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Storia
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La Diffusione del Cristianesimo e le diocesi in Istria

Origini cristiane

La questione della evangelizzazione e della conversione al cristianesimo della regione veneto-istriana in età precostantiniana appare estremamente oscura e irta di difficoltà. La generalizzata mancanza di dati e le povere testimonianze letterarie esistenti mettono in discussione sia un'attività missionaria in epoca apostolica sia l'origine apostolica della gerarchia ecclesiastica locale.

La diffusione del cristianesimo in Istria, secondo le conferme della tradizione e delle testimonianze storiche, è strettamente collegata all'evangelizzazione di Aquileia e alIa spinta missionaria che da quel centro si espande nel territorio circostante. 

Durante le persecuzioni dei primi tre secoli che precedettero l'editto di tolleranza di Costantino (313 d.C.) la regione Giulia è già penetrata dal nuovo messaggio e ha i suoi luoghi privati di culto sicuramente documentati a Parenzo e Pola nonchè i suoi martiri Mauro a Parenzo, Giusto a Trieste, Germano a Pola e forse altri (anche se non solidamente documentati) in diverse chiese istriane.

Dalla pace di Costantino alla fine del secolo IV il processo di cristianizzazione di Trieste e dell'Istria, infatti, risulta ormai avviato a giudicare dai resti monumentali pervenuti.

Le chiese locali nelle città, anche prescindendo da una precisa e preordinata azione missionaria di Roma o di Aquileia, sorgono probabilmente sotto la spinta delle energie locali e delle possibilità offerte dalle esistenti strutture amministrative che certamente stimolano l'impegno a1la prima evangelizzazione, e sviluppano la responsabilità nella prima organizzazione ecclesiale.

I rapporti della chiesa tergestina e di quelle istriane con Aquileia, per altro, sono confermati dalle affinità tipologiche degli edifici cristiani di culto, dell'arredo liturgico e del fonte battesimale ad esagono.

Dagli Atti del concilio antiariano di Aquileia del 381 d.C. non viene tramandato con certezza alcun nome di vescovo triestino o istriano presente al concilio stesso. La supposizione, a lungo coltivata, che le diocesi istriane siano state erette contemporaneamente nel 524, è insostenibile. Un'organizzazione ecclesiastica consolidata con la certa costituzione di diocesi si rende evidente a Trieste, in Istria e nell'Altoadriatico a partire dal IV secolo (Parenzo), dal VI secolo (Trieste, Pedena, Cittanova, Pola, Veglia, Ossero, Arbe), dal VIII secolo (Capodistria) e dal 1925 (Fiume).

La chiesa tergestina

Mancano documenti letterari affidabili e materiali epigrafici certi in grado di offrire un adeguato sostegno, su basi critiche, alle origini cristiane di Tergeste in epoca precostantiniana.

Le risultanze archeologiche suI colle capitolino (la cattedra1e di S. Giusto conserva sicure testimonianze dei secoli V e VI) e quelle della chiesa della Madonna del Mare (aula a navata unica; pianta a croce greca; sede martiriale collegata a reliquie o tombe di martiri; pavimentazione musiva della fine del IV-inizio del VI secolo; probabile primitiva sepoltura di Giusto martire) testimoniano autenticamente l'esistenza di una prima communità cristiana di Trieste liturgicamente organizzata ed ecclesialmente consolidata e inducono a credere che il culto martiriale e la sede episcopale debbano aver coinciso, fuori dalle mura cittadine, per almeno un secolo e propongono un collegamento fra la suffraganea chiesa tergestina e la primaziale chiesa aquileiese. 

Anche la Passio, narrazione del martirio di Giusto, forse rimaneggiata in epoca carolingia sulla base di qualche nucleo autentico, conferma la presenza a Trieste di un vescovo almeno nel V secolo. Tra il IV e il V secolo, comunque, il cristianesirno ha rnesso profonde radici a Tergeste.

Benchè il primo vescovo noto, documentalmente conosciuto a Trieste, è Frugifero (metà del secolo VI), la perfezionata organizzazione liturgica ed ecclesiastica presente postula almeno un predecessore a Frugifero stesso e forse anche l'esistenza in città di un'organizzazione episcopale anticipabile ai secoli II-IV.

A Frugifero, vissuto all'epoca di Giustiniano, seguono, con una ininterrotta serie di vescovi fino ai nostri giorni, Geminiano (568), Severo (che partecipa a1 concilio scismatico di Grado del 579), Firmino ( che si riconcilia con papa Gregorio Magno ne1 602), Gaudenzio (680), ecc.

La diocesi, estesa al vasto ager attribuito alla colonia tergestina comprendente tutta l'Istria settentrionale fino al Quieto, dipende dal patriarca di Aquileia. 

Nel 607, con lo scisma dei Tre Capitoli, si formano il patriarcato di Aquileia scismatico (comprendente i vescovati della Venezia continentale) e quello di Grado ortodosso (comprendente i vescovi istriani con Trieste e quelli della fascia lagunare). Le ampie concessioni sovrane elargite ai vescovi di Trieste risalgono al periodo delle invasioni ungare (nel 911 da re Berengario, nel 928 da re Ugo, nel 948 da re Lotario).

