Antonio Neumann
Ricordi


 

«C'ero anch'io»

Sono un ex dipendente della "Voce del Popolo" a 3.000 dinari al mese. Non tema, non ho rivendicazioni salariali. Rivendico soltanto il fatto che nelle attuali celebrazioni del sessantesimo anniversario dell’uscita in stampa del giornale non sia mai stato citato il mio nominativo pur risultando esso nell’elenco dei suoi fondatori. Il mio nome è Antonio Neumann, fiumano piuttosto patocco essendo nato il 16 febbraio 1924 a Fiume in Via dell’Acquedotto al numero civico 4 in una casona popolare di quelle dette a ringhiera. Il perché sia nato proprio lì pur essendo stato parte di una famiglia più che benestante è un’altra storia.

Fatto è che nel novembre o dicembre del 1945 io fui assunto in qualità di correttore di bozze alla redazione della "Voce del Popolo", a quei tempi collocata in via Ciotta, proprio di fronte al Cinema "Fenice" e alla "Sala Bianca". Entrando dal portone in via Ciotta e salendo pochi scalini si giungeva ad un lungo corridoio all’inizio del quale, sulla destra, c’era la stanza con due scrivania, una occupata dal direttore dott. Erio Franchi e l’altra dal suo particolare collaboratore, Lucifero Martini. Di fronte a tale stanza era posta la redazione sempre fornita da due scrivanie opposte, una occupata dal redattore Turk (non rammento il suo nome) e l’altra dai collaboratori di cronaca sportiva occasionali, Ettore Mazzieri (sport e varietà), Renato Tich (sport e al tempo impaginatore effettivo), Nini Barbalich (tuttofare), io (sport per pallacanestro, atletica e sci e correttore di bozze effettivo).

Sempre nel corridoio e a sinistra dall’ingresso la stanza dei traduttori dal croato, Segnan (non rammento il nome) e due ragazze, una biondastra segaligna e la mia morettina Nives (Vidigoj, ndr). Quindi, le scale per salire alla tipografia commerciale vera e propria e, sempre a sinistra, gli stipetti in fila per gli indumenti per le ragazze della tipografia. Infine, proprio in fondo, la piccola stanzetta dei correttori di bozze, un anziano capitano amministrativo dell’esercito italiano ovviamente in borghese, un mio coetaneo, Piccoli ed io. Il capitano in genere si addormentava, con il capo poggiato al tavolo di lavoro verso le 22 per risvegliarsi di primo mattino. Quindi ci arrangiavamo da soli, io e Piccoli, correggendo le stampe e facendo la spola su e giù nell’ampio locale sottostante diviso in due metà. Nel primo c'erano dei lunghi banconi che contenevanoi caratteri di stampa e sopra i quali venivano posati i ripiani in acciaio levigato per l’impaginazione vera e propria delle pagine. Intorno ad essi si affaccendavano i proti che, in base alle indicazioni di Tich, collocavano le listelle incollonate dei piombi; ad un lato le linotype con i loro operatori. Nell’altra parte dello spazioso locale, la massiccia presenza della rotativa per ora ancora immota. Nelle brevi soste del nostro lavoro di correttori si faceva qualche scappatella al piano di sopra dove le ragazze del turno notturno della tipografia commerciale ci accoglievano in malo modo facendoci scappare per le sconcezze dei loro discorsi.

Sì, nel lontano dicembre del 1945 la "La Voce del Popolo", è tutta qui. Il dott. Franchi è una bravissima persona, Martini è un bonario Lucifero. Non sentiamo per niente la pesante atmosfera che regna in città o ci giunge forse attutita. Non si parla assolutamente di politica e non vengo sottoposto ad alcuna pressione. Al mio arrivo mi sono presentato per quello che sono, un ex repubblichino dell’esercito della R.S.I. (umile fantaccino in grigioverde posto a difendere dai partigiani la linea ferroviaria lungo l’Isonzo da Gorizia a Klagenfurt, nella tratta da Salona a Canale d’Isonzo). Mi sfottono, questo si, specie Martini, che mi aiuta e che mi vuole bene come me lo dimostrerà venticinque anno dopo, quando insistette affinché riprendessi il mio posto in redazione senza badare al fatto che, in quell’occasione, mi trovavo a Fiume come direttore di macchina di una nave italiana in breve sosta.

Dopo qualche mese da correttore di bozze vengo promosso a redattore della seconda pagina, quella della cronaca locale e qualche puntata in terza sotto l’occhio attento di Martini. Chi cerca di sedurmi in qualche maniera al suo modo di sentire le cose è Nives, la piccola traduttrice morettina. Tenta di trascinarmi dappertutto, mi fa entrare nella corale dei Grafici, mi convince ad entrare in casa sua e preparare insieme manifesti per una qualche manifestazione, arriva perfino a farsi accompagnare dal sottoscritto a Borgomarina per trascorrere la mattinata facendo lavoro volontario per una nuova strada. Dopo una mezz’ora di piccone e pala a torso nudo e ricoperto di sudore appiccicaticcio rinuncio e la convinco a venire a fare una nuotata rinfrescante al "Bagno Riviera".

