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Isola in 200 cartoline Lo studioso di storia Luigi Morteani scriveva nel lontano 1888, dell'Isola e dei suoi statuti, ma prima del Morteani altri importanti studiosi come il Naldini, ed il Coronelli si soffermarono su Isola per descriverla come apparve loro in quei tempi. Nell'Isolario del Coronelli, pubblicato a Venezia nel 1696, (una copia del libro fa parte della Biblioteca Besenghi di Isola) nel capitolo dedicato alle "Isole dell'Istria e della Dalmatia attinenti alla Repubblica di Venetia", sta scritto che "cinque miglia distante da Capo d'Istrìa, ed altrettanti da Pirano si vede eretta sopra uno Scoglio la Terra, che anticamente ebbe il nome d'Alieto, e vi fu poi aggiunto quello d'Isola, col quale solo bene spesso viene chiamata. Vogliono che la sua origine sia così antica, come quella di Capo d'Istria, e dicono, che fosse edificata colle rovine di Castelliero, che stava situato sopra i monti. Un ponte le dava prima la comunicazione con la terra ferma, oggidì però a quella è interamente congiunta: onde meriterebbe più di Penisola, che d'Isola il nome: Vicende solite del tempo, che si prende giuoco di simili mutationi.
Paolo Naldini, nella sua "Corografia ecclesiastica (O sia descritione della Città, e della Diocesi di Capo d'Istria), pubblicata a Venezia nel 1700, offre una panoramica abbastanza dettagliata della località: A mezzo il viaggio marittimo, da Giustinopoli a Pirano di miglia dieci, s'incontrano due promontorj che pari d'altezza, porgono anco eguale all'Adriatico il piede. Questi tra essi discosti a tré miglia, stringono co' fianchi, e spalleggiano co' monti un'ampia, e spatiosa valle, che tutta seminata d'Ulivi, e de Viti, ed altri squisitissimi frutti, porge ricco provento a chi la possiede, e delitioso prospetto a chi la mira. Alle falde di questa Valle lambite dalle salse onde, s'alza entro del mare in mezzo ali due Promontorj uno scoglio di figura quasi ovata, e di giro un lungo miglio, il quale serve di base alla terra, denominata Isola dal sito isolato, in cui giace. Chi ne fossero i primi Fondatori, diversamente ne scrivono gli Historìci. Leandro Alberti l'attribuisce agli Istriani; allorché intorno al cinque cento cinquanta la Provincia da gli Hunni miseramente desolata, molti di quelli si ridussero allo scoglio di Giustinopoli, e riedificarono Egida distrutta e altri al Promontorio di Pirano, e principiarono la fabbrica di quella Terra; e alcuni vennero a questo Scoglio e vi fabbricarono la terra di Isola. Piero Coppo cosmografo, e cittadino isolano, vuole, che s'edificasse da gli aquileiesi, quando alcuni di questi intorno al quattro cento cinquanta, per sottrarsi dall'esecranda barbarie d'Attila, si rifugiarono sovra d'un Monte da questo scoglio tré miglia distante, detto volgarmente Castelliero; e da' Latini per la sua grande altezza Castrum aereum. E che Poscia restituito all'Istria qualche riposo scendessero a soggiornare in questo scoglio, come di clima salubre, di positura comoda, e di sito vantaggioso. (...) Ma siasi in qualunque forma, certo è che la terra già intitolata Alieto, oggi dicesi Isola; perché ora da sé stessa più diversa di conditione di quello fosse già di nome.
Scrive il Kandler: Il porto artificiale è tuttora visibile. È questo un quadrilatero perfetto, il lato maggiore del quale misura 47 tese viennesi, il minore 27; la muraglia che sosteneva la terra è ancora visibile; i due moli che si protendono in mare avevano nella parte superiore la larghezza di 15 piedi austriaci ed erano costruiti a gradata cioè a corsi di pietre disposte a gradini; vi si vedevano anelli di bronzo per legare le barche, L'apertura d'ingresso aveva la larghezza di 25 tese, il porto la superficie di 2400 tese. Il mare in questa parte ha guadagnato sulla terra perché il terreno si è abbassato come in altre parti della spiaggia istriana; però sotto l'acqua del mare si veggono le fondamenta di antiche abitazioni che si dilungano fin presso la fontana d'Isola, e dappertutto sì trovano mosaici, cotti bollati, frammenti di stoviglie, mattoni da comporre colonne, monete romane del primo e del secondo secolo, vetri ed altre minutaglie, da che deve indursi che stesse qui borgata come in altre parti della spiaggia istriana. Accanto all'antico porto di Alieto, noto già nei secoli scorsi, all'inizio di questo secolo venne scoperta un'altra località che all'epoca dei romani era adibita a porto. Il rinvenimento è dovuto all'isolano Attilio Degrassi, noto epigrafista, che nel 1913 ne scrisse sull'Archeografo triestino. Nella località di Vilisan, sulla strada regionale da Isola a Capodistrìa, ad un quarto d'ora di cammino da Isola, al chilometro 27.8 della ferrovia Trieste Parenzo, quasi dirimpetto alla fabbrica di laterizi del signor Nicolo Udine, si protendono in mare due moli che sotto un angolo di 85 gradi s'incontrano a circa 53 metri dalla spiaggia attuale. Visibili per buona parte almeno durante i periodi delle basse maree scompaiono del tutto sottacqua durante l'alta marea. I moli sono costruiti nella tecnica detta a sacco o a riempimento; le facce cioè sono di blocchi riquadrati di pietra arenaria del monte vicino, sovrapposti l'uno all'altro, mentre lo spazio interno si componeva di materiale minuto, che il mare nella sua opera distruggitrice ha per buona parte asportato. I due moli descritti racchiudono un porto che attualmente ha la superficie di circa 3900 metri quadrati. Ma all'epoca della sua costruzione il porto era di certo maggiore. (...) L'origine
romana del porto - scrive il Degrassi - e assicurata dalle recenti
scoperte d'antichità nei fondi vicini alla fabbrica di laterizi del
signor Udine. Già qualche anno fa in mezzo a cocci diversi che
tradivano la loro origine romana, vennero alla luce una fusaiola, un
manico d'anfora e il fondo di un vaso con una marca che il professor
Sticotti lesse AC/AO.
Non solo i resti del porto di S. Simone e di quello di Vilisan ci parlano dell'antica presenza romana sul territorio di Isola, ma anche le numerose tombe rinvenute sui monti verso Capodistria e Pirano e i nomi delle contrade, delle singole zone e dei villaggi che circondano la cittadina e fanno parte del suo territorio: Albuciano, Cerreto, Saleto, Livizzano, e così via. Anche se non esistono studi approfonditi sull'origine dei toponimi del territorio isolano, qualche indicazione comunque è arrivata fino a noi, pur se in maniera alquanto schematica e, a volte, approssimativa. Tra queste vanno certamente ricordate le descrizioni fatte dallo stesso Morteani, e soprattutto quelle pubblicate da Giannandrea Gravisi nel 1922 negli Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria, con il titolo "I nomi locali del territorio di Isola". Certamente una delle raccolte di toponimi isolani più complete esistenti, ripresa successivamente anche da altri.
