Noris Moscarda Ragusa
Ricordi


Una storia fuori dalla storia

Nei registri anagrafici compare iscritta come Eleonora, nome al quale i genitori dovettero ricorrere per l'impossibilità di battezzare i figlioli con nomi stranieri al tempo della sua nascita. Una famiglia di Dignano la sua: la mamma, il papà operaio a Pola (nel '36 sarebbe poi andato a lavorare in Africa), un fratello più grande (in seguito operativo presso il Genio della Marina a Pola), lei ed il fratello gemello. Abitavano nella casetta lasciata dai nonni materni, emigrati in Argentina. Una casetta in pietra, piccola, ma pulita e tenuta con amore; per lei la più bella casa del mondo. Aveva appena undici anni quando scoprì il nefasto significato della parola guerra. Ai suoi ricordi di bambina sono legati terribili episodi di violenza, di cui fu involontaria ed inerme testimone. Una tragedia che ancora adesso le capita di rivivere in qualche incubo notturno. Erano tempi duri, c'era fame e povertà. La mamma aveva venduto tutto quello che poteva:  le lenzuola per un po' d'olio, le coperte per un po' di zucchero. Per necessità, Noris aveva imparato a chiedere: molto popolare fra le sue compagne, quando le amichette volevano giocare con lei, si faceva dare una tazza di farina o d'olio, piuttosto che dei fagioli o della legna. Alla fine del conflitto, la mamma si era trovata al paese, sola con i due gemelli: il marito in Africa, prigioniero degli inglesi, il figlio maggiore prelevato dai partigiani. L'ufficiale responsabile delle truppe titine insediatesi nel villaggio le assegnò di cucinare per il suo reparto. Forniva le derrate, era una brava persona. Insegnante, si interessava anche di farmi studiare - ricorda Noris. Era quello uno degli aspetti grotteschi assunti dalla guerra. Più che il conflitto, erano gli odi interpersonali a dettar legge in quel tempo.

Un po' alla volta il paese cominciò a svuotarsi. Era il 1946. Anche sua madre pensò fosse arrivato il momento di andarsene. Partirono di notte. La mamma non aveva più niente da portare con sé. In una borsa mise solo i suoi ricordi, racchiusi in alcune foto, e le lettere del marito lontano. Si aggregarono al gruppo di compaesani che stavano organizzandosi per scappare. Una riunione quasi biblica in una casa al di fuori del paese; prima di partire una grande polenta collettiva, mangiata con le mani - il racconto di Noris. Viaggiarono per un po' su ferrovia, in un carro merci; poi, trasbordati su camion, qualcuno li aiutò ad arrivare a Trieste. Per coprire quel percorso, furono necessari sei giorni. La prima sistemazione fu al silos. Fra i ricordi di quel periodo anche la nonna di un'amichetta, una figura avvolta nello scialle nero, seduta fra i bagagli nel marasma di quell'enorme contenitore; piangeva per quello che aveva dovuto abbandonare, per tutto il sacrificio dei suoi genitori, per il lavoro suo e del marito, di tutta una vita. E fra le masserizie del silos, morì.

Anche nonna Moscarda aveva sofferto tanto per aver dovuto abbandonare i luoghi d'origine. Benestante, nell'isola di Brioni aveva gestito un albergo con annesso stabilimento balneare. Lì, anche Noris aveva trascorso giorni felici durante la sua infanzia. Vi arrivava sulla barca usata per traghettare la striscia di mare che la separa da Fasana. Espropriata dal nuovo regime, la nonna per qualche tempo aveva vissuto con la nuora a Dignano, dove si rese protagonista di un episodio clamoroso, che preoccupò non poco i suoi familiari per le possibili conseguenze. Nella piazza del paese, incrociati due militari - ufficiali suppone la nipote - li apostrofò dicendo: Buongiorno signori, ci avete rubato le nostre terre ed i nostri ricordi. Viva l' Italia! E sventolò un tricolore. Non ci furono provvedimenti, in considerazione dell'età. Morì in un campo profughi di Vicenza con la sua bandiera sotto il letto.

Noris e famiglia nel '47 vennero mandati a Cremona. Il campo profughi era allestito presso una scuola. Non c'erano pareti, la nostra vita era di tutti - ricorda Noris. A Natale mi commossi fino alle lacrime per un signore che suonava il violino. La mamma faceva servizi presso qualche famiglia; io, per poter continuare gli studi cercavo qualche lavoro, ma invano; la gente diffidava di noi profughi. Giunse almeno la notizia che il papà era salvo.

La famiglia si ricompose a Trieste nel 1948, ma dal settembre 1955 Noris è in Australia, dove si è sposata con un siciliano da cui ha avuto due figli. Oltre che il nome ne ha assunto anche la cadenza dialettale.

Nella sua casa di Melbourne però conserva tuttora i ricordi portati dall'Italia: foto, libri, una scatoletta con la terra di Dignano. ...E la bandiera di sua nonna.

Noris Ragusa racconta:

Sono di Dignano d'Istria, nata nel 1931; anni brutti quelli della mia infanzia, anni tristi della guerra. La guerra ha lasciato in me ricordi che non si possono dimenticare, fame, freddo, rifugi, sporcizia e morti; le nostre belle terre, italianissime, perdute e l'Istria con tombe senza nome.

