Lino Vivoda
Ricordi



In questo quadro di fuga biblica

[Tratto da Giulio Bedeschi, Fronte Italiano: c'ero anch'io, la popolazione in guerra, Editore Mursia (Milano, 1987), «In questo quadro di fuga biblica» di Lino Vivoda (Imperia), p. 97-107.]

«Osserva bene - mi disse mio padre posandomi una mano sulla spalla - perché uno spettacolo simile non lo vedrai mai più!». Eravamo a Pola, la sera del 10 giugno 1940, sulla riva del porto militare, vicino all'imbarcadero della stazione di partenza degli idrovolanti dell' «Ala Littoria» che collegavano giornalmente la città con Venezia ed Ancona, ed io avevo da poco compiuto nove anni.

Nel porto del capoluogo dell'Istria, quella sera, tutte le numerose navi erano illuminate a festa. Lungo la banchine dell'Arsenale erano ormeggiati i cacciatorpediniere e gli incrociatori leggeri; giù in fondo, a sinistra verso Vergarola le flottiglie della scuola MAS ed a destra, allo scalo di «Scoglio Olivi», le unità della scuola sommergibilisti. Al centro della rada una nave da battaglia, possente nella sua stazza, e più in fondo la diga foranea il transatlantico «Rex», piccola città galleggiante. con le centinaia di luci che si riflettevano sul mare: uno spettacolo davvero affascinante. Nella città istriana, che assieme a La Spezia ed a Taranto costituiva allora il triangolo di fortezze marittime, la Regia Marina celebrava, quel giorno, la propria festa annuale in ricordo dell'impresa di Premuda e da poche ore, col discorso di Mussolini alla nazione diffuso dalla radio, avevamo saputo che l'Italia era entrata in guerra.

Iniziava cosi la partecipazione italiana al secondo conflitto mondiale, con funeste conseguenze per noi e per la nostra città, al termine del quale s'era avverata la profezia fattami quella sera da mio padre: gran parte di quelle navi erano finite in fondo al mare, e le poche rimaste mai più avrebbero gettato l'ancora a Pola, abbandonata l'8 settembre del 1943 e perduta definitivamente dall'Italia col Trattato di pace del 10 febbraio 1947. Sino ad allora comunque, per me ed i miei concittadini, per sette lunghi anni sarebbe durato praticamente il conflitto, anche dopo la cessazione delle ostilità sui fronti. Un lungo e doloroso martirio le cui conseguenze scontiamo ancora oggi, dispersi dall'esilio per le vie del mondo.

Ripercorrere mentalmente le tappe del nostro calvario costituisce quindi un doloroso riaccendersi di sensazioni e di ricordi tremendi, tuttavia necessario al fine di documentare «a futura memoria» fatti ed avvenimenti altrimenti soggetti a non trovare alcun riscontro nella storiografia ufficiale dell'Italia odierna, per la quale l'incommensurabile sacrificio sopportato dalle genti giuliano-dalmate nella seconda guerra mondiale viene oggi misconosciuto e sminuito, quando non taciuto del tutto. È quindi con tale intento documentativo che trova giustificazione la carrellata di vicende che segue anche se, a stretto rigore, costituisce solo una esperienza di vita vissuta.

L'inizio della guerra non fu particolarmente sentito in città, salvo alcune partenze di conoscenti richiamati, ma già dopo alcuni mesi incominciarono le tristi notizie; tré giovani che abitavano nel mio palazzo erano partiti per la guerra: Camillo era affondato con la nave in combattimento e Bruno, anch'egli in marina, era stato dato per disperso. Due miei zii erano militari: Nini, imbarcato sui MAS, era stato tratto in salvo dal naufragio nelle acque dell'Africa Settentrionale, Vittorio si trovava in Grecia con le truppe d'occupazione.