Nel 1850, due terzi degli Isolani erano dedicati al lavoro dei campi. Una delle prime descrizioni del territorio circostante Isola ci viene ancora da Luigi Morteani che nel 1888 scriveva: Il dintorno d'Isola s'apre in una bella pianura, non estesa, nella quale si trovano i migliori terreni coltivati a vitigni, oliveti e frutteti. Essa è circondata da colline coperte di vigne, di olivi, di campi arativi e di pascoli. Il territorio tutto, ricco d'acqua, confina ad oriente con Lazzaretto, Gason e Monte, al sud con Corte d'Isola, ad ovest con Pirano ed al nord col mare. Lo stretto legame che è sempre intercorso tra il centro urbano di Isola ed il territorio campagnolo circostante è dato proprio dal fatto che gli abitanti di Isola, pur avendo dimora all'interno di quelle che erano le antiche mura, quindi essendo a diretto contatto con il mare, si dedicavano più all'agricoltura che alla pesca. Infatti, fino alla prima metà del secolo scorso, prima cioè della nascita dell'industria conserviera del pesce, due terzi degli Isolani erano dediti al lavoro dei campi, un terzo viveva del lavoro in mare e soltanto marginalmente si occupava di attività artigianali e pubbliche. Riportiamo ancora le parole di Paolo Naldini che scrive nel 1700: Descrìviamola succintamente quale ora è, e riconoscerassi almeno per obliquo quale anticamente fu. Tiene ella a fronte il Mare aperto, che le forma solidissimo baluardo con la sua incostanza. Si premunisce il fianco sinistro col Porto e col Molo, e assicurasi gli homerì non meno che il lato destro con alte Mura, tramischiate da varie Torri, erette nel mille quattro centoundici; riparo ordinario delle Terre antiche. Nel mezzo poi delle sue Mura spalanca una porta da alto Torrione diffesa, e nel tempo predetto edificata, la quale per un Ponte di pietra porge sicuro l'accesso al Continente. Le Porte Le
Porte sono sempre state il punto nevralgico di Isola, fin dai tempi in
cui il centro urbano era circondato dalle mura.
Scrive Paolo Naidini nel 1700: riel mezzo delle sue Mura spalanca una porta da alto Torrione diffesa, e nel tempo predetto edificata, la quale per un Ponte di pietra porge sicuro l'accesso al Continente. Tra questi confini ristretta, s'allarga primieramente in una Piazza moderata, dal Palazzo Pretorio, dal Fontico Pubblico, e da altre fabbriche private recinta: indi diramasi in vane Strade da sacri e profani edifìci degnamente fiancheggiati. Nei secoli scorsi a Isola esistevano numerose porte d'accesso alla città; a loro ricordo restarono toponimi quali Vicolo Porta Puiese, Vicolo Porta Ughi, Riva de porta (poi Riva Nazarìo Sauro, oggi Riva del Sole), ma soprattutto Le Porte. Con quest'ultimo nome viene definita tutta la zona antistante l'edificio della farmacia, la stazione delle corriere, fino all'inizio di quella che era Via Besenghi, oggi via Gregorovic' compresa la Piazza del Tibio, oggi Piazza E. Kristan. Nella vita della cittadina Le Porte ebbero probabilmente un'importanza superiore a quella avuta dalla Piasa Granda, anche se questa comprendeva il Municipio, la Dogana, il molo, il Fondaco, la diga e, il mandracchio, fondamentali per la vita economica e amministrativa della cittadina. Le Porte, infatti, rappreseritavano l'entrata principale del Paese, sempre molto frequentata e vi avevano sede importanti attività. Delle mura, dei merli e delle porte oggi ad Isola non rimane più traccia. Già verso la metà del secolo scorso i viaggiatori che passavano per il paese scoprivano che, dove prima si trovava la porta principale con il torrione più grande, passava la strada che collegava Isola a Capodistria e proseguiva, per la via di S. Simone, verso Pirano. È rimasto soltanto il nome ad indicare lo spiazzo, che oggi è trasformato in piazza. Dalle Porte si accede alla piazza contigua (oggi Piazza Krìstan) che un tempo era conosciuta con il nome di Tibio, derivante forse da Trivio", poiché si diramava in più direzioni: verso la Contrada de l'ospedal (poi via P. Coppo, oggi via Lubiana) e verso la via Besenghi, molto frequentata non solo perché vi si trovavano il palazzo dei Besenghi, ma anche la chiesetta di S. Caterina e, più tardi, la scuola. Si presume, che al Tibio fosse situato anche l'antico palazzo del gastaldo. A testimonianza dei tempi che furono rimane soltanto la chiesetta di S. Domenico, che nei secoli scorsi era consacrata alla Madonna del Cannine.
A testimonianza del fatto che ad Isola esistevano le saline, oltre agli scritti degli storici che, come si sa, molto spesso scrivono soltanto per sentito dire e non per esperienza diretta, l'articolo 105 degli Statuti di Isola: Statuirno, che se alcuno havera delle saline di Comun che esso debba render conto al Comun: Et se esse saline non lavorerà ogni anno che il patron di quelle saline sia tenuto render conto al Comun in quel anno per ratta; tanto come delle altre saline, che saranno lavorate del predetto anno, e per l'avenir. Si venga poi a dire che l'amministrazione pubblica del Comune di Isola, almeno nei secoli scorsi, non sapesse tener conto dei propri beni e non sapesse tassare giustamente chi non operava secondo le regole fissate. Anche
il cartografo isolano Pietro Coppo accenna nei suoi scritti ad un
fondamento di saline. Nelle aggiunte agli Statuti di Isola, inoltre,
troviamo che nel 1417 il Consiglio concedeva ad un Capodistriano di
costruire un fondamento di saline verso il muro di cinta del Comune.
In molti documenti del passato Isola viene indicata come provvista di ricche fonti idriche. La constatazione, probabilmente, derivava dal confronto con la realtà presente in altre località istriane, notoriamente da sempre sofferenti di mancanza di acqua. In verità, nemmeno Isola disponeva di quantità idriche tali da poterle definire abbondanti. Secondo una piccola ricerca effettuata dall'isolano Giovanni Russignan intitolata "Le risorse idriche" si apprende che di sorgenti cospicue a Isola se ne potevano contare soltanto tré: quella della fonte degli Àgnesi o, secondo alcuni Àgnisi, di cui non è possibile ricostruire l'origine del nome, quella del torrente Ricorvo, che poi venne convogliata in un piccolo acquedotto, e quella della Fontana Grande o Fontana Fora, così chiamata perché situata fuori dalle mura. Anche se le immagini che ci giungono dalle cartoline illustrate della fine dell'800 o dei primi anni di questo secolo riguardano esclusivamente Fontana Fora, va ricordato che anche la Àgnesi aveva per gli abitanti di Isola una notevole importanza, proprio perché situata non troppo distante dal centro abitato. Probabilmente rifatta al tempo dell'occupazione napoleonica nel primo decennio dell'800, era situata poco prima dell'incrocio della strada romana con il torrente Pivol. Consisteva di un pozzo di forma quadrangolare che finiva con un muro in pietra. Da qui, attraverso un foro, l'acqua si riversava in una vasca più piccola, pure quadrata, che serviva da abbeveratoio per gli animali. Infine, l'acqua in eccedenza entrava in un canale di scolo e scendeva fino al mare nei pressi del macello. Come rileva il Russignan, la strada romana che le passava accanto testimonia dell'importanza della sorgente fin dai tempi più remoti. Fontana
Granda o Fontana Fora era situata immediatamente prima di arrivare alle
porte d'entrata a Isola, sulla via che portava a San Simone, al tempo
quasi in aperta campagna. Fontana Fora, con il suo sistema di grandi
vasche e fontane, rappresentava l'acqua madre degli Isolani, abbondante
nonostante un'errata deviazione di un suo ramo, scaricato direttamente
in mare. Era il punto di riferimento idrico per tutta la cittadina. Le
donne facevano corteo con le mastele (tinozze) per attingere l'acqua che
serviva per le necessità domestiche.
L'acqua eccedente finiva in una grande vasca detta fontanon, dalla quale usciva per riempire il lavatoio. Questo era sempre circondato da massaie intente a lavare i panni e la biancheria. L'amministrazione comunale prowedeva almeno una volta all'anno alla sua pulitura. Quasi
tutto il bucato della popolazione isolana veniva eseguito proprio al
lavatoio della fontana. La lisia, naturalmente veniva praticata per la
biancheria. Dopo averle lavate con acqua calda e sapone, le lenzuola (/'
Unsioì) si stendevano in una tinozza (maste!), che coperta con un telo
robusto serviva per contenere cenere di sarmenti. Sulla listerà
(lavanderia) si faceva bollire l'acqua che, bollente, si versava sulla
cenere, la quale con il calore liberava i sali detergenti che conteneva
e con i quali veniva inondata la biancheria sottostante. Se i panni
erano particolarmente sporchi, si provvedeva a rimestarli. Alla fine i
panni venivano resentadi (risciacquati), strizzati e stesi ad asciugare.
