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Da sinistra, Gianni Rizzo e Luigi Toso in una scena tratta da «La città dolente», la pellicola sull'esodo istriano diretta da Mario Bonnard.

In via di restauro «La città dolente», lungometraggio del 1949 ritrovato all'Istituto Luce
Pola, il film dimenticato degli italiani senza patria
Una pellicola sull'esodo istriano cui collaborò anche Fellini

di Paolo Mereghetti

Adesso Rossana Rossanda, nella sua autobiografia La ragazza del secolo scorso, può anche permettersi di ironizzare sullo «sconcerto delle anagrafi» rispetto al suo luogo d'origine: «nata a Pola (Italia), a Pola (Iugoslavia), a Pola (Croazia)». Ma nell'immediato dopoguerra, quando gli accordi di pace spostarono i confini italiani verso Trieste obbligando 30 mila persone circa a lasciare la città istriana, la situazione era vissuta con ben maggiore drammaticità. Tanto da diventare una storia degna di essere raccontata in un film, che oggi torna alla luce dopo anni in cui sembrava sparito nel nulla.

   
♦ Il film «Lacittà dolente» venne diretto da Mario Bonnard tra il 1947 e il 1948, ma uscì solo un anno dopo

♦ La sceneggiatura è firmata dallo stesso regista e da Federico Fellini, Aldo De Benedetti, Anton Giulio Majano. Tra gli interpreti, Luigi Toso, Gianni Rizzo, Constante Dowling

♦ II film, in via di restauro da parte dalla Cineteca del Friuli, restituisce alla visione molte immagini documentarie girate nei giorni dell'esodo

 

Si intitola La città dolente e fu diretto tra il 1947 e il 1948 da Mario Bonnard ma soprattutto fu scritto da un gruppo di sceneggiatori dove spicca il nome di Federico Fellini, accanto a quello di Aldo De Benedetti (tornato a firmare dopo l'ostracismo imposto dal Fascismo in quanto ebreo), di Anton Giulio Majano (il futuro papa degli sceneggiati tv) e dello stesso regista. Un film strano, anomalo, dove la propaganda si mescola al documentario, il nelodramma alla ricostruzione storica. Un film che rimase bloccato per un anno prima di uscire 'in prima fu il 4 marzo 1949) e finì presto dimenticato. Proprio come gli esuli italiani, se «nel '1960 — quindici anni dopo la fine della guerra — ci sono ancora dodicimila persone nei campi (profughi», come scrive Guido Crainz in Il dolore e l'esilio.

Solo e unico film che parla dell'esodo da Pola, girato immediatamente a ridosso dei fatti raccontati, La città dolente (titolo quanto mai azzeccato) si inventa la storia del meccanico Berto (interpretato da Luigi Toso) che decide, mentre tutti partono, di restare a Pola con moglie e figlio neonato sperando nel socialismo di Tito. Naturalmente la realtà si rivelerà ben diversa, il paradiso socialista diventerà un inferno, moglie e figlio riusciranno a partire per Venezia grazie al buon cuore di una ispettrice comunista (Constance Dowling, la stessa a cui Cesare Pavese dedicò Verrà la morte e avrà i tuoi occhi), ma la medesima ispettrice manderà Berto in un campo di lavori forzati, per «essere rieducato». Una storia melodrammatica, in certi momenti apertamente propagandistica eppure mai superficiale o becera, anche quando mostra l'arroganza dei comunisti iugoslavi o la legge marziale messa in atto nel campo di concentramento.

«Sono molte più le domande che il film pone, delle risposte che offre» sostiene Sergio Grmek Germani, che ha recuperato il film dagli archivi del Luce per presentarlo al festival triestino di I mille occhi: «Forse il dramma storico è stato più forte della finzione cinematografica, certo è che il film non scade mai nella caricatura, nemmeno nelle scene più a rischio come la notte che precede la fucilazione dell'ex kapò. Mentre invece le parti documentarie sanno trasmettere perfettamente la tragedia di Pola, vera città dolente». Perché il merito maggiore del film, che la Cineteca del Friuli si è incaricata di restaurare, è proprio quello di aver «restituito» alla visione molte scene girate nei giorni reali dell'esodo da operatori di cinegiornali come Enrico Moretti e Gianni Alberto Vitrotti. La sequenza che non si dimentica più è quella della dissepoltura delle casse da morto dai cimiteri, per portarsi in Italia anche i resti dei propri cari, ma quasi altrettanto drammatiche sono le lunge file di profughi che spingono mobili e materassi ammassati su carretti di fortuna, o i volti senza gioia dei bambini che si imbarcano sulla nave Toscana, che fa la spola tra l'Istria e Venezia. Immagini che l'allora giovanissimo Tonino Delli Colli (era il suo ottavo film come direttore della fotografia) riesce a fondere perfettamente con il resto del film, girato in parte negli stabilimenti Scalera di Roma in parte in esterni.

Restano aperte le tante domande che il film pone, dalla partecipazione di Fellini a una sceneggiatura così lontana dalle sue corde (per amicizia con Bonnard ipotizza Kezich) e proprio negli stessi anni in cui pubblicava vignette violentemente anticomuniste sul Travaso, fino all'unicità del soggetto affrontato (il fallimento delle minoranze italiane rimaste in Istria, l'oppressione titina, i campi di concentramento) nonostante la violenta propaganda anticomunista che in quel periodo attraversava l'Italia. Ma forse l'esodo da Pola e più in generale il ridise-gnamento dei confini orientali del nostro Paese era un argomento su cui quasi nessuno si sentiva di speculare: troppe le sofferenze subite, troppi — da una parte e dall'altra — gli scheletri da tener nascosti negli armadi.

Mario Bonnard (1889-1965) diresse il film «Lacittà dolente», sull'esodo da Pola Federico Fellino è tra gli sceneggiatori con Majano, De Benedetti e Bonnard Constance Dowling, l'attrice amata da Parese, interpreta un'ispettrice communista

Source:

  • Corriere della Sera, mid-April (c. 13?) 2006, © All rights reserved. Courtesy of Adriana Clapci Ricci.

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The page compliments of Adriana Clapci Ricci and Marisa Ciceran

Created: Sunday, December 10, 2006, Last Updated: Monday, December 11, 2006
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