Incominciammo a capire di più la realtà del pericolo bellico quando, nell'aprile del 1941, l'Italia dichiarò guerra alla Jugoslavia. Allora precauzionalmente la città di Fiume, posta al confine, venne sgomberata dai civili con un dettagliato piano di sfollamento coordinato dal Dott. Carlo Stupar. In quell'occasione alcune decine di motoscafi carichi di fiumani, giunti nella nostra città, erano ormeggiati lungo la riva; incuriositi, andavamo a guardare «la gente scappata per la guerra». Il conflitto si risolse nel giro di pochi giorni con l'occupazione italo-germanica dell'ex Regno dei Serbi-Croati-Sloveni e tutto ritornò tranquillo. La Dalmazia, liberata dalle truppe italiane, finalmente redenta veniva unita al Regno d'Italia. Si coronava cosi il sogno di generazioni di dalmati anelanti alla ricongiunzione con la Madrepatria sin dalle lotte Risorgimentali. In fin, dei conti, si diceva, valeva bene la pena di qualche sacrificio causato dalla guerra se il tricolore ora sventolava liberamente dalla vetta del Tricorno alla foce del Bojana. Nei mesi seguenti qualche raro allarme aereo serviva più che altro per provare le sirene, abituare la gente ed esercitare le batterie antiaeree, ma le esperienze di altre città avevano suggerito di iniziare gli scavi di numerosi rifugi nella roccia dei sette colli cittadini sui quali, a somiglianza di Roma, si estendeva la città. Iniziativa poi rivelatasi provvidenziale.

Il perdurare della calma fu una breve illusione. Piombò su di noi l'armistizio dell'8 settembre 1943 con l'incredibile caos di notizie contraddittorie, assenza di direttive ed abbandono dei posti che portò allo sfacelo delle forze armate italiane al grido disfattista «tutti a casa!». Nell'Istria, abbandonata dai presidi militari italiani, scoppiò l'insurrezione partigiana slava fomentata da agitatori giunti dalla Jugoslavia che si scatenarono contro l'elemento italiano massacrando a migliala cittadini inermi, rei di essere patrioti italiani. Incominciava così anche per noi la triste realtà della guerra con angosce ed orrori.

Mi trovavo allora per le vacanze estive a Gallignana, un piccolo borgo montano popolato da agricoltori e minatori, nel centro dell'Istria, distante 8 km da Pisino, già antica residenza medievale dei vescovi di Pedena. Sin dalla notte colonne di soldati, sbandati dallo sfaldamento del Regio Esercito in Balcania, cercavano disperatamente il passaggio nelle strade intasate per rientrare alle loro famiglie. Una desolante visione, deprimente ed impressionante per la penosa condizione di quegli uomini affranti estremati, che la gente del posto cercava di ristorare con acqua e fette di polenta. La gran parte deviava poi verso Pola nella speranza di trovare un mezzo per imbarcarsi, essendo la strada Fiume-Trieste ormai bloccata nelle vicinanze di questa città da nuclei di soldati tedeschi. Ma le navi della Regia Marina avevano abbandonato Pola già dal mattino del nove settembre, a cominciare dalla Divisione navi scuola dell'Accademia Navale, seguita più tardi dalla corazzata «Giulio Cesare» con tutte le altre unità della base navale; quindi decine di migliaia di militari rimanevano quivi imbottigliati. Circa 300 soldati germanici appartenenti alla «Kriegsmarine», per la maggior parte sommergibilisti, s'erano asserragliati intanto sull'isolotto di Scoglio Olivi in attesa di rinforzi. Questi giungevano da Trieste, la sera del 13 settembre. Un migliaio circa di uomini guidati dal maggiore delle S.S. Hertiein. L'ammiraglio Strazzeri che comandava la piazzaforte iniziava cosi con l'ufficiale tedesco le trattative firmandogli la resa di quasi 45.000 uomini che venivano concentrati nei recinti di alcune caserme guardate dall'esterno da poche decine di soldati tedeschi. Immediatamente incominciò l'avvio dei prigionieri verso i campi di concentramento della Germania. Durante i pochi giorni che durò lo sgombero totale, la cittadinanza si mobilitò per sfamare quei poveretti che erano privi di vettovagliamento. E le donne ed i ragazzi di Pola, guidati dal parroco del Duomo don Antonio Angeli coadiuvato da don Felice Odorizzi, sfidando le sventagliate di mitra che le sentinelle tedesche ogni tanto sparavano per prevenire fughe, divisero le scarse razioni di guerra per sfamare «quei poveri fioi, che mori de fame».