I vescovi, per antichissimo diritto, vengono eletti dal Capitolo cattedrale dopo aver consultato il popolo.

Tra il tardo impero e il medioevo, il territorio diocesano si riduce per la costituzione di nuovi episcopati ( Cittanova, Pedena e Capodistria). 

Nel 1180 il patriarca di Grado rinuncia alle sedi istriane e Trieste ritorna Sotto la giurisdizione di Aquileia fino alla soppressione di questo patriarcato (1751). 

Nell'alto Medioevo la chiesa triestina acquisisce anche potere politico attraverso concessioni sovrane, privilegi, immunità, benefici. A partire da Arlongo dei Visgoni (1255-1281) i vescovi di Trieste assumono il titolo di conte. Nel 1236 il vescovo Giovanni IV (1235-1237) rinuncia, a favore del Comune, alle giurisdizioni e alle immunità. 

Con Enrico di Wildestein ( 1383-1396), primo vescovo tedesco imposto a1 Capitolo dal duca Leopoldo d'Asburgo, inizia un lungo periodo, che durerà fino a1 1918, durante il quale, in base a1 diritto ecclesiastico germanico, i vescovi triestini verranno scelti tra gli ecclesiastici graditi alla casa d'Austria. Nel 1459, infatti, con il vescovo Enea Silvio Piccolomini (1447-1450), poi papa Pio II (1458-1464), il diritto di elezione del vescovo viene attribuito all'imperatore Federico III e ai suoi successori. 

A Trieste e in Istria trovano una certa accoglienza le nuove idee della riforma protestante. Trieste, in particolare, diventa un centro di collegamento fra gli anabattisti locali e quelli della Moravia. L'arrivo dei cappucini (1617) e dei gesuiti (1619) consente una ripresa della pratica religiosa e un rafforzamento dell'ortodossia.

Nel 1751, papa Benedetto XIV con la bolla Iniucta nobis decreta la soppressione del patriarcato di Aquileia e la costituzione dei due arcivescovadi di Gorizia e Udine. La diocesi di Trieste passa sotto la giurisdizione di Gorizia.

Nel 1784, per far coincidere i confini diocesani di Trieste con quelli politici (la parte della diocesi, che rientra nei territori della Repubblica veneta, viene amministrata dal vescovo attraverso un vicario in spiritualibus, cittadino veneto residente oltre confine) la diocesi di Trieste cede Umago a quella di Cittanova; Muggia, Ospo e Lonche a quella di Capodistria; Pinguente con nove parrocchie a quella di Parenzo; Postumia, con sette parrocchie e quattordici cappellanie, a quella di Lubiana. La diocesi di Trieste, per converso acquisisce il decanato di Pisino con undici parrocchie (che apparteneva alIa diocesi di Parenzo), Chersano e Castua (che appartenevano a quella di Pola), la diocesi di Pedena (dodici pievi e sei cappellanie, ad esclusione di Grimalda), la pieve di Prosecco (che apparteneva a Gorizia) e la fascia liburnica da Chersano e Castua (che apparteneva alIa diocesi di Pola).

Nel 1784 Giuseppe II (decreto imperiale, 25 marzo 1784), con il beneplacito della S. Sede, sopprime le diocesi di Gorizia, Pedena e Trieste (Pio VI, bolla In universa gregis Dominici cura, 8 marzo 1788) e le incorpora alIa neo-eretta diocesi di Gradisca (1788-1791) (Pio VI, bolla Super specula, 19 agosto 1788), che comprende anche Gorizia. Il Capitolo viene formato da tre canonici di Trieste e tre di Gorizia. 

Dal 1788 al 1807, durante il convulso periodo giuseppino, soppressa nel 1788 la provincia ecclesiastica di Gorizia, la diocesi di Trieste, assieme a quelle di Segna-Modrussa e Parenzo-Pola, è suffraganea della chiesa metropolitana di Lubiana. 

Nel 1791 la diocesi di Trieste (Pio VI, bolla Recti prudentisque consilii, 20 settembre 1791 ), ripristinata assieme a quella di Gorizia (Pio VI, bolla Ad supremum, 12 settembre 1791) con l'assenso di Leopoldo II, viene posta sotto la giurisdizione del metropolita di Lubiana.

Negli anni delle guerre napoleoniche e della riconquista austriaca (1797-1814) Trieste è paralizzata in mezzo alle lotte tra Francia, Italia e Austria mentre la sede episcopale conosce un lungo periodo di sede vacante (1803-1821). Nel 1806, per qualche tempo rimane soggetta direttamente alIa S. Sede.

Nel 1820 si tenta, ma invano, di sopprimerla. 

Nel 1828, durante l'episcopato di Antonio Leonardis (1821-1830), ultimo vescovo ita1iano del1'Ottocento triestino, la diocesi di Capodistria e quelle soppresse di Cittanova e Pedena vengono unite da Leone XII (bolla Locum beati Petri, 30 giugno 1828) e Francesco I (placitum regium, 11 ottobre 1829) aeque principaliter a quella di Trieste sotto un unico titolare.

