Memories
People


Lucciole, un sigaro toscano e la rocca delle vedove

[Tratto da Vento di Terra di Paolo Rumiz, MSG Press (Trieste, 1994), cap. XII.]

Si fa sera, una lepre passa rasoterra sul prato come una palla di schioppo, nei buio del bosco le prime lucciole tracciano segnali in codice. La campagna istriana suggerisce incontri del terzo tipo. Visioni, sogni, cortocircuiti emotivi ti prendono di sorpresa, quando non pensi a niente o il cervello è concentrato in gesti meccanici, ripetitivi, come la cura dell'insalata nell'orto; il lampo di una metafora può folgorarti durante la sfalciatura dei rovi sul sentiero davanti a casa, o nell'attimo della potatura di un ramo d'olivo.

Nel suo eremo di Giurizzani, dove si chiude cinque mesi all'anno senza telefono e senza «fughe» verso la civiltà urbana, Fulvio Tomizza racconta i piccoli segreti del suo bioritmo creativo. Nei mattinieri la «piena» delle immagini irrompe dopo il lungo «vuoto» del sonno. Bevuto il caffè, lo scrittore sale nello studio, di getto riempie fogli di scrittura minuta e caotica. Ma appena la vena si esaurisce, scende in campagna, anche per cinque minuti, a controllare lo scalogno o i fagiolini. L'orto è solo un alibi, perché la pausa serve ad acchiappare al volo i collegamenti cercati invano a tavolino.

E non è soltanto un dialogo tra fatica fisica e creazione letteraria. E anche una questione di forbici. Appena una piccola parte del lavoro del contadino è fatto di raccolta. Il grosso è fatto di taglio, falce, ripulitura, potatura. Ebbene, anche lo scrittore deve difendersi dall'assedio dei rovi, deve sfrondare, semplificare. E spesso tagliare una pagina inutile gli da la stessa gioia del frutto nuovo di una sola immagine.

Si cena all'aperto: radicchio, ossocollo, pecorino e Malvasia. Tomizza mette sulla brace due bistecche, la moglie Laura racconta come ha vinto, lei cittadina, lo choc del grande silenzio della campagna. Questa campagna che altro non è se non la proiezione, ingrandita uno a mille, della mente del suo uomo. Perché camminare tra le cavedagne e i campi di orzo non è solo entrare nelle radici istriane, nelle fonti di una letteratura. È viaggiare fra i neuroni e i flussi umorali dello scrittore, nella geografia intima del suo processo creativo.

Qui, racconta Tomizza indicando i suoi terreni, le donne a mezzogiorno portavano ai contadini il minestrone o la polenta col sugo, l'acqua fresca tagliata con un po' di aceto per ingannare la sete. Qui l'orzo comincia a ripiegarsi su se stesso, come un'arpa celtica, segno che sta maturando. E qui l'uva, guarda com'è pesante e ricca quest'anno. E questo vecchio olivo, che sboccia sempre per ultimo, osserva com'è pieno di fiori. E le cipolle, le erbette rosse, le zucchine, le bietole, il granturco per fare i «bobici».

È il momento del sigaro toscano, quello che più si spegne e più è buono. La campagna umida emana una pace incomparabile, diffonde il profumo femminile delle rose selvatiche e quello maschile del timo. C'è un senso di presagio sul cielo istriano, un presagio ricco e opprimente. «li grande evento nuovo - dice Tomizza - è la scoperta dell'istrianità da parte dei croati»; proprio nel momento in cui tutti, attorno all'Istria, parlano di «patria», ceco che qui sboccia il concetto di «matria», di «Heimat».

È una riscoperta che si sviluppa come una variabile indipendente dal revival della presenza italiana. Ma né Zagabria, né Lubiana, né Roma sanno l'affascinante, dolorosa complessità di questo mondo. Arrivano nubi pesanti, il vento muove i fiordalisi fra le spighe del grano. Forse ci sarà un temporale, ma qui, verso Salvore, la pioggia inganna; i contadini dicono che da queste parti «o li le sòfighi o li te neghi». Fa buio, le lucciole si fanno più vicine. È arrivata l'ora della civetta.

Se il Quieto è l'aorta dell'Istria, Montona ne è il ventricolo sinistro. L'avvitamento della strada in salita attorno al colle da il capogiro, tutto ti scorre vertiginosamente davanti come in un film. Campi e vigne a perdita d'occhio, il bosco di San Marco, la terra dei Morlacchi, il campanile di Portole, Sovignacco, il mare, le lande spoglie verso la Ciciarìa. Qui finivano i dominii di Venezia, Pisino era già Austria. Venezia crebbe sul fango e sul legno, e trasse molte delle sue palafitte da qui, da queste gigantesche querce di fondovalle che più stanno in acqua e più diventano robuste.

Ed è anche penitenziale, dura, questa lunga salita verso la rocca feudale dei signori, alta e implacabile sugli uliveti e il fiume. Se c'è un posto dove, nel dopoguerra, il secolare antagonismo fra città e campagna dovette far da detonatore alla pulizia etnica, quel posto è di certo Montona. Perché Montona, pur piccola, è una città a tutti gli effetti. Nonostante le mura cadenti, conserva la nobiltà di una Corlona, sul lago Trasimeno. Mi disse un giorno lo scrittore belgradese Dragan Velikic: c'è molta più urbanità in un centro istriano di mille abitanti che in un centro serbo di centomila. La grande Niš è molto meno città della minuscola Montona.