Per impedire che i panni diventassero giallastri e fare in modo che
mantenessero un colore quanto più vicino al bianco, si usava una
polvere azzurra, il per/in, che ancora oggi qualche signora più in là
con gli anni usa per definire le varie polveri aggiuntive che vanno
messe in lavatrice per rendere il bucato bianco "che più bianco
non si può".
Della bontà e della qualità della sorgente testimonia anche il vescovo Tommasini che, nel descrivere la produzione isolana del vino e dell'aceto, sottolineava in particolare come quest'ultimo fosse importante per gli isolani perché viene venduto ai marinai, e serve ai vascelli con grandissimo utile degli abitanti e si da la causa all'acqua di quella loro fontana, che sta vicino alla terra così abbondante, che tal anno facendosi dieciotto sino a 20,000 barile di zonta, mai resta asciutta nelle vendemmie.
L'antica strada romana che già sfiorava la Fontana dei Àgnesi passava anche nei pressi della Fontana Fora. Le strade tracciate dal passaggio dell'uomo passavano sempre dove si trovava pure l'acqua. Con la crescita della popolazione, ma soprayutto con la nascita di una fiorente industria conserviera, si fece pressante anche il fabbisogno di acqua. Così nei primi anni di questo secolo l'amministrazione austriaca di Isola ritenne opportuno dotare l'abitato di una serie di fontane pubbliche, nelle quali, attraverso un piccolo acquedotto, far confluire l'acqua del torrente Ricorvo. Le
fontane pubbliche avevano una colonna di ghisa con qualche modesto
elemento decorativo, erano alte metri 1,60 e con un piano d'appoggio per
i recipienti. Erano situate nelle maggiori piazze e nei piazzali, ma di
esse non rimane più traccia. A testimoniare della loro esistenza rimane
soltanto la fontana ancora oggi situata di fronte alla Chiesa di S.
Domenico, al centro del mercato ortofrutticolo (Piazza Kristan), che
venne ricostruita nel 1935 e collegata alle tubature del nuovo
Acquedotto Istriano.
Ancora nel primo decennio dopo la fine della Seconda guerra mondiale, alle Porte era situata la pesa pubblica. Negli anni '30 e '40 veniva gestita da una guardia giurata. Durante il periodo dei raccolti era al centro di un vivace movimento mattiniero tra i vendarìgoli (coloro che acquistavano frutta e verdura per rivenderla) ed i campagna che portavano i prodotti della terra sul carro trainato dall'asino (el mus). Senza farsi sentire dagli altri, i vendarìgoli facevano la propria offerta al venditore che, dopo aver sentito tutti, la cedeva al miglior offerente. Il retro dell'edificio, rivolto verso la Mesa Grìsa, come ancora ricorda qualcuno dei più anziani, era adibito a ritrovo delle Guardie Campestri e dei Cacciatori. Le Porte acquisirono un'importanza ancor più decisiva con l'inaugurazione della locale stazione ferroviaria, che comportò l'apertura di tutta una serie di servizi, di ristoranti e trattorie. Di
notevole importanza per l'area anche la costruzione della Villa
Ravasini, in cui trovò dimora l'omonima farmacia. Prima di venir
trasferita alle Porte nella nuova Villa Ravasini, l'unica farmacia di
Isola era situata al pianterreno della Casa Comunale. Nel Municipio
esisteva anche un vecchio ambulatorio, che poi venne trasferito presso
il Pio Ospizio Besenghi.
Nei tempi andati il farmacista, a Isola più conosciuto come el spesial, era il personaggio più ricercato della comunità, perché fungeva un pò, oltre che da negoziante (l'attuale "droghiere"), anche da surrogato del medico, e assieme alla comare (la levatrice, che fungeva anche da pediatra, ginecologa e, se il caso, da medico generico), rappresentavano un valido supporto al dotor (il medico vero e proprio) al quale ci si rivolgeva solo in casi particolarmente difficili, anche per via del costo.
La costruzione del Palazzo Comunale ha inizio nel 1253 e coincide con le vicende del periodo. Proprio in quell'anno infatti, Isola diventa libero Comune, come testimoniano i suoi Statuti. È di qualche decennio più tardi la decisione degli Isolani di sottomettersi al dominio della Serenissima (11 maggio 1280), un vincolo che tenne legata la città a Venezia per ben cinquecento anni e si sciolse nel 1797 con la Pace di Campoformio. Anche il simbolo di Isola ha antiche tradizioni che la riportano al legame con Venezia. Nel 1379, quando la flotta genovese, feroce antagonista di Venezia, imperversava nell'Alto Adriatico, una parte di essa venne dirottata dal mare antistante Isola da una fitta nebbia che, secondo la tradizione, sarebbe stata provocata dal Santo protettore San Mauro. La città in questo modo riuscì a sottrarsi alle devastazioni cui altrimenti sarebbe stata condannata. Lo scampato pericolo, sempre secondo la leggenda, sarebbe stato annunciato agli abitanti da una colomba bianca recante in bocca un ramoscello di ulivo, simbolo di pace. Ancora oggi, la colomba con il ramoscello d'ulivo nel becco è simbolo del Comune di Isola. Quanto forte fosse il legame di Isola alla Serenissima è dimostrato dagli awenimenti che succedettero all'indomani della Pace di Campoformio e dalla decisione di Napoleone di cedere i domini Veneti all'Austria. Il 5 giugno il popolo isolano si solleva per protesta e addirittura uccide il podestà Pizzamano, accusato di essere troppo vicino al nuovo potere. Lo storico piranese Almerigo Apollonio, nel suo recente volume "L'Istria Veneta dal 1797 al 1813", così descrive i fatti di Isola: "Nella mattina del 5 giugno, sparsasi una voce nella Terra d'Isola che fosse stata introdotta la Bandiera Imperiale, di cui venivano imputati autori Pietro Besengo, Giuseppe Moratti, Domenico Costanze, Nicolo Drioli e il dottor Parè, con l'intelligenza e l'assenso del Podestà Pizzamano, nacque una universale insurrezione e quindi fatto adossare le militari divise ad alcuni erano soldati recluto, comparvero questi armati sopra la pubblica Piazza e quindi salite dai rivoltosi le Scale del Palazzo aprirono forzatamente le porte... Malmenarono tutta la famiglia, compresa una figlia del Podestà "puerpera da pochi giorni", misero a soqquadro la casa, prendendosela colle suppellettili, coi materassi e col vestiario. A questo punto il Pizzamano tentò di fuggire verso la Casa del Moratti ma fu raggiunto e ferito gravemente da un certo Zuanne d'Udine; il Perentin, detto Bastianella, lo finì con una fucilata. Altri infierirono sul cadavere". A.
Apollonio continua ancora la sua descrizione dei fatti di Isola di quel
lontano 5 giugno 1797:
"Il Moratti e il Costanze scapparono durante la notte successiva, il primo a Umago, l'altro a Capodistria, ma il 6 giugno intervenne il Parroco per pacificare gli animi e riportare la concordia. Il giorno 7 giugno doveva celebrarsi la Cerimonia della Conciliazione e il Costanze si ripresentò in città. Male gliene incolse! Assieme al Besenghi e al Drioli venne tenuto sulla piazza in ginocchio, con il Crocifisso in mano per alcune ore, e solo l'abilità del Clero evitò il peggio; ma le minacce di morte, in quelle ore, non si contarono.
Al Palazzo comunale è legato anche il tipico simbolo che stava a indicare l'appartenenza della città alla Serenissima: il Leone marciano posto entro il timpano della facciata del Municipio rivolta al mare e alla Piazza. Come
viene definito nel volume "II Leone di San Marco in Istria" di
Alberto Rizzi, si tratta di leone marciano andante (I metà del XV sec.).
Pietra d'Istria, cm 100x170 c. Leone nimbato andante (tipo stante) verso sinistra reggente
libro aperto lievemente inclinato (scritta consueta in carattere gotici:
è caratterizzata per allineamento su entrambe le pagine) e avente
accigliato muso da leonessa un po' scorciato, con naso camuso e lingua
estroflessa, ali tra parallele e divergenti, coda distesa arcuata,
testicoli visibili (?); poggia su acqua e terreno (appena accennati).
Per il corpo pressoché glabro e specialmente pel modo in cui cade la
coda, l'animale assomiglia un po' ad un babbuino.