Le tre più grandi città - Trieste, Fiume e Pola - erano cosi presidiate dai tedeschi mentre tutto il resto dell'Istria subiva la pesante occupazione dei partigiani slavi che avevano decretato l'insurrezione generale. A Pisino, nel centro dell'Istria, il 13 settembre, in un «Plenum» appositamente convocato venne proclamata da parte degli insorti l'annessione alla Jugoslavia di tutte le terre della Venezia Giulia. Rese anche possibile questo evento, che peserà sul futuro della regione, il colonnello comandante il presidio militare italiano della cittadina, al quale pertanto va attribuita sul piano storico una parte di colpa, poiché rifiutò ai cittadini italiani le armi per difendersi dagli slavi, coi quali trattò invece la resa dei suoi soldati consegnando tutto l'armamento. Consentì cosi l'entrata nell'abitato delle bande di partigiani slavi che iniziarono, come nel resto del territorio, la cattura degli esponenti italiani, facendo strage di innocenti con l'orrenda morte in decine di foibe - le profonde voragini che sprofondano come pozzi naturali nel terreno carsico - che assursero da allora a triste notorietà con un sentimento d'orrore che accompagnava il sussurrato racconto dell'atroce fine delle vittime di cui erano pregne.

A Gallignana, ove mi trovavo, l'insurrezione mobilitò tutti i maschi reperibili, compresi vecchi e ragazzi: bisognò creare nascondigli per occultare le armi recuperate dal disarmo dei soldati sbandati, scavare rifugi e appostamenti, trasportare ed accantonare viveri e munizioni. Poi giunse in paese una banda comandata da un efferato capo partigiano: in due riprese, il 21 e 23 settembre, imposto il coprifuoco e fatti rinchiudere tutti gli abitanti nelle case, massacrarono una quarantina di prigionieri trasportati con la «minadora» (la corriera con il cassone di legno senza finestrini e un'unica portiera sul retro, che trasportava i minatori alla miniera di carbone dell'Arsa). Erano tutti civili italiani ad eccezione di tre soldati tedeschi, tra i quali un «bielorusso» che gridava « fratelli pietà per i miei figli» nella propria madrelingua comprensibile a chi parlava croato. In mezzo agli sventurati anche un sacerdote, don Tarticchio, che venne martirizzato ed oltraggiato morente asportandogli i genitali e conficcandoglieli in bocca. Alla sera, poi, giocando a carte ed ubriacandosi, nei locali della scuola elementare trasformati in luogo di bivacco e prigione, gli autori della carneficina si spartirono gli effetti personali delle vittime, denudate prima dell'esecuzione. Queste non furono quindi mere azioni di guerra, se tali vogliono essere le giustificazioni di certa storiografia di parte: le esecuzioni venivano dappertutto precedute da orribili sevizie, con sadica voluttà distruttiva, infierendo spesso anche sui cadaveri. Uno dei metodi più feroci per sopprimere le vittime, legate per i polsi col filo di ferro l'una all'altra in gruppi di parecchie persone, consisteva nel mitragliare i primi della fila posta sull'orlo del baratro che così, cadendo, si trascinavano dietro vivi gli altri: sfracellandosi di balza in balza giacevano quindi agonizzanti sul fondo assieme ai cadaveri e le loro urla s'alzavano spaventose nella notte.

Ai primi di ottobre giunse notizia che i tedeschi stavano scendendo da Trieste, rastrellando tutta l'Istria, con incendi ed uccisioni di rappresaglia, e la banda abbandonò il paese. Da allora fu ogni notte la fuga nei boschi a dormire all'addiaccio per la paura di ciò che le S.S. avrebbero fatto scoprendo il massacro perpetrato dai partigiani nei pressi del paese; ciononostante i più - italiani e slavi - attendevano il loro arrivo come una liberazione dal terrore.