Nel 1829, per far coincidere i confini diocesani con quelli politici, i decanati triestini situati in Camiola vengono ceduti, col consenso della S. Sede, alIa diocesi di Lubiana.

Nel 1830 Pio VIII (bolla In superimenti, 27 agosto 1830) unisce la diocesi di Capodistria a quel1a di Trieste. Il vescovado di Gorizia diventa arcivescovado metropolita delle diocesi di Lubiana, Trieste-Capodistria, Parenzo-Pola, Veglia. 

Nel 1831, alIa morte del vescovo Teodoro Loredano dei conti Balbi (1795-1831), la sede vescovile di Cittanova, ormai da anni passata politicamente all'Austria, viene soppressa per l'estrema povertà, incoporata a Capodistria e unita a quella di Trieste. 

Dal 1831 comincia una serie ininterrotta di vescovi (sei slavi e uno tedesco) che, sotto un certo profilo, sostengono la politica del governo imperiale di Vienna (lo sloveno Matteo Raunicher dal1831 al1845, lo sloveno Bartolomeo Legat dal 1847 al 1875, il croato Giorgio Dobrilla dal 1875 al 1882, lo sloveno Giovanni Nepomuceno Glavina dal 1882 al 1896, il croato Andrea Maria Sterk dal 1896 al 1901, il tedesco Francesco Saverio Nagl dal 1902 al 1910 e lo sloveno Andrea Karlin dal 1911 al 1919).

Nel 1880, passata la bufera napoleonica, la diocesi di Trieste-Capodistria, assieme a quelle di Parenzo-Pola, Veglia e Lubiana, ritorna suffraganea di Gorizia. 

Nel 1925, con la costituzione della nuova diocesi di Fiume, parte del decanato di Elsane (parrocchia di Elsane, cappellania di Bergut e vicariato di Villa Podigraie) viene scorportato dalla diocesi di Trieste-Capodistria e attribuito alIa neo diocesi. La parte rimanente del decanato stesso costituisce il decanato di Crusizza (parrocchie di Crusizza, Mune, Golazzo, Vodizze e cappellanie di Pregara, Castelnuovo d'Istria, Starada). 

Nel 1934, per le modifiche delle delimitazioni della diocesi di Trieste, il decanato di Crusizza, viene attribuito alIa diocesi di Fiume (escluse le frazioni di Erpelle, Cosina e parti delle parrocchie di Roditti, S. Elia e Tubliano che passano alIa parrocchia di S. Pietro di Madrasso).

Nel primo Novecento emergono due figure eminenti di vescovi triestini: Luigi Fogar (1924-1936) e Antonio Santin (1938-1975). Il primo è costretto a rassegnare le dimissioni per un insanabile contrasto con il regime fascista. Il secondo è chiamato a fronteggiare i drammatici avvenimenti della seconda guerra mondiale, della guerriglia partigiana, della triplice occupazione (tedesca, jugoslava, alleata), dell'esodo istriano, della nuova definizione del confine orientale e dello smembramento della diocesi. 

Nel 1947, in seguito al Trattato di pace (10 febbraio 1947), pur restando canonicamente immutati i confini della diocesi, passano sotto la sovranità jugoslava i decanati di Tomadio (esclusa la parrocchia di Monrupino), S. Dorligo della Valle (quasi interamente), Postumia, Chersano, Pedena, Pisino, Pinguente (quasi interamente), Portole e Ospo. La Zona B, inoltre, è costituita dai decanati di Capodistria, Pirano, Carcase, Umago e dalle parrocchie di Ospo, S. Antonio di Capodistria, Antignano d'Istria, Castagna, Morniano, Collalto. Le zone cedute in amministrazione o annesse alla Jugoslavia vengono erette in due amministrazioni apostoliche: la prima per la parte slovena con residenza a Capodistria (Franc Mocnik); la seconda per la parte croata, con residenza prima a Pisino e poi a Parenzo (Mihael Toros e successivamente Dragutin Nezic).

Nel 1977, in seguito al Trattato di Osimo fra Italia e Jugoslavia (10 novembre 1975), Paolo VI definisce il complesso problema della circoscrizione territoriale e del govemo della diocesi di Trieste, la dichiara separata da quella di Capodistria come prima del 1828 (costituzione apostolica Prioribus saeculi, 17 ottobre 1977) e nomina nuovo vescovo di Trieste Lorenzo Bellomi (1977 -1996) e Janez Jenko vescovo della ripristinata diocesi di Capodistria.

La chiesa pedenate

L'origine della diocesi di Petina (Pedena) è incerta e il nome del suo primo presule sconosciuto. Secondo alcuni autori, benchè manchino i dati per stabilirla, Pedena sarebbe sede episcopale ab antiquo, addirittura dai tempi di Costantino il Grande; secondo altri dal V secolo; secondo altri ancora dal tempo della dominazione bizantina (prima metà del 
VI secolo).

