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Esuli in Canada ma sempre orgogliosi di essere Istriani
di Mario Lorenzutti

Dal Canada ci ha inviato un e mail i giorni scorsi l’isolano Mario Lorenzutti, dopo che la data del 24 maggio gli ha fatto riaffiorare in mente tanti ricordi dei tempi passati. Ecco quanto scrive:

Cari amici,

il 24 maggio in un certo senso è una data storica per me e per tanti altri come me, senz’altro da ricordare…

A quei tempi, anni 1956 - 1960, mi trovavo profugo insieme alla mia famiglia, al campo profughi di Villa Carsia, Opicina. Eravamo in tanti, da tutto il territorio della Zona B dell’Istria. Le prospettive di lavoro a Trieste erano poche in quegli anni, quindi, più di qualcuno scelse di cercare migliori possibilità altrove, visto che il governo italiano e altre agenzie internazionali di alternative ne offrivano. Cosicché la gente scelse di andare chi per l’Italia, chi in Germania, chi in Australia, chi in Canada, America e anche Sudafrica, sperando di migliorare la posizione ed avere un futuro migliore.

I miei amici ed io eravamo ancora quasi ragazzi in quegli anni. Mi ricordo una mattina, mentre giravamo per Trieste, il mio amico Franco ed io, isolano come me, tanto per far qualche cosa, eravamo passati all’ufficio emigrazione, quello situato in via Baciocchi. Demmo un’occhiata nella sala d’aspetto e ricordo le tante foto appese alle pareti: foto di gente nostra, emigrata ormai da qualche tempo, intenta a lavorare, chi il tabacco, chi le canna da zucchero, chi le barbabietole, a seconda del luogo d’emigrazione nei vari continenti. Gente nostra sparpagliata per il mondo.

Avevamo chiesto anche noi se era possibile emigrare negli USA, e come bisognava fare. L’impiegato ci rispose che per il momento l’emigrazione era chiusa. Ma se volevamo intanto presentare la domanda, lo si poteva fare. Tanto – ci dissero – ci vogliono sempre dai 4 ai 5 anni per essere accettati. Noi avevamo già fatto la leva militare ed eravamo già arruolati in marina.. Dovevamo partire ai primi di maggio. Ricordo che, ritornati “a casa” (al campo profughi) e non avevamo menzionato niente a nessuno, neanche ai nostri genitori.

Non era il caso, per il momento. Anzi, come ho già detto ,ci preparavamo per partire a fare i marinai. Qualche giorno dopo, però, un impiegato dell’ufficio emigrazione di Trieste fece una telefonata all’ufficio del nostro campo profughi, chiedendo di noi e lasciò detto di riferire di presentarsi all’ufficio in via Baciocchi per informazioni. Infatti, si era aperta l’emigrazione per il Canada. Ci informarono e ci chiesero se noi eravamo ancora interessati ad emigrare. Se volevamo potevamo farlo. Così, su due piedi, senza pensar troppo alle conseguenze, il mio amico ed io avevamo risposto di sì, che va bene. Ma non avevamo ancora detto niente ai nostri genitori. Le cose andarono molto velocemente, si trattava di partire in poco tempo. Noi intanto avevamo sparso la voce anche ai nostri amici, dicendo loro quello che stava succedendo. Siccome che a quel tempo eravamo giovani giocavamo al pallone, facevamo parte della squadra di calcio Istria di Trieste e quindi posso dire che avevamo tanti amici. E piano piano abbiamo fatto venir la voglia anche a loro di emigrare.

Giunse l’ora di informare i nostri genitori. Ricordo mia madre, incredula, che mi abbracciò e con le lacrime agli occhi non disse una parola ma fece un gran sospiro. Un sospiro che valeva più di un discorso. Mio padre invece mi disse: “Cosa te son mato? Andare’ a morir de fame in giro pe`l mondo. Se ancora fioi. Varda che andar per el mondo no xe così facile”.

Qualche giorno più tardi mio padre, a malincuore, aveva dovuto venire in Prefettura, a Trieste, per firmare il consenso, perché io a quei tempi ero ancora minorenne. E così lo erano tanti altri come me. Ci avevano rilasciato il passaporto, anche quello in via eccezionale, visto che si era di leva. Fummo agevolati perché eravamo profughi istriani. Infatti quando sono arrivato in Canada il passaporto era già scaduto. All’ufficio emigrazione di Trieste ci dissero anche di non portarci appresso soldi.(anche se non era poi che ne avevamo tanti). “Tanto – ci dissero – è già tutto preparato per voi”.Dovevamo andare a lavorare a Chatham, nel Sudovest dell’Ontario, nelle piantagioni di barbabietole da zucchero. Ma poi non fu così.

Il giorno della partenza, mi ricordo, era una bellissima giornata e nel piazzale del nostro Campo profughi, una corriera ci aspettava per portarci alla stazione ferroviaria in città. Dovevamo andare a Roma e là prendere l’aereo per il Canada. Quella mattina non la dimenticheremo mai. Il piazzale del campo era gremito di gente. Si può dire che tutti erano presenti, anche quelli che non avevano parenti o conoscenti che dovevano partire. Un avvenimento a dir poco e nessun voleva perderlo. Eravamo tutti giovani e nessun di noi era sposato. Quanti occhi lucidi, tante lacrime, quanti abbracci, quante raccomandazioni, quanti sospiri!

La nostra gioventù istriana andava per il mondo. Qualcosa stava veramente cambiando per sempre, sia per noi che per quelli che rimanevano. Quando la corriera si mise in movimento qualcuno gridò: “Ciao Istriani! Bon viaggio e che Dio ve benedissi!" Nessuno di noi a bordo di quell’autobus parlava. Forse per la prima volta ci rendevamo conto di quello che stava effettivamente accadendo. Scendendo dall’altipiano si scorgeva in fondo all’orizzonte la costa Istriana, ben delineata. Vedevo in lontananza la mia Isola, pensando in cuor mio: chissà se la rivedrò mai più. Poi il possente Duomo di Pirano, Punta Salvore...

In cuor nostro gli davamo forse l’ultimo saluto. Chissà se torneremo ancora. Chissà se rivedremo più i nostri cari. Chissà se rivedrò più la mia ragazza… quante cose mi passarono per la mente in quel breve tragitto

Ricordo che qualche anno prima, quand’ero ospite al Collegio Semente Nova, di Don Marzari, a Trieste, spesso osservavo dalla terrazza la partenza dei nostri istriani, a bordo della navi che salpavano dalla Stazione Marittima alla volta dell’Australia e del Nord America. Non avrei mai immaginato che un giorno dovesse capitare anche a me. Partimmo in cinque amici, da Opicina e posso dirvi che tutt’oggi, 46 anni dopo, siamo ancora vicini. Viviamo nella stessa città. Siamo ancora amici e non abbiamo mai dimenticato le nostre origini. Siamo sempre orgogliosi di essere Istriani e ciascuno dei nostri figli in Canada considera ognuno di noi quasi parentela visto che ci ha conosciuti da sempre. Questo è il 24 maggio per me e per i miei amici.

Ciao a tutti dal Canada

Mario Lorenzutti, isolan

Tratto da:

  • http://www.edit.hr/lavoce/060617/esuli.htm


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This page compliments of Mario Lorenzutti

Created: Saturday, June 17, 2006; Last updated: Wednesday, November 28, 2012
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