Accadde improvvisamente dopo due o tre mesi di redazione, non so se per una malattia o una rinuncia di Tich, Erio Franchi mi propose di assumere il compito di impaginatore. Accettai con giovanile entusiasmo anche se le ore di lavoro si allungavano. Alle 19 mi presentavo al direttore per un esame del materiale a disposizione per la stampa, facevamo insieme un tracciato della prima pagina con gli schemi di collocazione dei titoli e caratteri di titolazione e un'occhiatina alle pagine successive specie se le elucubrazioni di Tito debordavano nella seconda. E il dott. Franchi mi fu accanto per circa una settimana e poi mi lasciò alla responsabilità dell’impaginazione con i due maestri proti a me vicini e prodighi, nei primi tempi, di suggerimenti. Mi spiace non rammentare più i loro nomi.

Osservavo spesso i giornali stranieri che a noi giungevano per seguirne gli stili, era l’epoca dei titoli in parallelo ed io mi ingegnavo di sistemarli in tal modo. Era un gran bel lavoro e il direttore non mancava di elogiarmi dicendomi "Lei ha 'mahatz' per fare l’impaginatore. Ovviamente dovevo sovrintendere anche l’operato dei correttori di bozze, dei maestri, dei linotipisti e dell’addetto alla rotativa esaminando ogni tanto le pagine che fuoriuscivano per verificare che l'inchiostratura fosse uniforme fino all’ultima tiratura. Ero diventato così bravo che con una sola occhiata alla pagina completa e prestampata riuscivo a rilevare errori ed inesattezze.

Non mancavano i problemi. Alle volte lo spazio previsto per una determinata pagina era eccessivo ed allora dovevo tagliuzzare gli articoli senza offendere chi lo aveva steso; oppure mi mancava lo spazio sufficiente per completare la pagina ed allora, lì, sul bancone di composizione, una volta esaurito il materiale, dovevo buttare giù un articoletto in corsivo per un elzeviro su fatterelli popolari in città. C'erano sempre pronti anche orari ferroviari, elenchi telefoni pubblici, vecchi avvisi pubblicitari, ecc.

Continuavo sempre a collaborare con articoli sportivi su quegli sport e me più congeniali. Ripeto, era un gran bel lavoro. Ma poi le cose iniziarono a mutare. In redazione giunse un tipo taciturno, dissero che era un ingegnere (non ne ricordo il nome), pochi anni dopo lo incontrai a Genova, un freddo riconoscimento a mo' di saluto. Più tardi mi capitò di leggere il suo nominativo su "Il Secolo XIV". Era implicato in non so più quale procedimento giudiziario. Arrivarono il figlio di Elio Vittorini e Giacomo Scotti se non vado errato, ragazzi che non riuscivo ad inquadrare. L’ambiente si raffreddò, la quasi festosa collaborazione con la redazione (battaglie di cartacce, rovesciamenti di cestini in testa, lanci di aereoplanini di carta ecc., tra Franchi, Turk, Barbalich e me) ebbe termine, i rapporti con i nuovi divennero unicamente professionali.

Nel frattempo andavano avanti le pratiche per l’"opzione" alla cittadinanza italiana per me e per i miei genitori (mio fratello e mia sorella erano da tempo in Italia) finché giunse il momento di doversi recare al Consolato italiano a Zagabria per ottenere il passaporto provvisorio ed iniziare l’imballaggio delle cose di casa. Erio Franchi tentò in tutti i modi di trattenermi a Fiume. Conversammo a lungo. E fu una conversazione per me molto difficile. Stimavo Franchi, stimavo i miei compagni di lavoro, mi trovavo ancora bene ma mi rendevo conto che le cose andavano mutando. E poi c’era il mio richiamo per la vita di mare (mi ero diplomato nel 1943 nella sezione Macchinisti Navali dell’Istituto Tecnico Nautico C. Colombo di Fiume). C’erano le difficoltà economiche della mia famiglia, la sua divisione tra Fiume e l’Italia. Troppe cose. E così lasciai la "Voce", mi sembra agli inizi del 1948.

Cap. S.D.M. Antonio Neumann

Tratto da:

  • La Voce del Popolo, 21 gennaio 2005 - http://www.edit.hr/lavoce/050121/speciale.htm

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Saturday, March 15, 2008. Last Updated: Wednesday, November 28, 2012
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