Dalla serie tradizionale dei vescovi andrebbero tolti, sino a prova contraria e risolutiva, Niceforo d'Antiochia (524), Teodoro (546) e Mariano (579). Ursiniano (579), presente al concilio Romano celebrato sotto Agathone papa nell'anno 620, sarebbe il primo vescovo di Pedena.

Sul 579 come data d'inizio della cronologia storica della diocesi concordano molti autori. Il patriarca di Grado Elia, in occasione del sinodo celebrato il 3 novembre 579, consacra sedici vescovi fra cui quello di Pathena (Pedena). A Ursiniano seguono Lorenzo (804), Frideberto (961), Stefano (1015) ecc. con intinterrotta serie di vescovi petinati (secondo alcuni autori 61, secondo altri 66 o secondo altri ancora 73 o 76) fino alla soppressione della diocesi (1788).

Non si sa quando e fino a quando i vescovi di Pedena abbiano preferito soggiomare d'estate a Gallignana.

Fino al XV secolo il vescovato è composto da sedici parrocchie (Pedena, Gallignana, Lindaro, Novacco, Cerreto, Chersicla, Moncalvo, Carbune, Berdo, Cepich, S. Giovanni dell'Arsa, Grimalda, Borutto, Sovignacco, Vetta, Draguccio) 
poi da dodici (senza Borutto, Sovignacco, Vetta e Draguccio) e da sette cappellanie (Sarezzo, Previs, Scopliaco, Tupliacco, Grobnico, Gradigne e Racizze), poi da sei (senza Racizze).

Il vescovato, nel lungo periodo della sua esistenza, è caratterizzato da un permanente stato di depressione ma benchè modesto come estensione territoriale viene ambito per il grado gerarchico e perchè ritenuto ponte di passaggio a sedi o uffici più rilevanti. Le motivazioni della lunga durata del vescovato dipendono dal proposito di evangelizzare i pagani indigeni e i sopravvenienti chiamati a colonizzare il paese spopolato ma anche da interessi politici (marchesi e conti che non intendono privarsi dell'appoggio morale d'un dignitario ecclesiastico influente presso il popolo incolto e quasi barbaro; conti di Gorizia e principi di casa d'Austria che perseguono anche ragioni di prestigio e di autorità spirituale).

L'ultimo vescovo della diocesi è Aldrago dei Piccardi (1766-1778) poi trasferito a Segna (1778-1779).

Nel 1784 Giuseppe II (decreto imperiale, 25 marzo 1784), con il beneplacito della S. Sede (Pio VI, bolla In universa gregis Dominici cura, 8 marzo 1788), sopprime le diocesi di Gorizia, Pedena e Trieste e le incorpora alla neo-eretta diocesi di Gradisca (1788-1791) (Pio VI, bolla, Super specula, 19 agosto 1788). 

Nel 1794, per far coincidere i confini diocesani con quelli politici, la diocesi di Pedena cede dodici pievi e sei cappellanie (ad esclusione di Grimalda) a quella di Trieste.

La chiesa emonese

Lo studio delle origini della diocesi di Aemonia (Cittanova) si presenta difficoltoso per l'incertezza sull'epoca di inizio della sede, per l'equivoco tra Cittanova e Lubiana in merito al titolo di Emoniense, per l'inserimento nei vari elenchi di molti vescovi appartenenti alla Citta Nova dell'Estuario (Eraclea), per l'omissione di parecchi presuli autentici.

L'inizio della gerarchia ecclesiastica a Cittanova fin dal secolo III, pur in mancanza di prove dirette, non è da escludersi a priori.

Di S. Massimo, presunto primo vescovo di Emonia e martire nel 381 sotto Traiano Decio, non viene conservata alcuna prova storica certa (le sue reliquie vengono poste nell'arca lapidea dal vescovo Adamo nel 1146; gli atti del martirio risalgono probabilmente ad un omonimo esterno; il vescovo Massimo (Maximus emoniensis) presente al concilio di Aquileia del 381 potrebbe essere sia il vescovo di Emona pannonica che di Emonia-Cittanova).

La persistente incertezza sul passato remoto ecclesiastico di Cittanova è dovuto unicamente alla povertà di documentazione letteraria ed epigrafica esistente. La sua sede episcopale, però, è attestata dalla presenza di un battistero della metà del secolo V.

La serie dei vescovi di Cittanova si apre ufficialmente con Florio (524) e continua ininterrottamente sino alla soppressione della diocesi (1828) con Germano (546), Patrizio (579), Giovanni I (600), ecc.

La diocesi al tempo dello scisma istriano del VI secolo è soggetta al metropolita di Grado.

L'attributo di emonese, dato al vescovo di Cittanova, compare, per la prima volta, appena nel 1132 in un rescritto di papa Innocenzo II, sollecitato dal patriarca Pellegrino.

Dal 1180 la diocesi dipende dal patriarcato di Aquileia. 

Per quasi tutto il secolo XVI Cittanova è priva di vescovo residenziale. 

Nel 1784, per far coincidere i confini della diocesi di Trieste con quelli politici, Umago e Materada passano dalla diocesi di Trieste a quella di Cittanova. 