Preceduti da due bombardamenti di «Stukas» su Pisino e Gimmo, nei giorni a cavallo tra la fine di settembre ed i primi del mese seguente, i tedeschi giunsero a Gallignana il 6 ottobre di primo mattino e facemmo in tempo a gettarci a capofitto nella valle che scendeva verso Pedena, nascondendoci negli anfratti del terreno, mentre sparavano all'impazzata dall'alto del paese. Accanto a me un giovane che aveva alzato il capo per guardare venne falciato da una sventagliata di mitraglia ed un vecchio che scappava venne ucciso vicino alla «fortezza» posta all'inizio del paese. Poi la cattura ed il concentramento nella piazza di tutti gli uomini presi, mentre bruciavano due case nelle quali era stato trovato materiale partigiano e le bestie alzavano i loro lamenti, impazzite dalla paura e dal dolore, nelle stalle in fiamme. Ero febbricitante per le notti passate all'addiaccio e facendo appello alle poche parole di tedesco apprese dai sommergibilisti germanici a Pola, al cantiere navale «Scoglio Olivi», dove lavorava mio padre, mi feci coraggio e vedendo un tenente assieme al parroco don Attilio Mauro gridai «Herr Offizir, ich bin ein Mussolinijugend. Ich bin krank» [translation?] Gli altri furono portati al Castello di Pisino da dove poi vennero spediti a Dachau trovandovi quasi tutti la morte nel «lager».

Ritornai a Pola ove dal 9 gennaio del 1944 iniziarono i pesanti bonbardamenti anglo-americani che distrussero gran parte della città e causarono un centinaio di morti. Durante il bombardamento improvviso del «Corpus Domini», mentre correvo verso il rifugio scorsi una bambina terrorizzata davanti la cappelletta del «Cristo» che aspettava i suoi e che conoscevo di vista abitando difronte al suo fabbricato. La strappai da quella posizione e mentre scoppiavano le bombe, trascinati dagli spostamenti d'aria raggiungemmo fortunosamente il sicuro riparo scavato nella roccia del colle del «Castello». Alla fine del bombardamento apprendemmo che il padre, la madre ed il fratello della bambina erano morti nel crollo del loro palazzo centrato dalle bombe: anche della cappelletta rimaneva solo un mucchio di macerie. E così continuò per noi la guerra: allarmi diuturni, bombardamenti, notti passate nei rifugi, vitto scarso delle razioni tesserate, paura del domani. Fino alla fine di aprile del 1945 quando il conflitto si esaurì ed ovunque nella regione all'occupazione tedesca subentrò l'occupazione partigiana jugoslava.

La fine della guerra nella nostra regione fu contrassegnata ovunque da aspri combattimenti. È luogo comune che a cacciare i tedeschi siano stati dappertutto i partigiani slavi, ma ciò vale soltanto per alcuni centri, fatta eccezione per Pola dove si verificò un caso particolare. Il maresciallo Tito aveva dato l'ordine, da lui stesso confermato in un discorso a guerra finita, di precipitarsi ad occupare quanta più parte fosse stato possibile della Venezia Giulia, nonostante gli accordi prevedessero l'occupazione del territorio sino ai confini del 1939 da parte degli anglo-americani. Il possesso, in sede di trattative, costituiva il novanta per cento del diritto - precisò - e cosi le formazioni partigiane, tralasciando di liberare la capitale della Croazia, Zagabria, e quella della Slovenia, Lubiana, si precipitarono verso Trieste con l'intenzione di raggiungere il fiume Isonzo, meta delle loro aspirazioni annessionistiche.

