Labin - Albona
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    Una donna "di cattivo concetto"
    Processo a Gasparina Collarich (1768-1773)

Mauro Vigato
Asistente, Dipartimento di Storia
Universita di Studi di Venezia
IT-30124 Venezia, San Marco 2546

Sintesi:

Tra il 1768 e il 1773 una donna di Albona, Gasparina Collarich, fu protagonista di una vicenda giudiziaria scaturita dal furto di un'ostia consacrata. Il processo, delegato dal Consiglio dei Dieci al podesta e capitano di Capodistria, si concluse in prima istanza con la sua condanna al bando perpetuo. Resasi inizialmente latitante, la donna venne pero successivamente catturata e condotta a Venezia per l'esecuzione capitale. Qui pero, il riesame della sentenza da parte dei capi del Consiglio dei Dieci, permise di correggere un palese errore giudiziario. Sulla sua condanna aveva infatti pesato, piu che la certezza della sua colpevolezza, la fama di ladra e di mezzana che la circondava.

Il 24 giugno 1768 don Zuanne Manzoni, canonico di Albona, presentava al podestà di quella terra una denuncia circostanziata circa il furto di un'ostia consacrata avvenuto un paio di giorni prima nella chiesa della Beata Vergine della Consolazione.

Questi i fatti. La mattina del 22, egli aveva lasciato una piccola borsa, contenente una "mandola" d'argento con dentro un'ostia consacrata, sopra l'altare principale di quella chiesa, ad uso del curato che di li a poco vi avrebbe dovuto celebrare la messa. Quest'ultimo, giunto per la funzione, aveva pero trovato la chiesa aperta, le candele dell'altare spente, ma non la borsa con l'ostia consacrata. Ne aveva subito informato lo stesso Manzoni; insieme si erano recati ad effettuare un accurato sopraluogo, che tuttavia non aveva dato alcun esito.

A poche ore dall'accaduto, i sospetti si erano gia appuntati su Gasparina, moglie di Domenico Collarich detto Coppe, abitante del luogo, nonchè sorella del custode della chiesa. Ad "accusarla" era quanto andavano affermando due uomini, che dicevano di averle parlato la mattina stessa - e dunque poco prima che venisse compiuto il furto - proprio sui gradini antistanti la chiesa. Secondo la loro versione dei fatti, ad attirare la loro attenzione era stata la stessa Gasparina, che aveva notato alcune candele accese all'interno del tempio, in quel momento ancora chiuso. I due si erano limitati a suggerirle di avvisare il custode ed avevano proseguito il loro cammino. Tanto era bastato per ritenere Gasparina l'autrice materiale del furto sacrilego.

Il giorno seguente la borsa era stata comunque ritrovata. Un religioso del luogo, don Giacomo Coppe, aveva avvisato lo stesso Manzoni che una persona, in confessione, gli aveva rivelato che la borsa con il suo contenuto era stata riportata nella chiesa. Il sacramento vietava al religioso di svelare l'identita del confidente, ma la notizia si era comunque rivelata esatta: i due, recatisi sul posto, avevano infatti ritrovato la borsa e quanto vi era precedentemente contenuto.

Ciò non aveva però impedito al Manzoni di denunciare ugualmente l'accaduto all'autorità civile. Il podestà di Albona aveva così avviato il procedimento del caso con l'interrogatorio degli uomini che un paio i giorni prima avevano parlato con Gasparina. Raccolte le loro testimonianze, aveva poi informato dell'intera vicenda il Consiglio dei Dieci, che alla fine di agosto aveva delegato al podestà e capitano di Capodistria la formazione "con rito" del relativo processo. Nel frattempo di Gasparina si erano perse le tracce.