Nel 1819 la diocesi emonese passa sotto la giurisdizione del metropolita di Venezia ma nel 1828 viene soppressa per l'estrema povertà, incorporata a Capodistria e unita alla diocesi di Trieste (Leone XII, bolla Locum beati Petri, 20 giugno 1828). 

Nel 1831, alla morte del vescovo Teodoro Loredano dei conti Balbi (1795-1831), la sede vescovile di Cittanova, ormai da anni passata politicamente all'Austria, viene aggregata a quella di Trieste.

Chiesa giustinopolitana

La tradizione locale vorrebbe che Capris (Capodistria) sia stata evangelizzata nel 56 da Elio, discepolo di Ennacora e seguace di Marco evangelista. 

Pare che Capodistria abbia avuto una sua chiesa probabilmente già a metà del secolo IV, dopo l'editto di Milano promulgato da Costantino (313 doC.) o più probabilmente nel 509 dopo che l'arcivescovo di Aquileia Marcellino, per sfuggire ai barbari, si sarebbe rifugiato a Capris dove pure il suo successore Stefano sarebbe rimasto fino al 525. 

La prima costituzione del suo episcopato per alcuni autori si porrebbe prima del 524 con un vescovo Giovanni giustinopolitano; per altri nel 524 con Nazario protoepiscopo e 1'erezione della chiesa di Giustinopoli a cattedrale da parte di papa Stefano; per altri ancora nel 557 con Massimiliano, nel 567 con Agatone, nel 756 con Giovanni o più probabilmente nel 756 con Senatoreo. Parecchi autori, infine, sostengono 1'esistenza di un vescovato a Capodistria assorbito nel1'XI secolo dalla chiesa tergestina nimia inopia e ripristinato con il vescovo Aldegario (1184-1216) per opera del pontefice Alessandro III (1177) alIa morte del vescovo triestino Bernardo (1184).

Le origini dell'episcopato giustinopolitano, pur sottoposte a un largo e profondo lavoro di revisione storica e agiografica, manifestano tuttora vastissime e inestricate lacune documentarie.

Nel 1784, per far coincidere i confini della diocesi di Trieste con quelli politici, Muggia, Ospo e Lonche passano dalla diocesi di Trieste a quella di Capodistria. 

Nel 1819 la diocesi passa sotto la giurisdizione del patriarca di Venezia. 

Alla morte del vescovo camaldolese Bonifacio da Ponte (10 gennaio 1810), la diocesi di Capodistria rimane sede vacante per diciotto anni e poi nel 1828 viene unita a quella di Trieste (Leone XII, bolla Locum beati Petri, 20 giugno 1828). 

Ne1 1948, in conseguenza del Trattato di pace (1947) e della costituzione del Territorio Libero di Trieste, si procede alla nomina di un amministratore apostolico (Franc Mocnik) per la parte slovena della diocesi di Trieste-Capodistria annessa o amministrata dalla Jugoslavia, nonchè per la parte della diocesi di Gorizia passata alla Jugoslavia (Congregazione concistoriale, Decreto, 28 febbraio 1948). 

Nel1977 Paolo VI (costituzione apostolica Prioribus saeculi, 17 ottobre 1977) ripristina la diocesi di Capodistria e ne nomina vescovo Janez Jenko. 

Chiesa parentina

La tradizione, per altro discussa e contestata, attribuirebbe la nota di apostolicità (almeno indiretta) alIa chiesa di Parenzo. Per alcuni autori Parenzo sarebbe 1'unica sede istriana in cui si può confermare, con dati archeologici, una sicura costituzione episcopale anteriore all'editto di tolleranza (313 d.C.). L'attuale basilica eufrasiana, terminata verso il 550, è infatti la terza fase architettonica dopo la seconda, la basilica pre-eufrasiana, e la prima, la domus ecclesiae databile alla seconda metà del secolo III. Qui Mauro, martire durante 1'infuriare della persecuzione di Valeriano (253-260), primo vescovo conosciuto di Parenzo, vi avrebbe esercitato il suo ministero episcopale. Un'epigrafe della fine del secolo IV che documenta la traslazione del suo corpo dal cimitero fuori delle mura alIa basilica urbana, attesterebbe la sepoltura del santo ubi episcopus et confessor est factus, dove cioè venne consacrato vescovo e testimoniò la fede.

Dopo Mauro, però, fino ad Eufrasio (524-556) la successione dei vescovi è incerta ed interrotta. Alcuni autori propongono, con improbabile successione, Faustino nel 425, Theodorus gregis decus, e Giuliano alIa fine del IV secolo. A partire da Eufrasio, invece, la serie dei vescovi di Parenzo risulta ininterrotta (Elia ne1556, Giovanni I ne1579, Catelino o Ratelino nel 586, ecc.) fino ai nostri giorni.

Nel VI secolo la chiesa parentina dipende dalla giurisdizione metropolitica di Aquileia.

Nel 983 i vescovi di Parenzo si autonominano conti di Orsera. Alle regalie dei monarchi dei secoli precedenti si aggiungono le numerose donazioni.