A Gorizia, in mano di volontari italiani già dal giorno precedente, gli slavi giunsero il 1° maggio e subito disarmarono gli italiani ed iniziarono le uccisioni e le deportazioni nei campi di concentramento jugoslavi, che divennero presto tristemente famosi al pari dei «Lager» tedeschi per le torture e le eliminazioni cui i prigionieri venivano ivi sottoposti: nomi come Prestrane e Borovnica assursero a famigerata notorietà in tutta la regione. Lo stesso giorno i partigiani slavi entrarono a Trieste, dove gli insorti del C.L.N. italiano dal 30 aprile erano praticamente padroni della città salvò tre caposaldi - il porto, il Tribunale ed il Castello - nei quali i tedeschi resistevano in attesa dell'arrivo delle truppe anglo-americane alle quali arrendersi. Anche qui iniziarono subito il disarmo degli armati italiani ed il C.L.N., braccato ora dagli slavi, dovette rientrare nella clandestinità. All'arrivo dei soldati neozelandesi del Gen. Freyberg i tedeschi s'arresero, ma per la città non vi fu pace: le truppe alleate si rinchiusero nei loro acquartieramenti e gli slavi continuarono a spadroneggiare con la loro pesante occupazione. Appena il 3 maggio invece gli slavi entrarono a Fiume e subito disarmarono la Guardia di Finanza, i Vigili del Fuoco, i Vigili Urbani e gli altri italiani che presidiavano la città dopo la ritirata dei tedeschi. La stessa notte incominciarono a trucidare, tra gli altri, tutti i capi del movimento autonomista zanelliano. Penetrarono e irruppero nottetempo nelle case massacrando con indescrivibile ferocia e deportando oltre duemila fiumani.

A Pola, ove i partigiani slavi giunsero la sera del 2 maggio, i tedeschi continuarono i combattimenti, sperando sempre nell'arrivo degli Alleati, asserragliati in un triangolo - Fabbrica Cementi, Stoja e Forte Musil -circondato da due lati dal mare, da dove dominavano tutta la città. Ricacciarono ogni tentativo d'assalto con dolorose perdite tra gli assedianti, per lo più giovani del contado reclutati all'ultima ora. Fu l'ultimo presidio germanico in Europa ad arrendersi, l'8 maggio, assieme a Berlino. Immediatamente si scatenò la carneficina da parte dei vincitori sui prigionieri. Decine di tedeschi disarmati furono sgozzati con un coltello da macellaio da un capo partigiano, che poi assurse ad una alta carica nell'amministrazione slava cittadina, e precipitati in mare dall'alto delle grotte. L'ammiraglio Waue, comandante le truppe tedesche della guarnigione di Pola, fu prelevato alla sera della resa dal campo di aviazione di Altura, dove i prigionieri erano stati concentrati, assieme ad alcuni ufficiali del suo stato maggiore e fucilato. Era un gentiluomo di stampo antico che - caso probabilmente unico in tutta la seconda guerra mondiale - prima di ritirarsi dalla città fece affiggere un manifesto di saluto alla cittadinanza, di scusa per i disagi causati e di ringraziamento per il contegno civile dei polesi nonostante le difficoltà del momento. Dal campo di Altura furono prelevati anche alcune decine di appartenenti alla Decima Mas, che in funzione di ordine pubblico dopo il ritiro dei tedeschi avevano presidiato gli edifici pubblici, firmando in tal senso un concordato di resa con il comando partigiano. Fecero una fine orrenda: legati in cerchio in un bosco nei pressi di Sissano, in località Monte della Madonna, furono fatti saltare con cariche di esplosivo poste al centro del gruppo e fatte deflagrare.

Iniziò così anche per Pola il periodo di terrore dei «quarantacinque giorni» durante i quali un migliaio furono i cittadini infoibati dagli slavi. Le carceri di Via dei Martiri erano zeppe di prigionieri sotto la sorveglianza di un capo carceriere dal significativo nome di battaglia: «Satana». Questi vessava non solo i prigionieri, ma anche i familiari delle vittime che angosciati facevano la fila avanti il carcere per avere notizie dei propri cari. Una notte verso la fine di maggio, per sfoltire il carcere, centosessantuno prigionieri, uomini e donne, vennero prelevati ed incolonnati, con i polsi legati col filo di ferro, portati attraverso la città e la campagna sino a Fasana, un paese distante alcuni chilometri, sulla costa prospiciente le isole Brioni. Quivi furono imbarcati sulla motonave «Lino Campanella» per essere trasportati a Fiume ed avviati poi nei campi di concentramento jugoslavi. La nave salpò al mattino presto e nel canale dell'Arsa saltò su una mina: allora dalle scialuppe di salvataggio la scorta slava incominciò a mitragliare quanti erano riusciti a gettarsi in acqua ed annaspavano disperatamente cercando di rimanere a galla avendo le mani legate. Pochi furono i superstiti che raggiunsero la riva, tra questi il mio maestro delle elementari Ermanno Mattioli. Ricatturati furono avviati ai famigerati campi di «rieducazione» dei nemici del popolo.