Ma quanti sono davvero gli italiani a Montona? Nel '45, quando dalla cittadina se n'erano andati solo i più compromessi col fascismo e pochi altri, il nuovo regime comunista censì 1180 italiani su 5300 persone. [He speaks first of Montona, as the city of Montona, but then gives the numbers for the entire commune...] Quegli italiani erano concentrati nella rocca; il contado era prevalentemente croato. Negli anni successivi gran parte delle famiglie istro-venete fu cacciata, l'asilo italiano fu chiuso, anche parecchi croati se ne andarono, e il quadro etnico cambiò profondamente con l'arrivo di funzionari belgradesi, di popolazioni vicine all'Ungheria, di genti dalla Slavonia o dalla Serbia. Pure la demografia cambiò, con uno spopolamento inesorabile della campagna.

Così nel censimento del '91, effettuato non più da Belgrado ma da Zagabria, la popolazione scende a 2600 persone, con la rocca abitata praticamente solo da vedove. Molti, per la prima volta, si dichiarano «istriani», perché ogni altra appartenenza nazionale sta loro stretta. E appena 126 persone si dichiarano italiane. Tre anni dopo soltanto, nel 1994, le Comunità degli italiani nella stessa area registrano mezzo migliaio di iscritti. Com'è possibile?

L'esplosione può essere spiegata in parte col fatto che nel '91 c'era ancora una certa prudenza a dichiararsi italiani. Ma in parte può essere spiegata con i successivi effetti della legge Boniver, che in situazioni di guerra autorizza il permesso di soggiorno in Italia per i membri della minoranza. La prospettiva di sfuggire alla chiamata alle armi, il sentimento antinazionalista di alcuni o la prospettiva di trovare lavoro meglio retribuito hanno fatto sì che molti «sanguemisto», pur scarsamente «latini» come cultura, si iscrivessero alle Comunità degli italiani.

Così, gli osservatori meno interessati concordano nel ritenere che nel '91 il numero fosse viziato per difetto dalla paura, e che viceversa quello del '94 sia viziato per eccesso dall'opportunismo. E che la verità, come sempre, stia nel mezzo.

È difficile capire dove il revival degli italiani è autentico e dove è falsato da calcolo economico o da altre considerazioni. Che non tutto sia spontaneo, osserva il sociolinguista polese Srdja Orbanić, lo dimostra il fatto che in Istria, nelle famiglie miste, aumenta la conoscenza dell'italiano ma diminuisce quella del dialetto Veneto, ormai privo del suo habitat naturale e sempre più sostituito, per ragioni economiche, dal triestino. Si impara l'italiano come si imparerebbe l'inglese, una lingua straniera necessaria.

Ma pure la «geografia» dell'incremento lascia qualche dubbio. Nel Montonese, per esempio, il più forte «salto» di iscritti all'Ui si concentra non nella rocca ma nel contado, dove la presenza italiana fu sempre minima. Sono situazioni che rischiano di frenare il revival là dove esso è l'autentico riaffiorare di qualcosa di antico, rimasto mimetizzato per un quarantennio di paura. Ma comunque sia, questa improvvisa esplosione di istro-veneticità nelle cittadine dell'interno preoccupa anche una parte dell'Unione degli italiani, per motivi diversi e talvolta in collisione fra loro.

C'è chi teme che la legge Boniver alla fin fine provochi un nuovo esodo, specie dei cervelli migliori; c'è chi ha paura di adesioni insincere alle Comunità; e c'è chi semplicemente non vuole che la «torta» dei contributi dall'Italia diventi più piccola in presenza di un aumento di fruitori. E chi, alla fine, teme che «piantare bandierine» ovunque serva solo a creare seggi elettorali per certa oligarchia dell'Ui, oppure a irritare sul piano demografico le autorità di Zagabria - terrorizzate dall'idea di una snazionalizzazione dell''Istria - e dunque a impedire il dialogo su temi pratici come l'apertura di asili per la minoranza. Ma c'è pure chi vorrebbe trasformare l'Ui, da società chiusa, in una moderna rete di centri culturali aperti a tutti.

Questi conflitti fanno sì che, per assenza di una strategia coerente, le Comunità appena nate (come quelle di Sterna, Momian, Castagna o Visinada) restino quasi senza aiuti, e già diano segni di agonia. Le strutture a Montona altro non sono che una fotocopiatrice in casa del presidente Enrico Pissach. Il quale dice: «Senza soldi dall'Ui niente asilo; senza un asilo non si ha voce in capitolo; senza voce in capitolo non si riuscirà mai a ottenere soldi per gli asili. Un circolo vizioso». «Pazienza per i soldi» dice, «ci aiutassero almeno con i consigli». È davvero difficile vedere in queste comunità timide, quasi stupite di esistere, i segni di un «espansionismo» nazionale. Ed è strano che Tudjman, quando tuona contro gli italiani di casa sua, oltre a ripetere i falsi storici titoisti, oltre a buttare erroneamente sul piano etnico una tensione che è tutta politica ed economica fra Istria e Zagabria, non si accorga che i primi a essere imbarazzati dalla crescita delle Comunità sono proprio gli italiani.

Image source:

  • http://web.tin.it/arici/photo/lettsto/tomizza.html (no longer available)

Main Menu


This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Thursday, July 20, 2006; Last updated: Tuesday, October 02, 2007
Copyright © 1998 IstriaNet.org, USA