Nel X secolo i vescovi parentini, anche per l'interessamento di vari re e imperatori franchi e germanici (Ugo di Provenza nel 929, Ottone II nel 983, Rodoaldo patriarca di Aquileia nel X secolo), dominano i feudi di Nigrignano, Valle, Rovigno, Torre, Cervaria, Montona, Torre del Quieto, Sanvincenti, Antignana, Treviso, Moncastello, Castel Parentino, Orsera, Fontane, Caschierga, Rosario, Visignano, Pisino, Pisinvecchio, Gimino e altri minori.

Nel 1081 il patriarca aquileiese Enrico di Plaien riceve in feudo da Enrico IV il vescovado di Parenzo.

La diocesi di Parenzo, come quella di Pola, è suffraganea del patriarcato di Aquileia fino al 1751 , dell'arcivescovado di Udine a partire dal 1752, del patriarcato di Venezia dal 1819, dell'arcivescovado di Gorizia dal 1830 assieme ai vescovati di Lubiana, Trieste-Capodistria e Veglia.

Ne1 1784, per far coincidere i confini diocesani con quelli politici, la diocesi di Parenzo acquisisce da quella di Trieste. Pinguente con nove parrocchie.

Nel 1828 la diocesi di Parenzo viene unita a quella di Pola (Leone XII, bolla Locum beati Petri, 20 giugno 1828). Nel 1830 Antonio Peteani ( 1827 -1830), ultimo vescovo di Parenzo, diventa il primo vescovo delle unite diocesi di Parenzo-Pola (1830-1857).

Chiesa polesana

La tradizione, anche se contestata, attribuisce la nota di apostolicità (almeno indiretta) alIa chiesa di Pola. Il cristianesimo, ad ogni modo, penetra a Pola ancor prima dell'edilio di Costantino (313 d.C.). Fra gli edifici paleocristiani della città, infatti, c'è un titulus di pianta quadrata, risalente alIa fine del III o all'inizio del IV secolo, costruito sopra un precedente edificio (una terma o un'abitazione privata), domus ecclesiae cittadina in cui si svolge il rito della nuova religione.

La sede vescovile di Pola risale almeno alla fine del secolo VI; infatti nessun vescovo istriano è intervenuto ai concilii prima di quella data. Il primo vescovo di cui si conosce il nome è Antonio (524), attestato nell'epistolario di Cassiodoro, ma sembra che abbia avuto un precursore immediato (forse Venerius o Veneriosus nel 501-502), preceduto a sua volta da un altro presule ignoto. Ad Antonio seguono Isacco (546), Adriano (576), Massimo (590), ecc. con una serie episcopale ininterrotta fino ai nostri giorni. 

Durante i secoli delle invasioni barbariche della diocesi di Pola non si hanno notizie.

La diocesi dipende per un certo tempo dall'arcivescovado di Ravenna. 

I1 vescovo di Pola interviene al sinodo del 579 che dichiara la chiesa di Grado metropolita di quelle della Venezia e dell'Istria. Un vescovo di Pola è presente al sinodo di Marano nel 590 dove i vescovi revocano solennemente la loro condanna dello scisma detto dei tre capitoli.

Dopo la scissione del 606 con il metropolita di Aquileia, il vescovo di Pola appoggia gli altri vescovi istriani che aderiscono a1 metropolita di Grado. 

La chiesa di Pola si associa alle altre diocesi istriane quando viene deciso di rimanere fedeli a1 culto delle immagini contro la condanna nel 728 dell'imperatore bizantino Leone II l'Isaurico.

Ancora agli inizi dell'VllI secolo la chiesa di Pola dipende dal patriarca di Grado.

Nell'804 il vescovo di Pola prende parte a1 Placito del Risano e pretende il mantenimento delle consuetudini e degli usi cittadini respingendo ogni servilismo feudale.

Dopo la conquista dell'Istria da parte dei franchi di Carlo Magno, alla fine dell'VllI secolo, non si hanno particolari notizie della diocesi di Pola.

Nel 933 il vescovo di Pola, a capo degli istriani, firma la pace di Rialto tra il doge e il marchese Wintero, feudatario di Ugo di Provenza, re d'Italia. 

La diocesi riceve in feudo tutta la Polesana con Dignano, Barbana, Albona e Fiume e in dono da1l'imperatore Corrado II il Salico, nel 1028, i castelli di Castua, Apriano e Moschiena nonche tutte le 1ocalità e i castelli della Valle dell'Arsa. Nel 1028 la diocesi di Pola si stacca definitivamente dalla dipendenza della chiesa di Ravenna e passa in soggezione al patriarca di Aquileia.

Il vescovo, attraverso successive donazioni, diventa un vero e proprio latifondista. Nei secoli XII e XIII il vescovo, non più in grado di controllare il proprio patrimonio, delega procuratori o avvocati a gestire in suo nome i beni immobili. 

Nei secoli tumultuosi delle lotte tra Venezia e il patriarca, il vescovo di Pola rimane defilato e marginale.