Il cancelliere del podestà era giunto ad Albona alla fine di dicembre e per una decina di giorni aveva raccolto le testimonianze giurate di numerose persone del luogo. Nessuna di queste aveva però fornito prove certe e circostanziate. Nessuno aveva infatti visto Gasparina introdursi in quella chiesa, ne tantomeno in possesso della borsa di cui si è detto. In compenso, l'insieme delle deposizioni avevano delineato un ritratto della donna tutt'altro che edificante, che aveva indubbiamente finito per pesare nella valutazione complessiva dell'intera vicenda e nella relativa sentenza che ne era seguita. Qualcosa, in questo senso, era già emerso dalle dichiarazioni rese al podesta di Albona dagli uomini che avevano incontrato Gasparina la mattina del furto: "ho inteso molti parlar male di lei", aveva anticipato Marin Nacinovich, e il suo compagno aveva confermato dicendo di aver sentito "da molti di questo paese che ella sia lunga di mano, val a dir in concetto di cattiva donna". Le testimonianze raccolte dal cancelliere del podestà di Capodistria avevano via via aggiunto ulteriori elementi. Da sempre la si sospettava per i furti che venivano di tanto in tanto scoperti nei campi, e la si diceva autrice anche di altre ruberie, commesse a piu riprese nel circondario di Albona e in altre località: ad esempio del furto di un quantitativo di cera ad un marinaio veneziano di passaggio, di una caldiera di rame ad una donna del luogo, di alcuni peltri ad un prete di Barbana. Ed era inoltre fortemente sospettata dell'asporto, sempre dalla chiesa della Beata Vergine della Consolazione, di alcune tovaglie, di un fazzoletto del Cristo, di una vestina, e del contenuto delle cassette che contenevano le elemosine. Ma Gasparina era conosciuta soprattutto come mezzana; nella sua casa - avevano affermato diversi testi - numerose "povere putte" della zona vi avevano perso la loro verginità, ed alcune di queste erano successivamente ricorse a lei per liberarsi della gravidanza indesiderata o per partorire, dato che Gasparina, oltre che procurare aborti, si occupava anche dei piccoli esposti, portandoli personalmente alla ruota di Sanvincenti. O almeno era quello che lei diceva di fare, perchè ben piu gravi sospetti circondavano il suo operato visto che in un'occasione - ed era stata la sua vicina di casa a raccontarlo - ne aveva abbandonato uno sulla strada che conduceva a Barbana al quale i cani avevano mangiato un braccio.

Altri testi avevano affermato che Gasparina faceva da ruffiana, e addirittura alla sua stessa figlia, Menega, e ad una nipote. In quanto al furto dell'ostia, benchè tutti la sospettassero pesantemente e molti per questo la ritenessero meritevole "d'esser abbrugiata", nessuno aveva saputo - o voluto - indicare lo scopo di tale sacrilegio. Forse - aveva avanzato qualcuno -, era stata attratta dalla "mandola" d'argento e dalla borsa che la conteneva. Solo il canonico Manzoni si era spinto oltre, adombrando un ben piu grave sospetto: "non so - aveva insinuato, rispondendo ad una domanda del cancelliere - se la medesima Gasparina l'avesse presa per abusarsene di qualche maleficio". Non era forse la profanazione delle ostie consacrate - sembrava suggerire - uno dei mezzi con cui le streghe compivano solitamente i loro riti? Proprio questi timori l'avevano spinto, nonostante il ritrovamento, a bruciare la particola e a riporne i resti all'interno del santuario.

Esaurito il suo compito, il cancelliere aveva lasciato Albona l'8 gennaio del 1769 senza riuscire a chiarire ulteriormente la dinamica del furto. Le deposizioni giurate che aveva raccolto si sarebbero tuttavia rivelate più che sufficienti per convincere il tribunale podestarile dell'intrinseca "malvagita" della donna. L'8 novembre del 1771 era stata infatti pubblicata una sentenza quantomai pesante nei confronti di Gasparina: bando perpetuo da tutti i luoghi del Dominio con la minaccia - se avesse rotto tale comandamento e fosse stata catturata - di essere decapitata in Venezia. Per i suoi catturatori era anche previsto un premio di un migliaio di ducati.

Le motivazioni di una cosi dura condanna venivano chiaramente sottolineate nella sentenza di bando: "inquisita per quella popolazione d'Albona - veniva premesso - di un vergognoso abbominevole lenocinio, nella propria casa praticato con scandalo e rovina di più giovinastri e nubili donzelle di quella terra", Gasparina veniva di fatto riconosciuta autrice e responsabile di tutto quanto la gente le imputava: gli aborti, i parti clandestini, le esposizioni, i furti dei paramenti e degli utensili sacri, fino all' "enorme, empio sacrilego furto - come veniva scritto a motivazione della condanna - commesso scientemente, dolosamente, temerariamente, "Giustizia" al lapidario del Museo regionale di Capodistria, sacrilegamente, per la detestabile causa di un dannatissimo profitto, con profanazione del sacro tempio ed altare e de' piu venerabili ministri, in offesa della religione, con ingiuria immediata del sacramentato Signor Nostro, con pericolo di più enormi profanazioni e sacrilegi contro tutte le leggi di Dio Signore e del Principe, scandalo, mal esempio, e con tutti quegli altri mali modi e pessime conseguenze ed odiosissime circostanze che dal processo risultano".