Solo ai primi di giugno, dopo contrastate trattative e tensioni con gli iugoslavi, gli Alleati subentrarono nell'amministrazione di parte della regione, occupando oltre Trieste, anche Gorizia, Muggia e Pola città, per le quali finiva così l'incubo del terrore titino. Ma restavano in mano iugoslava quasi tutta l'Istria, Fiume, le isole del Carnaro e Zara.

Sotto l'amministrazione anglo-americana la cittadinanza potè dare finalmente sfogo ai propri sentimenti d'italianità a lungo repressi. Memorabili manifestazioni riempivano le strade di Pola di cittadini invocanti la madrepatria: Italia! Italia! era il grido lanciato come un'invocazione in faccia all'Adriatico con lo sguardo rivolto verso la sponda italiana dall'altra parte del mare. Con una pubblica sottoscrizione venne finanziata l'uscita di un quotidiano, «L'Arena di Pola», attorno al quale si strinse come bandiera d'italianità, tutta la città. Grandiose dimostrazioni s'ebbero all'arrivo della Commissione che doveva stabilire i confini, a fine marzo 1946, alla quale venne mostrato l'autentico volto nazionale della città. Gli slavi, inviperiti dalla resistenza degli italiani di Pola, meditarono la vendetta. Il 18 agosto 1946, mentre migliaia di persone festeggiavano a Vergarola il sessantesimo anniversario di costituzione della Società Nautica «Pietas Julia», antico sodalizio sportivo irredentista sorto sotto il dominio austro-ungarico, con il nome che riprendeva l'antico appellativo di Pola ai tempi dell'Impero romano, ed assistevano alle regate in programma, emissari slavi fecero esplodere 28 mine accatastate sulla spiaggia alle quali nottetempo erano stati applicati detonatori a comando. Fu una strage con 68 morti identificati, alcune casse di membra umane raccolte sulla spiaggia e nel mare antistante, decine di feriti. La città si racchiuse nel suo dolore e la risposta fu la dichiarazione di 9.000 famiglie che in caso di assegnazione della città alla Jugoslavia avrebbero scelto la strada dell'esilio. Ma la sorte di Pola era stata già decisa altrove, senza accogliere la richiesta di plebiscito avanzata dagli esponenti cittadini in nome di quei principi per i quali le Potenze Alleate avevano asserito, con la dichiarazione di San Francisco, di entrare in guerra per garantire il diritto all'autodeterminazione dei popoli.

Il 10 febbbraio 1947 a Parigi l'Italia firmava «obtorto collo» le clausole punitive del «Diktat» che la costringeva a cedere alla Jugoslavia (alla quale mai erano appartenute nei secoli della loro storia) le province di Zara (Dalmazia), Fiume (Carnaro), Pola (Istria) ed oltre la metà del territorio di quelle di Trieste (Carso) e Gorizia (Isontino), ove la nuova linea di confine tagliava in due la città e sino le tombe del Cimitero. Invano in un disperato gesto di protesta a Pola, Maria Pasquinelli, lo stesso giorno, uccideva il comandante inglese del presidio alleato, brigadier generale Robert De Winton. Oltre trecentocinquantamila Istriani, Fiumani e Dalmati sceglievano cosi il muto plebiscito dell'esodo per non rinunciare - col passaggio della terra natia ad uno straniero al quale in duemila anni di storia mai era appartenuta - alla Patria italiana, alla Libertà ed alla Fede religiosa dei padri e per sfuggire al genocidio che il comunismo iugoslavo del maresciallo Tito attuava nella regione perseguitando con l'atroce morte nelle «foibe», considerandoli oppositori da sterminare, i patrioti italiani che difendevano tali valori. In questo quadro di fuga biblica, particolare significato assunse l'esodo da Pola di tutti i suoi abitanti che abbandonarono le loro case imbarcandosi sulle navi, nel gelido febbraio del 1947, e spopolando nel giro di un mese e mezzo la città, attirarono per un momento l'attenzione del mondo intero sull'ingiustizia che veniva a colpirli senza consentire loro un libero plebiscito per la scelta della Stato al quale appartenere.