Ricordo con tanto amore il paese di Dignano, un paese che per me era una città. Eravamo una famiglia di operai, ma unita da tanto amore. Eravamo io e mio fratello, gli unici gemelli nel paese, coccolati da tutti. Potevo avere undici anni, e ricordo che nella piazza c'era una gran confusione, una voce dura, precisa, diceva "italiani, entriamo in guerra". Era la voce di Mussolini, io non sapevo cosa fosse la guerra, ma ero spaventata; presi mio fratello, me lo tenni stretto al cuore e piangevo; avevo paura. Infatti fu una tragedia. Il mio papà era in Africa, molti in quei tempi vi andavano perché mancava il lavoro, povera mamma con tre figli da sfamare.

Il tempo peggiorava, gli uomini sparivano. Dove? Ero troppo piccola, non sapevo, non potevo capire, la vita era così bella, così allegra. Così cominciò l'esodo, io ero romantica, pensavo che anch'io un giorno me ne sarei dovuta andare, e volevo mettere dentro il mio cuore i ricordi più belli, i ricordi delle cose tanto amate, le vendemmie con i vicini, la preparazione del vino, la polenta con il maiale, le sarde salate, l'allegria. Abitavo in un piazzale vicino alla chiesa, tutti per me erano zii. I miei erano operai a Pola.

Pensavo che il mondo era cattivo e alla sera pregavo. Facevo dei pensieri tanto più grandi per la mia età. Ricordo quando con la barca andavo a Brioni, dalla nonna che gestiva un albergo. Quell'isola era un paradiso, vialetti pieni di ciclamini che mia cugina raccoglieva, metteva nelle scatole e mandava a Milano. Prendevo la barca a Fasana; quel tragitto per me era una grande avventura. Capodistria, Portorose, paesi belli da far sognare. Anche mia nonna dovette lasciare l'isola e la misero in un campo profughi a Vicenza. Povera nonna, è morta là di dolore.

Era un periodo molto pericoloso: partigiani, fascisti, non si capiva niente. La nonna mia andò nella piazza dove era il caffè Negri, vide due in divisa, penso che lei parlò ma loro non la capirono, allora con un brivido di terrore la nonna tirò fuori la bandiera e gridò "Viva l'Italia!". Non la misero in prigione, pensando che non aveva i sensi. Io stavo sul muretto del campanile, guardavo la piazza in lacrime, pensando che io pure dovevo andarmene. Ma dove? Di mio papà non si sapeva più niente, se fosse vivo o morto  Mio fratello maggiore aveva bisogno di medicine, era ammalato di cuore, ma una sera lo portarono via i partigiani. Noi tutti scappammo nelle campagne, avevamo paura, disperazione. La mamma era rimasta con i suoi tesori più grandi, le foto e le lettere di papà; non le era rimasto niente altro. Mamma aveva venduto tutto per sopravvivere. Le foibe erano piene di gente viva e morta. Quando siamo tornati al paese, c'erano gli jugoslavi.

Abbiamo lasciato tutto, la casa, il letto, i mobili, i vestiti, tutto. Abbiamo attraversato il confine per Trieste. Ormai sono vecchia, ma porterò con me nell'eternità l'Istria, terra dei ricordi più belli, terra amata, i paesi dove andavo a piedi a fare una passeggiata, Gallesano, Pola dove andavo a piedi, le chiesette di campagna, come quella della Madonna della Traversa. Sapevo dove era nascosta la chiave, ero là a pulire l'altare, a mettere i fiori. Ho domandato e mi hanno risposto: "non c'è più, l'hanno portata via".

L'esodo fu triste nei campi di raccolta di Udine e poi di Cremona. Poi, finalmente, dopo undici anni, arrivò papà che era prigioniero in Africa. Esodo triste, parola non capita perfettamente da chi non l'ha provato, così come non è capito il seguito della mia vita, l'emigrazione qui in Australia. Ora, quando vedo in televisione tutte quelle terre dove soffrono, parlo ai miei figli che non possono capire quello che ho sofferto io, o per meglio dire noi esuli istriani. Parlo di un mondo che non esiste per loro; mio marito è siciliano, neanche lui mi capisce, non crede alla bellezza di quella terra che porto nel cuore. Sono partita ragazzina, ora sono vecchia, la vita è cambiata, abbiamo forse qualcosa di più con i sacrifici fatti qui in Australia, ma i nostri dolori, i nostri pianti, la malinconia di un passato che non potrà mai tornare, il nostro calvario, chi li pagherà? Io vorrei che quanti leggono, capissero quanto ho scritto con il cuore, con un cuore istriano.

Il mio mondo è qui, lo so, ma ho lasciato là, in Istria, le cose più belle, là sono abbandonate le tombe dei miei nonni. Soffro ancora perché il mio cuore è istriano, e tale è rimasto. Questa è la terra dei miei figli, ma come in uno scrigno ho conservato l'amore istriano, la nostra cultura che mai si perderà. Che Dio benedica tutti gli esuli istriani che sono per il mondo.

Source:

  • V. Facchinetti, Storie fuori dalla storia, [publisher] (Trieste 2001).

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This page compliments of Renato Ferlin and Guido Villa

Created: Wednesday, Tuesday, July 10, 2001; Last Updated: Sunday, February 21, 2010
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