Il 6 aprile 1772, era giunto a Venezia il cavaliere del reggimento di Rovigno, Giacomo Martinelli, e aveva consegnato al capitano di guardia delle prigioni dei Dieci una "femina di statura ordinaria, capelli color di castagna, vestita con fazzoletto attorniato a torno il capo, vestura di saggia scura, maniche di pano vechio, traversa vecchia, calze di lana, scarpe in stadi vecchie, d'anni 53 compiuti".

Gasparina era stata catturata poco tempo prima a Fontane, nelle vicinanze di Parenzo, territorio dove aveva trascorso gran parte della sua latitanza, ed estradata immediatamente per l'esecuzione della condanna.

Quattro giorni dopo però, era stata inoltrata una supplica perchè i Capi del Consiglio dei Dieci riprendessero in considerazione il caso. Nella scrittura, di Gasparina non solo la si diceva involontaria contravvenente al bando, ma vittima di una sentenza accusatoria palesemente fondata su soli elementi indiziari; ed inoltre: il reato di cui veniva accusata - il furto sacrilego - non era - proseguiva la scrittura - "della natura imputata", poichè mancavano i due presupposti fondamentali della "scienza" e della "volontà".

I Capi dei Dieci avevano accolto la richiesta, ed intimato all'avvocato dell'Ufficio di vagliare i fondamenti di tale supplica. Dodici giorni dopo, questo aveva presentato una scrittura nella quale veniva sostanzialmente avvallata la richiesta della difesa di una "realdizione" del caso. La disamina dell' "estesa" del bando infatti, aveva rivelato che nessuna prova certa della colpevolezza di Gasparina era stata prodotta: "tutti - scriveva l'avvocato dei Dieci - sono semplicemente indizi, e indizi non legati al fatto". "Da questi indizi - proseguiva -, cioe diffamazione di mala vita e abitudine in altri furti che non hanno la necessaria legal connessione coll'imputata colpa, s'induce la debole non legittima conseguenza che sia stata anche rea dell'asserto latrocinio sacro". Quanto al reato addebitatole poi, l'avvocato dei Dieci non aveva dubbi: in base a quanto rilevato dall' "estesa" del bando, questo non poteva certo dirsi della natura imputata: "senza cognizione e volontà - premetteva - non si commettono delitti. Il fanciullo e il furioso non si riguardano siccome rei, perchè al primo manca la scienza, al secondo manca la volontà nella colpa". Tale presupposto, a cui faceva del resto riferimento nella sua parte iniziale la stessa sentenza, veniva però palesemente contraddetto da alcuni passi successivi della stessa, dove veniva asserito che era stato il denaro "l'iniquo vilissimo oggetto" del furto di Gasparina, "per la detestabile causa d'un dannatissimo profitto".

Era facile per l'avvocato dimostrare che l'accusa di furto sacrilego veniva così in non essere, trattandosi tuttalpiù di semplice furto: e a sostegno di tale tesi poteva addurre il fatto che la borsa con l'ostia era stata prontamente restituita senza che venisse commessa profanazione di sorta, e che un calice, che al momento del furto si trovava accanto alla borsa, non era stato toccato. L'avvocato dei Dieci aveva inoltre ricordato che le "realdizioni" non erano affatto insolite, e che la supplica rivolta dall'imputata era pienamente conforme alla legge 18 settembre 1609 che accordava facoltà di ricorrere entro i 15 giorni dall'arresto. E aveva concluso: "per tante ragioni dunque, desunte dalle manifeste implicanze della sua capital sentenza, ragioni interessanti non la clemenza sola ma la verità e la giustizia, merita, secondo la mia riverente opinione, d'essere esaudita questa disgraziatissima donna mentre essa implora un semplice atto di grazia, il di cui effetto non è se non di trattenere sospeso il braccio della giustizia".

I tre capi dei Dieci - Paolo Spinelli, Girolamo Sagredo e Lorenzo Minotto -, accogliendo il parere dell'avvocato dell'Ufficio, avevano annullato la sentenza.

