono alla rivista.

TIEN TSIN, febbraio 1901
Lettera 33
Stato maggiore internazionale che assiste alla rivista fatta in occasione della consegna della bandiera ai battaglioni tedeschi in Tientsin.

TIEN TSIN, febbraio 1901
Lettera 33
Gli ufficiali italiani presenti a Tientsin nel giorno di S.Martino. Dal basso e dalla tua destra: Cap.Calegari, Cap.De Gaspari, Ten.Lanza, Ten.Orso, Ten.Piovano, Cap. Allievi, io, Ten. Brioschi, sottot. di vascello Premoli quasi nascosto. Fatta nello stesso giorno della precedente. Gli stessi più il generale inglese Lord Campbell che era venuto a fare la visita di felicitazioni pel genetliaco del re.

TIEN TSIN, ottobre 1900
Lettera 12
Chiesa cattolica della concessione inglese. Se ti riesce di trovare la croce ti do uno scudo. I preti inglesi sono prima di tutto inglesi, cioè amanti dei propri comodi, poi preti. La chiesa inglese cattolica ha vicino l'abitazione del prete che è quel villino che occupa quasi tutta la fotografia, accanto al villino c'è quella casetta più bassa con una parte sporgente che spicca troppo poco sul palazzo del Comando supremo delle truppe che le fa da sfondo: quella è la chiesa e, se ti metti, gli occhiali, sul frontespizio che è alla tua destra puoi vedere, di profilo, la croce di pietra. Sullo sfondo il palazzo del Comando con sopra il bandierone imperiale germanico, con tanto di croce nel mezzo. Sulla strada due cipays (?) su due somari carichi di strame acquistato alla moda indiana, senza pagarlo e di pieno giorno. Gli indiani al servizio dell'Inghilterra, sono i ladri più sfrontati di tutta la cristianità e di tutto il paganesimo.

 TIEN TSIN, ottobre 1900
Lettera 11
è l'ingresso d'un tempio cinese ancora chiuso ma intatto e che trovasi nella concessione inglese. Ho sotto stampa alcune altre vedute destinate a darvi un'idea di quello che è la concessione inglese di Tien-tsin, ma non so se farò in tempo a mandarle con questa lettera, se non potrò le manderò con l'altra.

 TIEN TSIN, ottobre 1900
Lettera 17
I due personaggi sono, quello in bianco Muzzioli, l'altro Finocchi, tenente contabile alla sussistenza, due ottimi e cari amici dei quali serberò un simpaticissimo ricordo. In fondo un villino con annesse altre case; il villino era l'alloggio degli ufficiali del (sett°) bersaglieri, le altre case erano il quartiere dei soldati. Ora tutto è stato restituito agli inglesi, legittimi proprietari. I miei due amici sono in un cimitero cinese. Non si direbbe ma e così. Quell'arginello davanti, è il muro di cinta, i due pilestrini sono le porte ed i monticelli conici ed oblunghi di terra che sono dietro, sono le tombe. I cinesi seppelliscono talvolta in cimiteri come questo, altre volte invece mettono le casse in aperta campagna, sopra terra, le coprono e le rivestono di paglia e fango e le lasciano lì. Se ne trovano da per tutto, anche nei punti più popolati della città.

Sources:

  • Text - http://associazioni.monet.modena.it/messerot/introduzione.htm © All rights reserved.
  • Images - http://associazioni.monet.modena.it/messerot/tientsin.htm and http://associazioni.monet.modena.it/messerot/TIENTSIN2.htm © All rights reserved.

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Created: Monday, May 14, 2007; Last updated: Friday, November 30, 2012
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