Renato Ferlin
Ricordi


Tutto il bagaglio con cui Ferlin fuggì dall'Istria: una borsa di pelle che conserva tuttora.

Riccordi del esodo

In un clima di attesa, era grande l'incertezza che si respirava in Istria dopo la guerra. Pola controllata dagli anglo-americani, il resto della regione occupata dalle truppe iugoslave. Incertezza e terrore, perché dilagava la caccia al vinto. E per l'equazione allora imperante, vinto significava italiano, italiano corrispondeva a fascista, e quindi da malmenare. Anche i bambini risentivano della vibrazione di inquietudine trasmessa dai genitori.

Questo il quadro del Paese che si accingeva ad abbandonare, tracciato nel ricordo da Renato Ferlin, nato a Sanvincenti, a 25 chilometri da Pola, esattamente al centro dell' Istria meridionale - come precisa.

Aveva 19 anni quando decise di portare a compimento il progetto di fuga atteso da anni. Ero arrivato a quella determinazione già molto tempo prima - racconta -quando mi ritrovai a crescere in un' Istria per la maggior parte svuotata della propria gente, sostituita da una popolazione arrivata da ogni parte della Balcania, un mondo ed una cultura totalmente estranei ai nostri, tutti i giorni scappava qualcuno. 

E anch' io volli ricongiungermi alla mia identità.

Era l'ottobre del 1958 e per la prima volta le autorità jugoslave avevano dato il permesso agli Istriani di incontrarsi, per mezza giornata al confine di Gorizia, con i parenti residenti in Italia. Soltanto i genitori erano al corrente dei suoi piani; le sorelline, troppo piccole per comprendere, avrebbero potuto piangere o parlarne a scuola. Renato finse di doversi incontrare con una zia di Trieste. Sul treno incrociò il conduttore, il bigliettaio e il poliziotto che interrogava sui motivi del viaggio. C'erano stati molti arresti. Finse di essere parte di un gruppo, che peraltro era all'oscuro dei suoi piani. Arrivato al confine goriziano - lato jugoslavo - s'incontrò con una coppia di amici incaricati di aiutarlo. Su di una Vespa fecero una piccola ricognizione lungo la linea confinaria, per individuare il sito più adeguato alla fuga. Studiati i turni di sorvegliaza della milizia, la sera - saranno state le 21.30 - attraverso i campi riuscì a guadagnare il territorio italiano. Nel timore di sbagliare percorso, decise di non avventurarsi più oltre nella notte. Prima di addormentarmi in un campo di granoturco, recitai un Padrenostro, ringraziando Dio per essere riuscito ad attraversare il confine con la pelle intera. L'unica cosa che aveva portato con sé era una borsa di pelle, conservata tuttora. Dentro c'erano un cambio di biancheria pulita ed un litro di grappa. Ne bevve un lungo sorso e si mise a dormire. All'alba, dopo aver fatto l'autostop, trovò un passaggio. Il signore che lo aveva preso a bordo capì che si trattava di un fuggitivo. Portami indietro e andiamo fuori strada - la reazione di Ferlin. Ma non c'erano problemi, quell'uomo voleva aiutarlo. Dopo una sosta a Gorizia dagli amici incontrati il giorno prima, andò a Trieste. Chiesto asilo politico, venne sistemato al campo profughi di San Sabba. Fece sapere ai genitori del buon esito della vicenda. I miei erano voluti rimanere sulla terra che da sempre era della famiglia ; non pensavano potesse durare quell' occupazione balcanica dell' Istria, che non aveva precedenti nella storia. Pensavano ad una burrasca passeggera. E poi c'erano i vecchi, difficili da muovere; mia nonna per esempio era immobilizzata.