Il 9 di maggio, Gasparina era stata introdotta al loro cospetto per l'interrogatorio. La donna aveva così avuto l'opportunità di fornire la sua versione di fatti. Aveva ammesso di aver prelevato la borsa - che aveva creduto contenesse poche "petizze" - ma solo perchè aveva pensato alla dimenticanza di qualche religioso, e che dalla restituzione gliene potesse derivare una qualche ricompensa. Tornata a casa aveva invece scoperto il suo reale contenuto. Intimorita, era allora tornata alla chiesa e aveva rimesso la borsa sull'altare, ma oramai il fatto era stato scoperto, ed anzi tutti la indicavano come la reponsabile del furto. Poco tempo dopo, aveva anche inteso che si stava formando un processo contro di lei. Era tuttavia rimasta fino all'Epifania dell'anno seguente, quando un "beccher" di Albona l'aveva avvisata che fuggisse immediatamente perchè era "in disgrazia alla giustizia". Si era così allontanata dalla sua casa ed aveva finito per giungere nel territorio di Parenzo, dove aveva vissuto fino al giorno del suo arresto.

Gasparina sarebbe rimasta in prigione per un altro anno. Il 3 maggio del 1773 era nuovamente comparsa al cospetto dei tre Capi dei Dieci per assistere all'arringa della pubblica accusa. Questa era stata sostanzialmente giocata sulla falsariga della sentenza di bando: ai già pesantissimi sospetti che la indicavano autrice del furto, si era anzi aggiunta la sua stessa ammissione di colpevolezza. Ed era ritornata, ancora una volta, l' "immagine" di ladra notoria e di pubblica mezzana che già era emersa dagli interrogatori dei testi chiamati a deporre, e che tanta parte aveva avuto nell'inclinare, a sfavore della donna, la bilancia della giustizia.

Tre giorni dopo però era stata la volta della difesa, abile a sfruttare la strada, già aperta dalla scrittura dell'avvocato dei Dieci, che aveva permesso la "realdizione" del caso. Era innanzitutto la mancanza della "scienza" e della "volontà" nell'azione di Gasparina - aveva premesso il suo difensore - ad inficiare le tesi della pubblica accusa: tesi che nella sua arringa egli aveva smontate punto per punto, rilevandone le incongruenze e le palesi forzature. In quanto al "cattivo concetto" che circondava Gasparina, e alla sequela di "delitti" che si diceva avesse commessi, se ne sottolineava la non pertinenza col dibattimento in corso: non era per questo che la donna era stata inquisita, e comunque tali accuse apparivano palesemente fondate soltanto su voci e sospetti, non certo su sentenze giudiziarie probatorie.

I tre Capi del Consiglio dei Dieci avevano accolto le tesi esposte dalla difesa, e il 30 luglio avevano emesso il loro verdetto: l'imputata veniva condannata per semplice furto a due anni di carcere e al risarcimento di 68 ducati per le spese processuali.

Nella vicenda che vide protagonista Gasparina Collarich, e dato cogliere due "momenti" particolarmente significativi, "condensati", si potrebbe dire, dalle due sentenze di segno sostanzialmente diverso.