Pasquale Giuseppe Giacomo Besenghi degli Ughi [ed. vedi sotto], ultimo dei figli del Conte Giovanni Pietro Antonio fu Giacomo e della donna Orestilla Freschi dei Conti di Cucagna, friulana, nacque in questo palazzo il 31 marzo 1797. Il Besenghi è morto a Trieste il 24 settembre 1849, ultimp discendente della famiglia. Non esiste alcun dato sicuro che testimoni un soggiorno del Sommo Poeta Dante Alighieri ad Isola, anche se su qualche cartolina illustrata quest'ipotesi è presente. Un legame tra Isola e Dante, comunque, esiste, pur se indirettamente. In questa cittadina, nel lontano 1399, è stato scritto uno dei primi codici danteschi. A darne notizia, il 10 gennaio 1935, è stato il quotidiano triestino "II Piccolo", che annunciava: "Un codice dantesco scritto a Isola nel '300 è stato acquistato dal Governo italiano per 200 mila lire. La cordiale comunicazione è stata fatta dal Duce al Sen. Salata. " II codice, ora conservato nella Biblioteca Marciana di Venezia, alla fine del testo riporta in latino che: "Questo libro è stato scritto da me, Pietro Campanni fu Giovanni da Tropea, nel territorio di Isola, nell'anno 1399 dalla nascita del Signore." Pietro Campanni, calabrese di origine, nel periodo in cui scrisse il codice, ricopriva a Isola la carica di notaio e cancelliere del Podestà. Il codice rimase a Isola ben poco. Già nel 1400 sembra arrivato in Spagna e da qui in America, da dove è ritornato in Italia negli anni '30 di questo secolo. A segnalare l'esistenza del manoscritto a Mussolini e a proporne l'acquisto è stato il Sen. Francesco Salata, originario di Ossero sull'isola di Cherso. Isola era notoriamente paese di agricoltori e pescatori con qualche artigiano e qualche pubblico funzionario. Soltanto verso la fine del secolo scorso incominciarono a comparire anche i primi operai, anzi, le prime operaie, visto che i locali conservifici impiegavano in prevalenza manodopera femminile. La maggioranza della popolazione nel corso dei secoli era dedita prevalentemente all'agricoltura. Tra le colture più' diffuse troviamo la vite. Nelle case doveva esserci lo spazio necessario per il mezzo di trasporto (il carro e l'asino) e lo spazio per conservare il vino: la canova o cantina con tutto il necessario. Dalle botti, ai cavee/ (tini), alle brantele. Oggi il termine canova è usato quasi esclusivamente per indicare una trattoria che, alla lontana, si richiama alla cucina tradizionale. Nel
periodo che precedeva la vendemmia, gli agricoltori avevano la
consuetudine di portare le botti ed i tini in riva al mare per riempirli
di acqua salmastra e renderli pronti e puliti per ospitare il vino
novello. Anche le cartoline di inizio secolo testimoniano questa usanza.
Spesso, infatti, raffigurano le botti allineate lungo la riva, sulla
diga o nello spiazzo che - dopo esser stato opportunamente bonificato -
serviva da campo di gioco o campo sportivo e che oggi è adibito a
parcheggio per le automobili.
Tra i modi di dire degli Isolani: ...a ga un bon goto de vin, come dire che in cantina aveva un buon bicchiere di vino. - La bota era la botte grande in cui veniva conservato il vino destinato alla vendita. La botisela era una botte più piccola, che serviva per conservare quantità minori di vino soprattutto per uso proprio (per le feste) o, spesso, di aceto (asedo). Simpaticamente, per persona di sesso femminile tonda e grassoccia, si diceva che era cocola, ma come una botisela. El botaso, invece, era una piccola botticella portatile usata comunemente dai campagnoi per portare acqua o intemperà quando si recavano al lavoro in campagna. Isola era conosciuta per il suo vino e, infatti, rappresentava la principale fonte di guadagno degli agricoltori. Si producevano la Malvasia (vino bianco) e il Refosco (vino rosso, che dalle nostre parti, ad eccezione di tutte le località italiane, si definisce "vino nero"). Pure oggi la zona è particolarmente apprezzata per questi due vini, anche se negli ultimi anni altri vitigni stanno sorgendo. Alcuni spumanti isolani sono stati particolarmente pubblicizzati durante la Prima Fiera Provinciale dell'Istria, del 1910 a Capodistria. Sempre sul Refosco famosa la strofa che gli dedicò il poeta isolano Pasquale Besenghi degli Ughi: "Un re più dolce - Io non conosco - Del buon Re-Fosco". Na Zdravlje. Alla Salute. Per dire che il vino non era buono si affermava che doveva essere "un vin de baston o un vin de struco." Non potevano di conseguenza mancare anche i modi di dire ed i proverbi, come "ala lingua el vin ghe da forsa, ale gambe a ghe la ciòl," - oppure "per el vin se destin de Dio, se magna la mare (l'uva) e se beve el fio (il vino)." Fin dai tempi più lontani, oltre che per la bontà dei suoi vini, Isola era conosciuta per la produzione dell'olio di oliva. Niente di strano, dunque, se durante la stagione della raccolta e della spremitura delle olive si trovassero in funzione numerosi torci. Uno degli ultimi a rimanere in funzione era quello situato in Riva de Porta, che venne poi assorbito dal Consorzio Agrario. Di
data più antica quello che era situato in Piazza Grande, probabilmente
nell'edificio dove più tardi venne aperto il Caffè Centrale. Un terzo
era il tordo del poso, così chiamato per la presenza di un vecchio
pozzo con la vera e con e/ stagnaco con la cadena. Un quarto funzionava
a Le Porte nei locali dove prima c'era un magazzino. Un quinto, infine,
operava in Via A. Volta, oggi via Premrl
poco lontano dalla fabrica ai bagni, trasformato successivamente
in distilleria e, infine, in fabbrica di sardine in scatola di Nicolò
Delise.
La
Diga, che molti Isolani chiamavano anche Giga, risale a parecchi secoli
più tardi. Infatti, costruita per difendere il porto dalle mareggiate
risale ai primi anni Venti di questo secolo. Esistono ancora delle
immagini in cui è ben visibile la prima fase dell'opera, con la
superficie non ancora coperta da cemento e da pietre, ma da semplici
assi di legno. Anche se la sua storia è abbastanza recente, ha
anch'essa le sue vicende da raccontare. Ritenuta di importanza
strategica dalle truppe d'occupazione tedesche, prima della fine della
Seconda guerra mondiale venne completamente minata. Qualche giorno prima
della liberazione e prima di ritirarsi da Isola, il 22 aprile del 1945,
alle ore 6.45 del mattino, fu fatta saltare in aria con un'esplosione
che danneggiò parecchie delle case circostanti e alcune delle
imbarcazioni più vicine. Venne ricostruita nei primi anni del
dopoguerra.
Il mondo della pesca rappresentava fonte di curiosità soprattutto per coloro che venivano a trascorrere qualche giorno di vacanza a Isola. In particolare i bambini. Lo Scoglio d'Isola rappresentò per varie estati fa realizzazione dei nostri sogni di ragazzi, quando dall'obligo e dalla fatica della scuola la nostra immaginazione correva alla libertà delle vacanze. Così inizia uno dei Racconti istriani che Giani Stuparich, scrittore triestino (1891-1961), dedica ai suoi ricordi legati alla nostra cittadina. Il padre originario di Lussimpiccolo portava spesso la famiglia a trascorrere le vacanze estive in amene località istriane. Nei primissimi anni del secolo, il piccolo Giani trascorse qualche estate anche ad Isola, certamente non annoiandosi, come lo dice egli stesso. "Isola era un vero, nido di pescatori." - racconta Stuparich - "A Isola come in nessun altro posto dell'Istrìa, a noi ragazzi s'apriva il mondo della pesca... La maggior parte di quella pesca andava alla fabbrica, che elevava il suo fumaioìo proprio sullo Scoglio, non lontano dai nostri bagni. Tutto intorno odorava di pesce salato e lustrava di teste di sardelle. Bariletti di teste si portavano via i pescatori e si servivano di esse per il "pascolo": per fa "bruma": Quà a Isola, duto el fondo del mar xe coverto de teste de sardeìe, un vero pascolo che ciama i altri pesi!" Giani Stuparich racconta le pescate che faceva con il padre e con un Isolano, "Marco il pescatore": Il fatto straordinario della straordinaria avventura era la veleggiata in piena notte, saremmo infatti partiti poco prima delia mezzanotte, per giungere sui posto alcune ore dopo a seconda del vento, e attendervi l'alba. Come
spiega lo stesso Stuparich, si trattava di andare a pesca di sgombri: ..
con lenze tutte ben ordinate: ce ne saranno state una ventina e in
confronto con quelle che adoperavamo noi, ci sembravano gigantesche,
avvolte attorno a larghi sugheri, coi piombi pesanti, il filo di Spagna
grosso, ricche di ami. Non eravamo mai andati alla pesca degli sgombri.