Il nostro turno di partenza, predisposto dal Comitato Esodo, fu stabilito col «quarto convoglio» (viaggio) del piroscafo «Toscana» diretto ad Ancona: destinazione La Spezia. Come tante altre famiglie che non avevano voluto lasciare agli slavi neanche i loro morti, portammo in esilio con noi anche la salma di mio fratello Sergio, deceduto nello scoppio di Vergarola quando aveva da poco compiuto 8 anni. C'imbarcammo sulla nave sabato 15 febbraio 1947 e la mattina dopo la nave abbandonava la città, in quel triste gelido inverno, con a bordo 2.300 polesani. Ma quello che pochissimi sanno è il fatto che un milite della «Civil Police» sventò un attentato compiuto da un agente dell'OZNA che aveva introdotto a bordo due valigie di esplosivo. Nei piani degli slavi, in mezzo all'Adriatico, sarebbe dovuta scoppiare così un'altra carneficina, più grande di quella che avevano procurato a Vergarola. Mentre la nave s'allontanava, e sui ponti tutti guardavano con le lagrime agli occhi allontanarsi la maestosa mole dell'Arena, simbolo della città, e poi le coste dell'Istria, s'alzò come una mesta preghiera il coro «O Signor che dal tetto natìo», che più tardi nei lunghi anni e dolorose esperienze d'esilio, verrà sostituito dall'accorata invocazione del «Va' pensiero».

Ad Ancona fummo accolti dalle urla dei comunisti, che agitavano i pugni chiusi in risposta al nostro sventolio di tricolori, ed un cordone di truppa in armi faceva barriera tra gli scalmanati e la nave all'attracco. Altri polesani, a Venezia, facevano l'esperienza traumatizzante dei dissacranti sputi dei comunisti allo sbarco delle salme di Nazario Sauro, l'eroe istriano medaglia d'oro e dei marinai dell' «F.14» portate via da Pola col «Toscana» durante un altro viaggio. Perché tutto questo? In gran parte anche perché l'opinione dei militanti comunisti era fuorviata, per quanto concerne l'esodo da Pola, dalle velenose corrispondenze menzognere del giornalista inviato dell' «Unità», edizione milanese, che aveva etichettato gli esuli come «pescicani fascisti fuggiti alla giusta reazione del popolo lavoratore». Per confutare i suoi scritti mistificatori il quotidiano triestino dell'epoca, «La Voce Libera», dedicò nel numero del 15 febbraio 1947, un ampio servizio di alcune pagine di cronaca fotografica dell'esodo documentativa delle condizioni di «gente del popolo» di gran parte degli esuli. Ecco perché già alla sera del nostro arrivo ad Ancona vi furono le prime scazzottature nelle osterie adiacenti il porto tra gli esuli, molti dei quali col fazzoletto dei partigiani italiani di Pola al collo, e gli attivisti comunisti accorsi in massa a provocare. Da Ancona riprendemmo il viaggio alla sera del lunedì, con un lungo treno di vagoni merci, sdraiati sulla paglia, attraverso l'Italia semisepolta dalla neve e dopo innumerevoli soste in stazioncine secondarie arrivammo a Bologna poco dopo il mezzogiorno di martedì. Quivi la Pontificia Opera di Assistenza e la Croce Rossa Italiana avevano preparato un ristoro caldo, atteso soprattutto da bambini ed anziani: fummo fatti invece ripartire quasi subito, dopo inutili trattative, perché i ferrovieri comunisti minacciarono di proclamare uno sciopero, che avrebbe paralizzato l'importante nodo ferroviario, se il treno dei «fascisti» fosse rimasto in stazione. Solo alla sera a Parma, ove gli autocarri dell'esercito avevano trasportato le vivande predisposte, la gente potè rifocillarsi dopo ventiquattr'ore di viaggio.