L' "estesa" tramite la quale Gasparina era stata condannata al bando perpetuo, oltre che frutto di un processo basato su dei semplici elementi indiziari, era innanzitutto la traduzione, sul piano giudiziario, di un atteggiamento mentale che nel "cattivo concetto" che circondava l'imputata vi aveva scorto, pur con una palese forzatura, la "prova" risolutiva ed inequivocabile della sua colpevolezza. Un "cattivo concetto" originato, più che dalla sua fama di ladra, da quella di "praticante" - in quanto ruffiana e mammana clandestina - di un ambito - quello della sessualità e della maternità e, in ultima istanza, del "femminile" nella sua essenza più profonda - da sempre sottoposto ad un attento e vigile controllo tanto di quelle autorità ecclesiastiche e civili dalle quali provenivano significativamente e il suo accusatore e il giudice che l'aveva successivamente condannata, quanto dallo stesso contesto socio-culturale a cui apparteneva l'imputata. Sessualità e maternità che erano ideologicamente regolamentate da un apparato di valori e di modelli "al positivo" tendenti a specificarne gli ambiti, i tempi, le funzioni, e i cui custodi erano, come si è detto, il prete e il giudice da un lato, e la stessa comunità dall'altro. Un apparato infine, dotato di forme e di modalità proprie di "recupero" e di "reintegrazione" delle situazioni anomale o devianti che di fatto potevano verificarsi - e che sarebbero potute risultare, se non regolamentate, potenzialmente "pericolose" da un punto di vista sociale e "culturale" in senso lato -, quali il matrimonio riparatore o l'indennizzo pecuniario per la giovane sedotta, ma anche lo stesso istituto della Pietà per i figli non desiderati. Gasparina - e questa era la sua vera colpa -, si muoveva invece "provocatoriamente" al di fuori di quest'ambito e della sua legalità, in quella terra di nessuno che pure da sempre esisteva: non era forse lei che organizzava incontri clandestini che traviavano le "povere putte" del luogo, che aiutava ad abortire e a partorire clandestinamente, che si incaricava di far sparire i frutti di colpe inconfessabili? È probabile che su di lei corressero voci di pratiche anche più oscure, e tutto questo, con un esemplare fenomeno di proiezione, aveva facilmente trasformato, agli occhi della gente e di un giudice, i semplici elementi indiziari in prove schiaccianti, il furto di una borsa in un "gravissimo, esecrando delitto" teso ad un fine certamente malefico - mentre si era ad esempio minimizzato sul fatto che quella stessa borsa era stata restituita quasi subito e che il suo contenuto non era stato manomesso, elementi questi che sarebbero stati di per se sufficienti, se non altro, a delineare meglio la natura del reato. Quel furto, quella profanazione del sacro ad opera di una donna a contatto quotidiano con l'istintualita e le sue conseguenze piu indesiderate, era così divenuto il pretesto per un giudizio di condanna in toto di Gasparina e di ciò che essa impersonificava. Eppure, in un'altra ottica, non si può certo dire che quest'ultima non rappresentasse, nonostante tutto, una figura in qualche misura "funzionale" a quello stesso microcosmo che era stato così pronto a condannarla. Ai suoi servigi di ruffiana non ricorrevano forse abitualmente - come aveva rivelato nel corso di un interrogatorio una sua vicina di casa - numerosi preti, gentiluomini e "tutta la gioventù de popolari" di Albona? E di quelli di mammana non se ne servivano forse quelle donne - di varia condizione sociale - che in qualche modo si erano lasciate "compromettere"; non contribuivano forse, quegli stessi servigi, a coprire e in qualche modo a risolvere - al pari del trasporto dei bambini indesiderati alla ruota di Sanvincenti - situazioni potenzialmente conflittuali e delicate?

Se, tanto nel giudizio espresso dai suoi concittadini - che nell'augurarsi di vederla "abbrugiata" compivano in realtà, tramite la figura della donna-strega assunta a capro espiatorio, un vero e proprio rito simbolico di purificazione ignea, e dunque di rimozione collettiva, delle pulsioni che pure erano (e che comunque restavano) parte integrante delle loro costellazioni psichiche, individuali e collettive -, che nel giudizio emesso dal tribunale podestarile di Capodistria - che, con la sua sentenza, aveva di fatto colto, legittimato e soddisfatto tale sete di "giustizia" -, avevano dunque giocato un'importanza decisiva il vissuto e l'amoralita pubblica della donna, in quello dei Capi dei Dieci, sulla scorta di quanto affermato dal-l'avvocato dell'Ufficio e dell'azione della difesa, questi elementi erano stati invece liquidati - con una forma linguistica asciutta e ben più "distaccata" rispetto a quella che improntava l'"estesa" di bando - come privi della "necessaria legal connessione coll'imputata colpa". La "realdizione" del processo aveva di fatto ignorato i trascorsi di Gasparina: non erano queste - era stato affermato - le colpe per le quali la donna stava subendo il giudizio. Si trattava piuttosto di stabilire se, sulla base delle leggi vigenti e degli elementi emersi nel corso dell'azione giudiziaria, quella sua azione - che del resto lei stessa aveva poi finito col confessare - potesse o meno ritenersi un furto sacrilego, tale da meritare la pesante condanna che le era stata comminata. La sostanza e il tono della loro sentenza non aveva lasciato dubbi in proposito. E non si era trattato soltanto di un diverso e a rigore più corretto approccio giuridico al caso in questione: era stata, in primo luogo, una diversa forma mentis a togliere credibilità ai ridicoli sospetti di un canonico provinciale circa la natura "stregonesca" di una povera donna, e ad invalidare le deliberazioni di un podestà che su questa vicenda era apparso palesemente influenzato, oltre che probabilmente dalle sue stesse costellazioni psichiche, dal precipuo contesto culturale ed ambientale nel quale si trovava ad operare.

Tratto da:
  • Acta Histriae 4/96 © All copyrights rights reserved - http://www.zrs-kp.si/SL/zaloznistvo/acta/donna.htm


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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Tuesday, September 29, 2009; Last updated:Tuesday September 29, 2009
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