- Perché tante? - chiedemmo a Marco e Marco ci spiegò che ali
'occorrenza papà e lui avrebbero pescato con quattro. - Con quattro? -
Si, due su le recie e due in man. In due ore d'affannoso e gioioso
lavoro pescammo, quella indimenticabile mattina, intorno ai trenta chili
di sgombri. Il posto lo si ritrovava per riferimenti. Quando il camino
della fabbrica di sardelle si allineava perfettamente con il campanile
del Duomo e la casetta rosa sullo scoglio copriva un'altra casetta
bianca più in alto, eravamo sul posto.
Un giorno papà veniva a casa con un mazzo di canne palustri e da queste, con arte, egli ricavava per noi fischietti, piccoli zufoli e schizzetti: per una settimana, con disperazione della mamma, noi assordavamo l'aria di fischi e nessun passaggio all'aperto era più al sicuro dai nostri spruzzi. Un altro giorno vedevamo papa manipolare misteriosamente ogni sorta di stracci.. ne venne fuori, con nostra gioia e sorpresa, una bella palla vibrata, cucita solidamente, con un forte manico di stoffa. Non appena il sole declinava un poco, eravamo sul prato, divisi in due squadre opposte, a lanciarci la palla e a farci sotto per afferrarla al volo. I racconti di Giani Stuparich riescono molto bene a rendere l'idea di come fosse la vita per i bambini nei primi scorsi di questo secolo. Naturalmente, non era la solita vita dei ragazzini di Isola, figli di pescadori o di campagnola anche se tra ragazzi riuscivano sempre a trovare un linguaggio comune. Così racconta del giorno in cui il padre decise di costruire un nuovo giocattolo per il piccolo Giani: Una mattina lo vedemmo davanti la casa, affaccendato con grandi fogli di carta d'impacco, con lunghe, stecche ricavate da canne, con barattoli di farina, con gomitoli di spago. Costruì un aquilone. Il nostro aquilone - ricorda Stuparich - fu per parecchi giorni la meraviglia desola e tutti venivano sullo Scoglio a vederlo. Qualche
notizia su Isola si riscontra in quasi tutti i testi scritti da studiosi
di storia istriana. Giuseppe Caprin, nelle sue "Marine istriane"
illustra non soltanto la cittadina, ma anche la sua gente con molta
simpatia. La popolazione d'Isola - scrive il Caprin -
è tutta
sulle viuzze: le mamme pettinano i bimbi, rammendano le vesti; si
chiacchiera ad alta voce; cade una parola da una finestra e vien
raccolta, e il vicinato fila il discorso, continua il racconto, e rompe
in una chiassata, senza che gli occhi si levino dal lavoro. Sotto la
nicchia di una scala si prepara con un po' di pepe e di erbe il
brodetto, una famiglia pranza all'aperto; scappa da un cortile una
canzone e la segue l'accompagnamento di un coro... Sembrano immagini
prese da un romanzo rosa, o comunque ritratte in un giorno di festa in
primavera. Da quando il Caprin scrisse queste righe, tuttavia, è
trascorso ormai un secolo e molte cose sono cambiate. Qualcuna in meglio,
ma tante anche in peggio.
Forse una volta non erano disponibili tante qualità e tanti tipi di pane, quanti ce ne sono oggi. Certo è però, che il numero dei fornerì (fornai) non fosse inferiore ad oggi. Probabilmente perché allora non c'erano i mezzi di trasporto rapidi che esistono attualmente, ed il pane doveva essere cotto e venduto entro un breve lasso di tempo. Negli anni Venti a Isola esistevano cinque fornai, almeno secondo alcune testimonianze, che cuocevano e vendevano il pane di giornata per tutti coloro che non lo facevano direttamente a casa. Va detto, però, che c'era anche la prassi di preparare a casa l'impasto e di portarlo dal forner per la sola cottura. Uno di questi aveva il suo forno vicino alle scuole e veniva chiamato dalla Bacan. Poi c'era il Viola in via Besenghi, La Piranesa vicino alla Chiesa di S. Giovanni, il Ralsa vicino al Fontego e, infine, el Forner de fora, visin al campo de balon, perché era fuori dalle Porte, dove il terreno era stato bonificato per costruirvi il campo sportivo.
Nel secolo scorso, comunque, c'era una piccola pescheria situata in un porticato, dove più tardi trovò posto la sagrestia della Chiesa della Madonna d'Alieto, e che era conosciuto come La Losa (la loggia). Più tardi la vendita del pesce venne trasferita in un locale adiacente la Chiesa di S. Andrea in Piazza Grande. Infine, progettata da Ettore Longo, perito edile comunale, venne costruita la nuova pescheria che servì al suo scopo fin nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale. Oggi ospita la Capitanieria del Porto e la Dogana. Secondo alcuni dovrebbe tornar a volgere la propria funzione originaria per cui venne costruita. Ogni città in Istria disponeva di un Fondaco, una specie di magazzino pubblico per le riserve di derrate alimentari, che veniva gestito dalle autorità municipali e che serviva da fondo di riserva per far fronte ad eventuali necessità della popolazione. Interessanti le disposizioni comunali, con le quali veniva esercitato il controllo delle merci custodite, di quelle in arrivo e di quelle in partenza, tanto che, per evitare la possibilità di contrabbando o di vendita sottobanco, tutte le merci venivano diligentemente specificate e pesate. Non
siamo riusciti a trovare molte notizie su quando e perché è stato
costruito il Molo Sanità, anche se è da presumere che risalga più o
meno all'epoca in cui è stato ristrutturato il Mandracchio. Non vi sono
molte notizie nemmeno sul perché di questa sua denominazione, almeno fino
ai primi anni di questo secolo. Probabilmente sanità deriva dal fatto che
si trova nelle immediate vicinanze del Fontego e che quindi serviva da
molo d'imbarco, ma soprattutto di sbarco, per le merci (granaglie
innanzitutto) che il Comune poi immagazzinava per le proprie necessità.
Già negli antichi Statuti di Isola, del resto, si stabiliva che sul molo
vigevano regole particolari controllate dalla dogana o da funzionari
comunali.
Più convincente, però, ci sembra chi sostiene che il nome gli derivi dal fatto che, probabilmente, nelle vicinanze ci sarebbe stato un vecchio lazzaretto. Anche in altre località istriane, infatti, il termine di sanità viene collegato a istituzioni del genere. Che la denominazione derivi proprio dalla vicinanza di un istituto sanitario è una supposizione tanto più legittima, se si tien conto che, attraversata la Piazzetta, si arrivava all'imbocco della Contrada de l' Ospedal, dove aveva sede appunto l'antico ospedale, l'ospizio di Isola, che veniva chiamato anche l' Ospedal dei poveri. La Casa dei poveri cessò le sue funzioni all'inizio di questo secolo, quando vennero trasferite nel neocostituito Ospizio Besenghi. La Contrada de L'Ospedal, chiamata Via dell'Ospedale Vecchio, fu ribattezzata nei primi decenni del secolo in via Pietro Coppo e dopo gli anni Cinquanta in Via Lubiana. La strada che, partendo dalle Porte, dopo una cinquantina di metri si dirama, veniva definita Contrada de sora, poi via Ettoreo, oggi via Capodistria. La
tradizione delle trattorie, osterie, o delle bastane, come probabilmente
allora si chiamavano, è presente nei secoli. Da qui anche la necesità di
regolamentare la vendita del vino. Un articolo degli antichi statuti di
Isola, per esempio, stabiliva che:
"Sia permesso ad ogni oste a tutte le ore dopo il suono
della terza campana vendere e dare vino a tutti coloro che vogliono
intraprendere un viaggio oppure che siano di ritorno, in
boccale o barile
o cosa simile. O che vogliono portare a casa per se stessi o per
familiari. Se poi qualcuno berrà vino di qualche oste, non osi uscire
dalla taverna senza il volere dell'oste, senza prima aver pagato. Un tanto
viene stabilito sotto la pena di 20 soldi, dei quali 15 al Comune e 5
all'oste, Anche in questo caso, come in altri, era la campana che
segnalava l'ora di chiusura e anche quella di apertura delle taverne. La
regola, probabilmente, aveva lo scopo di evitare che il vino venisse
comprato fuori dal paese. Ma anche, e non rappresentava elemento di
seconda importanza, perchè il vino costituiva un fattore integrativo
della povera dieta degli Isolani, ritenuto quindi indispensabile.