A La Spezia, giunti a mezzanotte passata, fummo alloggiati, un migliaio tutti esuli da Pola, nel campo profughi allestito al Muggiano nella ex Caserma sommergibilisti «Ugo Botti». Anche qui continue minacce e parecchi scontri: tra l'altro la Commissione Interna comunista dell'Arsenale impedì per parecchi mesi l'immissione in servizio degli arsenalotti polesani ivi trasferiti. Un giorno una trentina di esuli esasperati occupò la Federazione provinciale del PCI minacciando di gettare in strada mobili e «compagni» ove non fosse stato tolto il gigantesco quadro murale che nel sottostante centralissimo Corso Cavour additava al disprezzo ed all'odio i profughi «pescicani fascisti ecc.» giunti in città. Era il tempo in cui in un comizio in piazza un esponente della Camera del Lavoro genovese aveva testualmente affermato che «A Palermo c'è il bandito Giuliano, qua da noi ci sono i banditi giuliani».

Si potrebbe continuare, citando altri esempi di ottusità, anche burocratica ad alto livello: basti ricordare la Circolare Scelba in base alla quale anche al vescovo di Pola, allora a Spoleto, venne richiesto di apporre su apposita scheda segnaletica, come gli altri esuli, le impronte digitali. Ma vi furono anche episodi memorabili di solidarietà nazionale tra i quali primeggiano quelli della Marina Militare, prodigatasi ovunque ricambiando la solidarietà dei polesani quando sfamarono migliai di soldati prigionieri dei tedeschi nel settembre 1943, condividendo le scarse razioni di guerra, e per far ciò sfidarono le sventagliate dei mitra delle sentinelle tedesche.

Pian piano la situazione si normalizzò ed anche a La Spezia, uscita pesantemente malconcia dalla guerra con gravi devastazioni da bombardamenti aerei, come nel resto d'Italia la vita prese a scorrere con un ritmo normale superando disagi e ristrettezze. Però per noi la sistemazione «provvisoria» al campo profughi durò 8 anni, poiché rifiutammo l'offerta dell'IRO di emigrare all'estero. Eravamo disperatamente italiani, la salma di mio fratello portata in esilio riposava nel cimitero di San Terenzo (Lerici) nei pressi di La Spezia, e non volevamo barattare la nostra nazionalità con un maggior benessere più o meno immediato. A Natale del 1955 ebbimo l'assegnazione finalmente di un alloggio nelle casette che l'Opera Assistenza Profughi Giuliano Dalmati, grazie all'alacre impegno del segretario generale Aldo Clemente, stava costruendo coi fondi dell'UNRRA Casa ovunque fossero stanziate consistenti comunità di profughi. E così, col focolare finalmente ricostruito, finiva anche per noi dopo oltre quindici anni la tremenda bufera della guerra.

Da quella domenica di febbraio del 1947, in cui dalla tolda del «Toscana» vedevo sparire all'orizzonte i luoghi familiari della mia fanciullezza, sono trascorsi quarant'anni. Da allora non ho più rivisto la mia città natia, soprattutto per non sottostare al dolore del ritorno col passaporto nella terra che mi ha visto nascere. Ma ancora, sovente, mi sveglio al mattino con una strana sensazione addosso: quella lasciatami da un sogno ricorrente nel quale arrivo nella mia città con una nave e, sceso a terra, riprendo quel giro per le sue strade interrotto con la partenza per l'esilio. Sogni di un esule che non ha rinunciato alla speranza che popola i cuori di tutti gli esuli: quella del ritorno!

Lino Vivoda (1987)


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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Tuesday, August 22, 2006; Last Updated: Tuesday, December 18, 2007
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