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Sergio Fermeglia
Ricordi
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Una volta a Felicia - L'ospite a pranzo

Quando mi trovavo a casa per vacanze scolastiche, ogni domenica, senza fallo, avevamo ospiti qualche impiegato statale di Fianona, di Albona e di altri comuni. Si presentavano puntuali all'ora di pranzo e dicevano che il maresciallo dei Carabinieri, o quello della Finanza, o il Podestà o il segretario comunale li avevano incaricati di portare il loro saluti ai signori Fermeglia di Felicia.

A me scappava da ridere; mia sorella Sonia mi tirava un calcio sotto il tavolo per farmi smettere. Mamma chiamava Maria (avevamo due domestiche e un domestico) che ci serviva a tavola e mamma le chiedeva di aggiungere un coperto giacché avevamo un ospite a pranzo. Ricordo che una domenica andai io in cucina dalla sala da pranzo, per cercar Maria. La trovai che borbottava: «Ospite del curaz, i xe tuti morti de fame, scroconi, magna per gnente. Tua mamma, la mia cara santola Ada, la xe una santa, mi li mandaria tuti a remengo; tra impiegati statali e petochi (mendicanti) questa casa xe diventada un rifugio pecatorum.»

Povera cara e buona Maria, mi voleva bene come un figlio.


Le nozze del porco

A Felicia durante l'inverno avvenivano le sosiddette "nozze del porco" (i contadini le chiamavano "prascen", "pir"). Tutti i feliciani ammazzavano uno o due maiali all'anno nei mesi di dicembre e gennaio. Il tempo migliore per la macellazione era:  freddo con un po' di bora.

I contadini venivano da papà per chiederli: "Santolo o compare (mio papà e mia mamma erano santoli di battesimo o di cresima di quasi tutto in paese) volessi saver che tempo sarà domani o dopodomani perché volevo copar el porco".  Noi in bottega avevamo un bel barometro belga, molto accurato. Papà gli dava un colpello con l'indice della mano destra per vedere se si muoveva. Sì, domani sarà bel tempo, o no, domani pioverà.

Anche noi si macellava due grandi e grossi maiali all 'anno: uno per la carne, i "large  white" inglesi, e uno per il lardo e strutto, di razza ungherese. Avvenuta l 'uccisione il nostro vicino di casa "zio" Pepi Monti li scorticava, tagliava a pezzi, salava, ci metteva abbondante pepe e lauro e poi li metteva in un grande cassone di legno con pesanti pesi sopra. Il cassone era aperto in fondo con stanghe orizzontali, lo si teneva in un ambiente freddo. Dopo due settimane, il tempo necessario perché il sangue colasse, portavamo tutta la porcina dal Firzic (chissà chi gli aveva affibbiato quel nomignolo), al secolo Francesco Zustovich, che fungeva anche da nonzolo, per affumicarla. Dopo mesi di costante fumo la portavamo a casa e la mettevamo in cantina alfresco con le botti di vino. Da queste affumicature venivano fuori i famosi prosciutti, luganighe e omboli istriani, per me i migliori. Da noi non si usavano insaccare salami; nella bassa Istria mi sembra di sì.

A proposito dei "large white" inglesi, papà aveva iniziato un allevamento di questi bestioni (mio padre tentò tutto).

Il Firzic usava il ginepro per affumicare la porcina e ciò gli costò la vita. Recatosi a Vragna sotto il Monte Maggiore per un carico di ginepro e di bacche di ginepro, fu catturato nei boschi dalle SS e fucilato, vittima innocente della furia nazista.

Con le bacche di ginepro da noi si faceva la "smricva ", bevanda dissetante, non alcoolica, frizzante e diuretica: la si otteneva dalla fermentazione delle bacche di ginepro in acqua. Papà aggiungeva 1 chilo di zucchero per ettolitro.

Alle "nozze del porco" si el invitavano amici e parenti, venuti anche dalle città dove vivevano. I pasti erano pantagruelici: prima brodo, poi fegato, cuore e rognoni con polenta, svazzetto (spezzatino) con gnocchi e fusi, ombolo arrosto, cappucci garbi, verze in tecia, patate arroste, insalata di cappucci freschi; due tipi di pane appena cotti sotto la "cripgna": pane di frumento e pane di granoturco. Tutto in barba al colesterolo ed inaffiato da abbondante rosso locale. I polmoni si bollivano per i cani.

La tavola veniva coperta da tovaglie e tovaglioli di lino ricamato, fresche di liscia e prufumate di lavanda (per le grandi occasioni). Poi venivano i dolci: palacinche, strudel de pomi, pan de Spagna, buchtel, orehgnaccia (dolce di noci) e presniz. Il caffè nero veniva servito col "scorupic" (panna di latte). Naturalmente c'era sempre la bottiglia di potente grappa locale, distillata illegalmente e clandestinamente (de scondon) nell'interno del Cirites, dove i finanzieri della stazione di Porto Fianona si recavano ben di rado e solo per delazione. Dimenticavo i nostri famosi sanguinacci, insaccati di sangue di maiale, riso cotto, uva passa e polvere di cannella (tanto per completare il quadro). Venivano affumicati anche questi.

Purtroppo è un mondo che non esiste più, un mondo "gone with the wind": rimarrà sempre presente nei miei ricordi, incancellabili nella mia memoria, fin che avrò vita.

Reprinted from:

  • L'Arena di Pola, Sabato 12 luglio 1997 - Organo dell'Associazione «Libero Comune di Pola in esilio», Gorizia ITALIA

  • Notiziario Pisinoto, April 1996 (Trieste).


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This page compliments of Sergio Fermeglia

Created: Sunday, February 27, 2000; Last updated: Tuesday, October 02, 2007
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