Chi non ricorda, da ragazzi, quando si andava a fare il bagno sulla spiaggia allora ancora selvaggia di San Simon, la raccolta di scagnei, i tasselli di mosaico che abbondavano tra la sabbia e la ghiaia? Erano i resti di un mosaico di una villa dell'epoca romana, venuta alla luce nelle immediate vicinanze della spiaggia, dove un tempo c'erano i campi di un certo Dudine. Il mare e le onde avevano provveduto con il tempo a sparpagliarle in lungo e in largo. I scagnei si potevano trovare ancora nei primi anni che succedettero alla seconda Guerra Mondiale, poi, con la trasformazione della zona in area turistica, sono scomparsi del tutto. Attualmente, la zona dove si trovano i resti della villa romana è sotto tutela dell'Istituto per la salvaguardia dei beni monumentali. Del mosaico, oltre a qualche fotografia ripresa agli inizi del secolo e conservata in qualche volume di storia isolana, e a qualche chilogrammo di scagnei raccolti e conservati da qualche amante d'antichità, oggi non rimane più niente.
Gli isolani avevano un carattere fiero, nonostante la bianca colomba con il ramoscello d'ulivo che costituisce il loro stemma. Proibirono alle ragazze di sposarsi con capodistriani e piranesi a causa di antichi rancori economici e d'onore. Si ribellarono perfino al grande Napoleone che, nel 1797, cedette l'Istria e la Dalmazia all'Austria. In quell'occasione come già detto uccisero il podestà Pizzamano mentre, fuggendo dal municipio, era rimasto intrappolato in una calle senza uscita. Lo credevano, pare ingiustamente, filoaustriacante ed incapace di opporsi alla pace di Campoformido. In mancanza di costituzioni nazionali, si erano dati uno statuto che nel suo rigore rivela l'esigenza di una società giusta: "Chi uccide qualcuno sia conclannato a morte". "Se qualcuno estrae contro qualcuno la spada, lo spuntone (lancia), il falcone (falce), il percolo (arco), la varenga paghi al Comune 25 libre". È permesso vendere beni agli stranieri, "resta escluso agli uomini di Pirano" (art. 32). L'art. 95 impone una multa di 200 libre al bigamo: "di questa multa la donna ingannata abbia due parti e la terza al Comune". Si proibisce di tenere nella cittadina "porchi grandi o piccoli oltra otto giorni" e che nessuno "non debba tenir alcuna capra, se non in casa sua serada". "Chiunque ha bestemmiato paghi al Comune libre 5" e, se non può pagare, "deve stare legato alla colonna di pietra che sta sulla piazza". L'art. 82 impone di tagliare una mano a colui che appicca il fuoco a una casa e non possa risarcire il danno. L'art. 47 dice: "chi abbia dato a qualche persona da mangiare o da bere qualche maleficio così che possa derivargli la morte o perdere la ragione, se è un uomo sia impiccato per la gola, se è una donna sia bruciata sul rogo". L'art. 59 prevede una multa di 20 soldi a colui che esce dall'osteria senza aver pagato il vino che aveva bevuto. Sottomessa a Venezia, ottenne il privilegio di conservare il suo statuto. Nel 1326 il podestà Giorgio Contarini costruì il porto e il molo al quale fu aggiunta la diga negli anni 1930. Il 25 agosto 1379 una spedizione militare di Aquileia violò le sue mura e alcuni giorni dopo fu ripresa d'assalto da soldati istriani, comandati dai podestà di Pirano, di Capodistria e di Umago. Le mura furono restaurate da Venezia nel 1615 ed armate di 8 pezzi di artiglieria, di 150 moschettoni e di 150 archibugi. La cittadina poteva offrire 500 uomini armati. Poi lentamente le mura si sbriciolarono. Infine il mare e la forte bora le dispersero. Intorno a due piazze si affastellano le case pulite, legate da volti e da viuzze selciate che le danno un aspetto veneziano. Dominano con prepotenza i palazzi Lovisato, lombardesco, Manzioli, gotico-veneziano, Besenghi, ricco di stucchi rococò, oggi scuola di musica, il municipio col suo oratorio. Era costume dei magistrati veneti e dei curiali di assistere all'ufficio divino prima di trattare i processi e le cause. La cittadina era benestante, ma per non pagare le tasse a Venezia, fingeva di essere povera al punto - racconta il Coppo - che i giovani si sposavano con un anello di paglia.
Il Thamar scriveva nel 1581: "sono gli huomine e donne di buona e bella statura, ben fatti e ben proporzionati, valorosi di forze di corpo... quieti, facili a perdonare le ingiurie, pietosi di religione verso il signore Iddio, fedelissimi verso il suo Principe Veneto il quale si valse della loro fedeltà per deprimere le discordie e tentate ribellioni e contro i turchi dove intrepidamente hanno mostrato il loro valore". Fra gli uomini illustri ricordiamo Pietro da Isola, cancelliere del Comune che trascrisse e postillò di suo pugno un codice della Divina Commedia. Chiuse il codice con la seguente frase: "1394 (Dante era morto soltanto 73 anni prima) 10 di marzo, indizione terza. Nella terra di Isola della Provincia dell'Istrici questa sacra cantica fu scritta da me Pietro". Il prezioso manoscritto si trova nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Il magistrato e geografo Pietro Coppo nacque a Venezia, ma visse a Isola dal 1499 al 1555. Qui scrisse i quattro volumi del "De Toto Orbe" (descrizione dei cieli, dei mari e di tutte le terre conosciute), il "Porto laro" (descrizione dei porti e delle isole "comenzando da Venetia"), il volume "Del sito de l'Istria" che è la più antica e preziosa corografia della regione. Nel 1986 l'Università Popolare di Trieste ha pubblicato per le edizioni Lint i due volumi delle "Tabulae".
Isolano era anche il poeta Pasquale Besenghi degli Ughi che nacque a Isola nel 1797 e morì a Trieste nel 1849 di colera. Combattè per la libertà in Grecia con Byron. Amico di Tommaseo, lasciò molti scritti, tra i quali canzoni romantiche e opere satiriche. Va ricordato anche il prete Vascotto che nel 1820 aprì i primi bagni termali: una tettoia con una decina di cabine e di vasche. Nei rapporti con Venezia, Isola cocorse al pagamentodei tributi, stabiliti con la Serenissima, per la protezione dai pirati. Firmò un patto di fedeltà a Venezia nell'anno Mille; tentò poi di ribellarsi nell'anno 1150, ma fu costretta a giurare nuovamente obbedienza alla Repubblica. Nel 1165, i Veneziani pretesero che i patti fossero rispettati dagli Isolani. Questi, per evitare la distruzione del borgo, si ritirarono, con il consenso della badessa Viliperta del monastero di S. Maria d'Aquileia, sul monte Castellier, nel sito che in quell'occasione venne chiamato Corte d'Isola. Per mantenere la propria indipendenza, nel 1267, guerreggiò assieme a Capodistria, Pirano ed il conte d'Istria contro il patriarca d'Aquileia, concorrendo nel 1274 alla distruzione dei castelli di Pinguentee di Pietrapelosa. Durante la ribellione di Capodistria a Venezia del 1279, Isola venne occupata dalle truppe venete. Per
difendersi dalla strapotenza del feudalesimo germanico, esercitato dal
conte d'Istria, nel 1280 si sottomise volontariamente alla protezione ed
al dominio di Venezia, facendo salvi i suoi diritti e la sua autonomia.