La diocesi di Pola, come quella di Parenzo, è suffraganea del patriarcato di Aquileia fino al 1751, dell'arcivescovado di Udine a partire dal 1752, della chiesa metropolitana di Lubiana dal 1788 al 1807 (assieme alle diocesi di Segna e  Modrussa, Trieste e Capodistria), del patriarcato di Venezia dal 1819, dell'arcivescovado di Gorizia dal 1830 (assieme ai vescovati di Lubiana, Trieste-Capodistria e Veg1ia). 

Nel 1794, per far coincidere i confini del1e diocesi istriane con quelli politici, la diocesi di Pola cede Chersano e Castua a quella di Trieste.

Nel 1803 alIa morte di Giovanni Domenico Juras (1778-1803) la sede vescovile di Pola rimane vacante per 28 anni.

Nel 1830 la diocesi viene unita da Leone XII (bolla Locum beati Petri, 20 giugno 1828) a quella di Parenzo.

Chiesa parentino-polese

Nel 1830 Antonio Peteani, vescovo di Parenzo (1826-1830) diviene il primo vescovo della diocesi unita di Parenzo-Pola (1830-1857).

L'ultimo vescovo di Pola italiana Raffaele Radossi (1941-1948) abbandona la città nel 1947 e segue i suoi concittadini nell'esilio.

La diocesi di Parenzo-Pola, sede vescovile vacante dal 1947 al 1960, è affidata prima all'arnministratore apostolico Mihael Toros e poi a Dragutin Nezic (1949). Questi viene nominato vescovo parentino-polese il15 giugno 1960 da Giovanni XXIII. 

Nel 1977 Paolo VI aggrega Pisino e la diocesi di Pedena alla diocesi di Parenzo-Pola (costituzione apostolica Prioribus saeculi, 17 ottobre 1977). 

Chiesa fiumana

Circa nel 1000 Fiume, con ogni probabilità, è centro di un plebanato esteso dalla Fiumara alIa sommità del monte Maggiore (Caldiero), da Bersezio a Clana. 

L'arcidiaconato di Fiume è molto antico ma il tempo della sua istituzione è ignoto. Alcune incerte indicazioni lo segnalano nell'XI-XII secolo mentre le prime conferme documentali risalgono al XIV-XV secolo. Si congettura che nell'anno 1028 gli arcidiaconati di Albona e Fiume siano passati dalla diocesi di Pedena a quella di Pola e che l'arcidiaconato di Fiume, nel secolo XII, si estendesse su Fiume, Castua, Veprinaz, Laurana e Bersezio. Un certo Vesellacz viene detto arcidiacono di Fiume in un documento del 10 marzo 1371 e l'arcidiaconato viene nominato in due documenti rispettivamente del 1438 e del 1445.

L'arcidiaconato, con giurisdizione iniziale sulle pievanie situate tra la Fiumara e la sommità del monte Maggiore, successivamente si estende a Bogliuno, Lupogliano, Aurania (Vragna), Passo, Valdarsa, Villanova, Cosliacco, Chersano e Sumberg. 

L'arcidiacono di nomina vescovile, da tempo immemorabile, ha il diritto di esercitare funzioni vescovili e ogni atto di giurisdizione. A partire dal XVI secolo, però, il vescovo di Pola ne restringe il potere affiancandogli un vicario foraneo. Dal XVII secolo i due ruoli (arcidiaconato e vicariato) sono abbinati stabilmente. 

Le tensioni fra il vescovo di Pola e il clero fiumano spesso sono il riflesso dei rapporti difficili tra Fiume ( cioè l'impero asburgico) e la repubblica di Venezia.

Nel 1593 il consiglio minore fiumano "supplica" l'arciduca Ernesto, luogotenente imperiale per l'Austria inferiore, Carniola e i paesi italiani dell'impero, residente a Graz, di provvedere alla separazione di Fiume dalla diocesi polese cum sit subditus venetiarum.

Nel 1610 un tentativo del capitano di Fiume S. Della Rovere di staccare Fiume dalla diocesi polese e di costituire un vescovado indipendente, fallisce.

L'iniziativa del fiumano Pietro Mariani, vescovo di Segna (1646-1665), di promuovere la diocesi indipendente di Fiume non conduce ad alcun risultato perchè, accusato a Roma dal suo clero glagolitico di voler introdurre la lingua latina nella liturgia e di obbligare i sacerdoti a studiare il latino, viene espulso dalla sua sede per intervento del luterano conte Zichy.

Nel XVIII secolo la divisione di fatto della diocesi di Pola in due parti (una veneta sotto la diretta giurisdizione del vescovo di Pola e l'altra austriaca di pertinenza dell'arcidiacono che vi esercita giurisdizione a nome proprio con sentenze di legittimo giudice di prima istanza) è molte volte causa di incidenti e conflitti. 

Nel 1751 la giurisdizione metropolitana della chiesa di Fiume passa dal patriarcato di Aquileia all'arcivescovado di Kalocsa (Ungheria).

Ne1 1784, per accordo fra l'imperatore Giuseppe II e la repubblica di Venezia affinchè i limiti diocesani coincidano con i confini politici, la giurisdizione dell'arcidiaconato-vicariato viene limitata alIa città di Fiume e al suo territorio.