Renato avrebbe voluto rimanere in Italia, ma non c'erano possibilità di lavoro così aderì al programma IRO di emigrazione. Gli diedero una valigia ed un vestito - lo chiamava il vestito delle ortiche per tanto era ruvido. Ma sente di dover ringraziare anche per quello. E nell'aprile del 1959, a Napoli, s'imbarcò sulla Fairsea alla volta dell'Australia, dove arrivò il 10 maggio. A Bonegilla rimase quasi tre mesi, impegnandosi seriamente nello studio dell'inglese e frequentando le lezioni per quattro ore al giorno. Uscito dal campo, trovò lavoro come imbianchino e sistemazione presso un'anziana coppia locale. Non può che avere un buon ricordo della grande ospitalità ricevuta dal popolo australiano.L' inserimento nel nuovo tessuto non fu difficile - racconta. Istriano, appartenente ad una cultura veneta,fino all'anno prima avevo subito l'imposizione di una realtà in cui non mi riconoscevo. Quindi quella australiana fu molto più facile e gradevole da accogliere. In Australia mi rendevo conto di non essere a casa mia e in tal senso dovevo adeguarmi, imparando ad accettare usi e regolamenti. La prima vacanza la trascorse a Natale, in campeggio a Sorrento (località turistica del golfo di Melbourne), portato da una famiglia con cui aveva fatto amicizia. C'erano zanzare, le bull-ants (le formiche toro) che quando pizzicavano facevano male per tre giorni... però ricorda tutto molto volentieri, era tutto bello. Non ha brutti ricordi dell'Australia. Dopo due anni da dipendente, riuscì a mettersi in proprio e ad avviare una ditta di pitturazioni che ancora oggi gestisce con molta soddisfazione. Nel 1995 fu presidente della "Famiglia Istriana", fondata - precisa Ferlin - da un gruppo di coraggiosi istriani, allora senza una sede; oggi conta 180 soci.

Sua moglie, originaria di un paesino della provincia di Potenza, Viggiano, gli ha dato tre figli, tutti laureati ed in carriera, il maggiore addirittura in California. In tutti questi anni a casa sua, la lingua d'obbligo è sempre stata la lingua italiana, arricchita magari da qualche bella parola istriana.

In Istria Renato Ferlin è ritornato dopo dieci anni. Fu una grande emozione ritrovarsi ancora nella sua terra. Non dimenticherò mai quelle strade bianche, il polverone, la prima boccata dell' aria di casa, quando intravvidi da lontano il mio Sanvincenti. Mi fermai a trecento metri dal paese, con il cuore che martellava. E' indimenticabile l' emozione che provai al momento in cui scorsi il campanile, il castello, le mura, le campagne che avevano visto la mia infanzia, dove avevo pascolato le capre, dove andavo a rubar l'uva. Riabbracciò i genitori, in tutti quegli anni sempre vissuti al paese. La gente istriana ha saputo soffrire - puntualizza - sia andati che rimasti; forse i rimasti sono quelli che hanno sofferto di più, non lo si deve dimenticare. Con sua grande soddisfazione, Renato Ferlin ha rivisto i suoi genitori anche in Australia, dove gli fecero visita nel 1971.

Conclude con qualche appunto l'esposizione della sua esperienza. Noi Istriani siamo un pò ' risentiti nei confronti delle autorità governative italiane. Ci sembra di esser considerati degli emarginati, perché per esser riconosciuti come italiani, dopo che abbiamo dato tutto per conservare la nostra identità, per riacquistare la cittadinanza italiana, dobbiamo dimostrare di essere stati italiani.

Dopo il crollo della Jugoslavia, con una procedura molto semplice in Australia sono stati rivisti i suoi antichi documenti di entrata, che lo qualificavano come iugoslavo. E la stessa cosa l'hanno potuta fare anche i suoi figli, che hanno avuto corretto il certificato anagrafico, ora attestante l'origine italiana di suo padre. Come mai le autorità australiane sono intervenute così velocemente e con quelle italiane invece dobbiamo subire tanta burocrazia? - l'appello di Ferlin.

Source:  

  • V. Facchinetti, Storie fuori dalla storia, [publisher] (Trieste 2001).

Main Menu


This page compliments of Renato Ferlin and Guido Villa

Created: Tuesday, July 10, 2001; Last Updated: Tuesday, October 02, 2007
Copyright © 1998 IstriaNet.org, USA