Suo primo podestà fu il veneziano Enrico Aurio. Isola, sottoposta ai
Veneziani, ebbe varie vicissitudini durante le guerre fra i patriarchi ed
i Veneziani; pur rafforzata nelle mura, da farla sembrare imprendibile, fu
occupata di sorpresa dalle truppe friulane patriarchine nel 1379, ma i
Capodistriani, assieme ai Piranesi ed agli Umaghesi, furono pronti a
scacciarle ed a riconquistare la città pochi giorni dopo. L'anno
seguente, sotto la minaccia dei cannoni della flotta genovese di Paganino
Doria, Isola accettò di ritornare sotto il dominio dei patriarchi. Nel
1381, a seguito della pace di Torino, il libero comune di Isola ritornò
sotto la protezione della Serenissima.
Nel XVI secolo Isola fu, in un certo senso, dipendente da Capodistria, la quale, avendo assunto sempre più potere politico ed economico, iniziò dalla metà del '500 ad eleggere il podestà d'Isola fra la sua nobiltà. Anche il tribunale d'appello per le cause civili e giudiziarie passò a Capodistria. Isola, nel XVII e XVIII secolo, decadde a seguito del progressivo deteriorarsi della potenza veneta e nel 1797, al cadere della repubblica veneziana, il popolo si sollevò ed uccise l'ultimo podestà veneto, Nicolo Pizzamano, che non si era ribellato alla pace di Campoformido e sembra avesse tramato per consegnare la cittadina agli Austriaci. Nell'Ottocento, sotto la dominazione austriaca, Isola fu soggetta al dipartimento di Capodistria e dal 1814 formò, assieme a Corte d'Isola, un nuovo comune soggetto al distretto di Pirano. Durante il mezzo millennio in cui Isola fu soggetta a Venezia, la cittadina, con il suo piccolo territorio, si trovò stretta fra Capodistria, che continuava a crescere monopolizzando i traffici ed i commerci territoriali, e Pirano, che si espandeva sempre più sul mare. Isola disponeva di un vasto entroterra ricco di vigneti, di oliveti, di frutteti fino al confine con Pirano. Questo confine tra i due Comuni è stato spesso oggetto di vivaci discordie e ciò aumentò la rivalità con i forti vicini Piranesi, ogni contatto per questioni territoriali era motivo di lite, tanto che fu deciso di vietare ai Piranesi ed agli Isolani di portare armi od oggetti di offesa quando uscivano dal loro territorio. Isola proibì ai propri cittadini la vendita di terreni o case ai Piranesi e consentì di vendere i propri beni solo ai forestieri, con il patto giurato che questi beni non sarebbero stati mai rivenduti ai Piranesi. A tale riguardo è noto in tutta l'Istria la leggenda del cannone costruito dagli Isolani con un tronco di fico per punire l'arroganza dei Piranesi. Ecco a Voi una versione originale in dialetto xe stata scritta dagli alunni della Scuola elementare “Dante Alighieri” di Isola in un lavoro di ricerca intitolato “A Isola una volta se rideva cussì”. Canon de fighera Dalla Repubblica nr. 20 di Guide d’Europa monografiche – Istria (Istituto geografico de Agostini pubblicato nel l999 a pag. 37 trovo scritto così: Il cannone di legno di fico Nel Medioevo le città dell’Istria combattevano talvolta l'una contro l'altra. Una leggenda racconta il conflitto fra Piran (Pirano) e Izola (Isola d’Istria); Izola era disturbata dai continui tentativi di Piran di estendere i propri possedimenti costieri ai danni dei vicini, e fu dunque dichiarata una guerra. Poiché però a Izola mancava il ferro per forgiare le armi, venne costruito un cannone con il legno di un albero di fico. L’arma fu issata a bordo di una nave che si spinse fin nella baia di Piran. Una versione originale in dialetto è stata scritta dagli alunni della Scuola elementare "Dante Alighieri" di Isola in un lavoro di ricerca intitolato "A Isola una volta xe diseva e se rideva cussì". A pag. 39 troviamo: Canon de fighera Tra Isola e Pirano non correva mai buon sangue; ne fanno prova le guerre tra le due cittadine, che culminarono col colpo del famoso "Canon de fighera". Quei de Isola de sempre i la gaveva con quei de Piran, perché i piranesi i credeva de esser chissà chi. Un giorno i ga pensà de farghela veder ai piranesi, e cossa i fa? ...I ga fato un canon de fighera; i lo ga messo in t’un trabacolo e via lori, col scuro, verso Piran, par molarghe un per de canonade... I riva soto che iera presto giorno. I se ferma, i punta l’arma e... fogo! Xe stà un finimondo! El canon de fighera xè andà in mile tochi e tre omini che iera là vissin, i xe restai morti. -Mama mia – ga dito i vivi – se noi gavemo tre morti, chissà quanti ghe ne sarà a Piran? E presto el capitano ga dà ordine de tornar indrio. Ma, intanto che i voltava, i ga butà l’ocio sora Piran e i vedi fumi sora i teti. -Varda, varda, compare, quanti foghi che se ga alsà! – ga dito un. ( Ma iera quei de Piran che i impissava el fogo, per farse ‘l cafè.) Co i torna a Isola, el podestà, che li spetava, a ghe domanda: - Bon, come xe andà? - Ben, sior podestà, i ghe rispondi – noi gavemo tre morti, ma gavemo lassà Piran che iera duto un fumo de sora e un fogo de soto: i sarà duti morti! De note i manda le spie soto i muri de Piran, per capir qualcossa. iera duto sito; no se sentiva anima viva. - Ma dutintun i senti: - Tre, sete, nove... ! - Qua i conta i morti, - i se disi tra de lori sti spioni isolani – tornemo a casa. Subito i va a raporto: - Sior podestà, a Piran xe ‘sai mal: gavemo sentù che i contava i morti, almeno vinti ghe ne xe...! Ma cossa iera? Iera do muloni de Piran, che i zogava la mora. Ancora una piccola legenda, e a pag. 35 trovo che anche i Piranesi no iera meio dei Isolani e così ... via... via... Rema che te rema Una volta quei de Piran i voleva far una scoribanda a isola. L'erba sul campanil Anche tra Isola e Capodistria non correva buon sangue. Isola disponeva di un vasto entroterra ricco di vigneti, di oliveti, di frutteti fino al confine con Pirano. Questo confine tra i due Comuni è stato spesso oggetto di vivaci discordie e di gustose facezie come quella del "canon di fighera" dei piranesi e della "ponza senza buligo" degli isolani. Dopo averlo caricato ben bene il cannone esplose causando qualche morto e feriti sul posto. Uno di loro, che era di vedetta su un albero, sbottò: "Se qua ga fato tuta 'sta strage, cossa sarà in quell'altra parie." Anche con Capodistria le relazioni non erano buone, causa i dazi e gli affitti relativi ai possessi indebiti dei terreni del monastero; con Capodistria però si giunse ad un accomodamento alla fine del XV secolo. In quell'epoca ad Isola, come in tutte le altre cittadine sottoposte a Venezia, si acquisirono leggi e costumanze che vigevano a Venezia. La popolazione era divisa in cittadini, la classe al potere, e popolani che erano esclusi da ogni partecipazione alla vita pubblica. È rimasto nella leggenda popolare il ruolo che ebbe a Isola la casa degli Ettoreo, sotto le falde del cui tetto potevano rifugiarsi i perseguitati dalla giustizia, certi dell'immunità dovuta al diritto d'asilo goduto da alcuni nobili. Nel XV secolo venne istituita la prima scuola pubblica e nel 1582 venne creata la seconda sede istriana del Sant'uffizio dell'Inquisizione. Ad Isola, già nel XIV secolo, funzionava un fondaco per le granaglie che veniva amministrato da un fonticaro eletto dal comune. Poiché Venezia cercò sempre di limitare lo sviluppo economico delle città sottoposte al suo dominio, gli Isolani rispose-
Fu percosso brutalmente e ingiustamente dai "liberatori" di Tito, licenziato dal suo impiego all'Arrigoni e costretto a rifugiarsi a Trieste. Nel 1955 sposò Sonia Urdith e, dopo varie vicissitudini, venne assunto allo Stabilimento Arrigoni di Cesena, dove per merito gella sua capacità, conclude una brillante carriera. Antonio Vascotto, grazie al suo amore per Isola e per l'Italia, ci ha lasciato in eredità un grosso patrimonio, prima con la collaborazione a "Isola Nostra" e poi con la pubblicazione dei suoi due volumi "Voci della parlata isolana nella prima meta di questo secolo" (Grafiche Calcati, Imola 1987 - pagine 366 più 9 fuori testo dedicate ai soprannomi) e "Ricordando Isola. Testimonianze e scritti" (Grafiche Galeati, Imola 1989 - pagg. 224). Questi due volumi, ricchi di storia isolana, sono utilissimi non solo ai suoi concittadin ma anche agli studiosi e ricercatori. Il primo in particolari dove Antonio Vascotto, dopo lunghe e appassionate ricerche, ha raccolto migliala di voci del nostro dialetto che altrimenti sarebbero andate perdute per sempre. Questo suo merito va sottolineato, gli isolani tutti e la cultura italiana devono essergliene grati. Isola Nostra, a dieci anni dalla sua scomparsa, lo vuole ricordare a tutti i suoi concittadini e a quanti lo hanno conosciuto e amato pubblicando, in sua memoria, la ricerca sui "soranomi" isolani. F.D.