La chiesa di Fiume con il suo territorio, dipende fino al 1787 dalla diocesi di Pola e successivamente, con la rinuncia del  vescovo polese, passa a quella di Segna e Modrussa (Insinuato governale n. 1960, 16 ottobre 1787). L'aggregazione alla diocesi di Segna avviene mediante l'unione alla persona del vescovo però con la superiore dipendenza dalla chiesa metropolitana ungherese di Kalocsa, come prima, anzichè da quella croata di Zagabria, cui continua a rimanere soggetta la diocesi di Segna e Modrussa.

Ne1 1787, per disposizione di Giuseppe II, l'arcidiacono di Fiume diventa anche arcidiacono di Vinodol riservando però al vescovo di beneplacito di estendere il vicariato a tutta la diocesi di Modrussa. La disposizione decade durante l'occupazione francese e non viene più ripristinata.

Dal 1788 al 1807, durante il periodo giuseppino, le diocesi di Segna e Modrussa (che comprende Fiume), Trieste e Capodistria, Parenzo e Pola diventano suffraganee della chiesa metropolitana di Lubiana.

Il 22 gennaio 1821 l'i.r. capitano circolare di Fiume inforrna che l'imperatore, con il consenso della S. Sede, ha determinato di segregare la diocesi di Segna e Modrussa e di assegnare al vescovo di Modrussa la sede di Fiume.

Dal 1833 al1852 la diocesi di Segna e Modrussa (che comprende Fiume), e Zagabria dipendono dalla chiesa metropolitana di Kalocsa (Ungheria).

Nel 1851 1'imperatore Francesco Giuseppe stacca Fiume dalla dipendenza di Kalocsa aggregandola alIa provincia ecclesiastica croato-slavonica e nel 1852 la S. Sede ufficializza la dipendenza della diocesi di Segna e Modrussa, comprendente Fiume, da Zagabria (Pio IX, bolla Ubi primum placuit, 11 dicembre 1852). 

Nel 1908 il podestà Antonio Vio e il deputato Riccardo Zanella avviano dei passi ufficiali a Budapest e presso la S. Sede per i chiedere la separazione di Fiume dalla diocesi di Segna.

Nel 1920 I'arcidiaconato di Fiume con il suo territorio viene staccato dalla giurisdizione del vescovo di Segna e Modrussa e costituito in amministrazione apostolica (Celso Costantini) (card. Pietro Gasparri, Rescritto n. 6663, 14 giugno 1920).

Nel 1924 la parte della parrocchia di Castua situata in territorio jugoslavo, viene affidata all'amministrazione apostolica del vescovo di Segna (Segreteria di Stato, Rescritto n. 25756, 12 gennaio 1924).

Ne1 1925, dopo I'accordo di Roma (27 gennaio 1924) che annette il territorio di Fiume all'Italia, Pio XI (costituzione apostolica Supremum pastorale munus romano pontifici divinitus collatum exposcit, 25 aprile 1925), in coincidenza con la delimitazione provinciale, erige la nuova diocesi di Fiume (S. Congregazione Concistoriale, Decreto n. 297,27 aprile 1925), immediatamente soggetta alla S. Sede, quae amplectitur totam provinciam italicam Carnaro.

Con la costituzione della nuova diocesi di Fiume (31 maggio 1925) parte del decanato di Elsane viene scorporato dalla diocesi di Trieste-Capodistria e attribuito alla neo diocesi (parrocchia di Elsane, cappellania di Bergut e vicariato di Villa Podigraie). I1 decanato di Castua, affidato in amministrazione al vescovo di Segna, viene inserito totalmente, salvo la parrocchia di Castua e la cappellania di S. Matteo, pure nella diocesi di Fiume.

Nel 1934, dopo la modificazione dei confini della diocesi di Trieste (1934) viene attribuito alla diocesi di Fiume il decanato di Crusizza, eccettuate le frazioni di Erpelle, Cosina, Tupliano  e parti delle parrocchie di Roditti e S. Elia che passano alla parrocchia di S. Pietro di Madrasso (diocesi di Trieste). Il decanato di Villa del Nevoso, parzialmente, viene staccato dalla diocesi di Lubiana ed aggregato a quella di Fiume.

L'ultimo vescovo di Fiume italiana Ugo Camozzo (1938-1948) lascia la città nel 1948 e segue in esilio il suo popolo.

Nel 1951 il decanato di Villa del Nevoso viene attribuito in parte all'amministrazione apostolica slovena e in parte a quella croata.

Nel 1969 Paolo VI (bolla Coetu instante, 27 luglio 1969) sopprime la diocesi di Modrussa, unisce le diocesi di Segna e Fiume, erige la sede vescovile di Fiume-Segna ad arcidiocesi e la stabilisce chiesa metropolitana delle suffraganee diocesi di Parenzo-Pola e Veglia.

Sergio Galimberti 

Tratto da:

  • Daniela Milotti Bertoni. Istria - Duecento Campanili Storici/Two Hundred Historic Steeples. Bruno Fachin Editore (Trieste, 1997), p. 7-18. All rights reserved. 

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Created: Saturday, January 29, 2000; Last updated: Saturday, November 13, 2010
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