UN
DATO "ANAGRAFICO" CHE STA GRADUALMENTE SCOMPARENDO L'IMPORTANZA SECOLARE DEI NOSTRI SOPRANNOMI Come risaputo, l'usanza istriana e dalmata di aggiungere al nome e cognome un soprannome, non era una presa in giro, bensì una assoluta necessità. Nelle nostre terre, per fortuna, l'emigrazione non è mai stata una necessità (rari erano i casi), anzi, da noi si insediavano molte famiglie del resto d'Italia o di etnie straniere, in particolare slave in fuga dalle orde turche. Non va neppure sottovalutato il fatto che la Repubblica di Venezia, alla quale per molti secoli appartenemmo, nei funesti periodi di pestilenze che decimavano le nostre popolazioni, sostituiva con queste genti i morti, dando loro le case e i poderi di questi ultimi, per far continuare così soprattutto le produzioni agricole, del legname e della pregiata pietra istriana, materiali tanto preziosi alla superpotenza di allora. Dal fatto che la nostra gente viveva per secoli e secoli sullo stesso territorio, le famiglie si moltiplicavano (allora era normalissimo avere anche dieci figli...) portando avanti quasi sempre gli stessi cognomi. Non è poi da trascurare l'usanza di dare ai propri figli i nomi dei genitori, dei nonni o anche quelli di fratelli o sorelle deceduti da piccoli. Ovviamente con il risultato che molti portavano lo stesso nome e cognome, come ad esempio a Isola i Degrassi, Vascotto e Delise, per citare soltanto le tré famiglie più numerose.
Ecco quindi la necessità di dare i soprannomi per distinguere le persone, anche se in molti casi neppure questo era sufficiente. Cito il caso di mio nonno, Giovanni Delise "tremami" : ad Isola più d'uno portava lo stesso nome cognome e soprannome, compreso mio padre. In molti casi si ricorreva anche a qualche nomignolo, detto all'isolana "schinela"; altre volte, per riconoscere la persona, si indicava il suo mestiere oppure il nome e soprannome della moglie. Come tutti noi isolani sappiamo, il cognome diventava spesso addirittura superfluo, omettendolo si usava soprattutto il nome e il soprannome, o a volte il nome e la "schinela". Dunque, come accennato sopra, i "soranomi" erano di vitale importanza, dei veri e propri dati anagrafìci, che ci siamo portati dietro anche in esilio. Personalmente ne faccio uso frequentemente per indicare ad altri compaesani persone conosciute. Gli amici di Giuseppe Zaro e Umberto Parma ad esempio, uso chiamarli o indicarli come "Pini Volpe" e "Berto biasusso", con i loro diminutivi e "soranomi", appunto. Purtroppo, questa tradizione sta scomparendo con i nostri figli, non essendo più necessaria nelle grandi città. Io comunque cerco di portarla avanti, anche nell'ambito familiare: alle due figlie, di tanto in tanto dico: "voi sé della rassa dei Tremami!" e mia moglie, dalmata, che non vuole essere da meno, replica: "le sé anche della rassa dei Cogo de Lesina!". A questo punto vi sarete chiesti cosa sto scrivendo, visto che tutti i lettori isolani lo sanno già. A parte che forse molti nostri figli e nipoti non ne sono a conoscenza, ci sono alcuni lettori della nostra rivista che non sono isolani e infine, non dimentichiamolo, dobbiamo anche lasciare la nostra memoria storica. Ma questo non è il vero motivo del presente scritto, e quindi vengo al dunque. Chi ha la fortuna di avere i primi numeri di "Isola Nostra", consultandoli si accorgerà che alcuni articoli erano firmati anche con il soprannome, e la presenza di questi aumenta nei necrologi e nelle didascalie delle foto, per distinguere le persone. Ora, siccome dopo l'esodo abbiamo oltre 45 anni di età in più "sula gropa", e la nostra fisionomia non è più quella giovanile di allora, usando i soli nomi e cognomi spesso non siamo riconoscibili a tutti i lettori isolani. A Trieste siamo più fortunati perché ci incontriamo per strada o alle nostre feste, ma dobbiamo ricordare i nostri concittadini nel resto d'Italia e in giro per il mondo, che sono meno fortunati e ci hanno "perso di vista", e noi abbiamo perso di vista loro. Recentemente abbiamo avuto alcune richieste di aggiungere i soprannomi, non ultima da Romilda Costanze che dalla lontana Australia firma una sua lettera con l'aggiunta di "fasiola" e che colgo l'occasione di salutare assieme agli isolani di Williamstown che ho avuto il piacere di incontrare nel lontano 1967, quando rimpatriavo in Italia. Ovviamente la Redazione non può farlo di sua iniziativa (qualcuno potrebbe offendersi) il fatto è strettamente personale di chi invia o porta materiale per la pubblicazione. L'idea però è molto valida, aiuterebbe tutti noi a riconoscerei e tutto sommato pochi sono i "soprannomi" offensivi. Lo abbiamo fatto per secoli, perché non dovremmo continuare a farlo?
...Per la lettura corretta dell'isolano: la "s" sottolineata si deve leggere dolce come in "viso" l'accento acuto o grave sulle vocali "e" ed "o" serve per la pronuncia "stretta o chiusa" oppure "aperta o larga" (per esempio: péso = peggio, péso = peso, unità di misura). È molto importante individuare le persone nelle foto, nelle pagine dedicate ai defunti o ai ricordi e nelle feste, come nell'ultimo numero, dove quasi tutti i (non più) sessantenni in occasione del loro incontro annuale sono indicati anche con il soprannome. A me personalmente è sempre piaciuto, fa parte della nostra cultura istroveneta e non lo dobbiamo dimenticare. Abbiamo quindi deciso, su richiesta di parecchie persone, di pubblicare, già a partire da questo numero, tutti i "soranomi" di Isola, utilizzando in proposito una ricerca molto completa effettuata dal compianto Antonio Vascotto. Faremo così un balzo nel passato, e ci ricorderanno la Nostra Isola, tanto lontana politicamente, culturalmente ed etnicamente, ma tanto, tanto vicina ai nostri cuori. Per non tradire la mia opinione e quella di tanti altri, mi firmo come già feci altre volte: Ferruccio Delise "tremani" Dallo stesso volume riportiamo anche un interessante e curioso dato statistico sul numero di soprannomi che, secondo le sue ricerche, potevano essere riferiti alle famiglie isolane più numerose:
Segue elenco soprannomi famiglie:
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