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La data di nascita di Neresine è abbastanza incerta perché non esistono documenti storicamente attendibili su un paese avente questo nome fino al XV secolo, le prime menzioni del nome ritrovate nelle antiche cronache parlano di Neresine d'Ossero; comunque nello stesso territorio in cui sorge Neresine era presente fin dall'XI secolo una comunità di monaci benedettini camaldolesi seguaci di S. Romualdo, come testimoniato dagli Annales Camaldulenses, in cui si fa anche riferimento a quattro eremi sul Santi Nicolai Montis Garbi, in quel tempo il monte Ossero era chiamato con questo nome, infatti sono ancora presenti nei siti indicati i ruderi degli eremi citati, tra cui quelli di una chiesetta. 1 Al monte Garbo d'Ossero si fa riferimento anche nelle antiche cronache anconetane, quando parlano della vita del nostro San Gaudenzio, vescovo di Ossero, eremita appunto per un certo tempo in una grotta sul monte Garbo e vissuto negli ultimi anni nel convento di Portonovo del Conero d'Ancona, dove morì. Nel dialetto locale il modo di dire tradizionale "Garbin bardassa quel che 'l trova el lassa", per dire che dopo i rumorosissimi temporali estivi che provengono da "Garbin" ritorna rapidamente il sereno, deriva forse da questa antica denominazione. Ancora oggi, sia nel dialetto italiano che in quello slavo del paese, i venti e le perturbazioni (neviere) che provengono dalla direzione del monte o da nord-ovest vengono detti "de Garbin" o "od Garbina".A proposito del nome del monte che sovrasta il paese, alto 589 metri, come abbiamo visto, nei tempi più antichi si chiamava monte Garbo, poi monte Ossero, nome probabilmente ricavato dalle prime cronache venete che facevano riferimento alla città di Ossero, infine, dal 1945 Televrin, nome questo del tutto nuovo, mai riscontrato né nelle cronache del passato, né nella tradizione orale tramandata dagli antenati.2 Il paese di Neresine, così come si è sviluppato negli ultimi cinque secoli e come ce lo ritroviamo oggi, cominciò a costituirsi tra il XV e il XVI secolo alle pendici appunto del monte Ossero,3 chiamato affettuosamente Ossuorciza nel dialetto slavo del paese, nella zona più pianeggiante e fertile dell'isola, attorno alle proprietà della ricca e nobile famiglia dei Drasa di Ossero, al centro delle quali si ergeva il "Castello", una massiccia e fortificata costruzione adibita a residenza di campagna, costruita probabilmente da Francesco Drasa, padre del più noto Colane (diminutivo di Nicola in antico veneziano) appunto del fu Francesco. Nell'architrave di pietra della porta inferiore, oltre allo stemma dei Drasa si trova incisa la sigla FD, in altra pietra si legge l'anno 1450. In quel tempo erano comunque già presenti poche famiglie di contadini, dediti soprattutto alla coltivazione delle olive, dei vigneti ed all'allevamento degli ovini, come testimoniano documenti contabili dei proprietari terrieri di Ossero; tali famiglie erano probabilmente i discendenti delle prime tribù slave installatesi nelle isole dopo il VII secolo. L'origine di questi abitanti potrebbe essere confermata dalla parlata slava del paese tramandata nei secoli, in cui sono presenti molte parole e forti accenti, tipici dell'antica lingua romanza parlata dai discendenti dei Liburni: i forti accenti forzati sui dittonghi con la "u", presenti solo e soltanto nel dialetto slavo di Neresine, (struasa, comuostre, duolcić, conual, buancić, fasuol, fazuol, tuorić, vruata, cimituori, cualbin, druago, duan, tovuar, Buoh, ecc.) ne sono conferma. Va anche osservato che molte di queste parole sono assai simili, se non le stesse, dell'antica lingua Dalmatica. A proposito del nome del monte che sovrasta il paese, alto 589 metri, come abbiamo visto, nei tempi più antichi si chiamava monte Garbo, poi monte Ossero, nome probabilmente ricavato dalle prime cronache venete che facevano riferimento alla città di Ossero, infine, dal 1945 Televrin, nome questo del tutto nuovo, mai riscontrato né nelle cronache del passato, né nella tradizione orale tramandata dagli antenati.Le prime famiglie che si insediarono a Neresine verso il XVI secolo erano contadini slavi provenienti dall'entroterra della regione illirica, richiamati dal programma politico di quel tempo della Repubblica di Venezia, inteso ad incrementare la popolazione delle terre d'oltre Adriatico decimate dalle pestilenze, al fine anche di mantenere un minimo di popolazione nei vari territori semidisabitati, ad eccezione dei centri di Ossero e Cherso, ed aumentare quindi le varie produzioni, soprattutto [7] A proposito del nome monte che sovrasta il paese, alto 589 metri, come abbiamo visto, nei tempi più antichi si chiamava Garbo, poi Ossero, probabilmente ricavato dalle prime cronache venete facevano riferimento alla città di infine, dal 1945 Televrin, questo tutto nuovo, mai riscontrato né nelle passato, nella tradizione orale tramandata dagli antenati. agricole, anche insufficienti per il fabbisogno delle isole. L'arrivo dei nuovi immigrati fu anche favorito della fuga di molte popolazioni cristiane dalla loro terra d'origine a seguito dell'invasione turca della regione balcanica, e fu accettato dai proprietari delle terre, cioè i cittadini ed il vescovo di Ossero. I nuovi arrivati non dovevano avere molta famigliarità col mare perché si
insediarono in siti il più lontano dal mare possibile, probabilmente anche per
timore di incursioni piratesche, che in quei tempi non erano tanto infrequenti;
infatti le più antiche case, forse le prime costruite in paese, le troviamo
nella collina di Bardo (insediamento probabilmente già presente prima di questo
periodo, così come la chiesetta di S. Maria Maddalena), nelle località di
Veli Dvuor, Pesćine, Stuagne Casteluagnevo
In merito all'origine del nome di Neresine, molti autori hanno voluto cimentarsi nell'interpretazione di questo nome. Alcuni l'indicarono come derivante dallo slavo "néres", cioè il maschio el maiale, quindo forse significante terra per il pascolo dei maiali; altri arrischiarono un meno prosaico "Nerei sinus", ossia "seno (insenatora) di Nereo", intendendo il mare; altri ancora trovano il nome derivato dal latino medievale "Neresium", che significa "luogo incolto" (da una lista di termini tratti da antichi documenti); infine alcuni (tra cui il prof. Branko Fucich nel testo "Absirtides") lo fanno derivare dal significato slavo antico di "Nerezi", luogo non tagliato, terra abbandonata. Le due ultime interpretazioni, una latina e l'altra slava, che coincidono nel significato, sembrano le più accreditabili, e confermano quel che si sa sull'origine del paese. Per la curiosità dei lettori, si può ricordare, col prof. Fucich, i nomi dei villaggi di Neresisc'e nell'isola di Brazza in Dalmazia e quello di Nerezi in Macedonia. Agli inizi del 1500 iniziò anche la costruzione della chiesa di S. Francesco e l'annesso convento dei frati Francescani Minori Osservanti della Vicaria di Dalmazia di S. Girolamo, su terreno, prevalentemente adibito a vigneto, donato dal cittadino locale Domenico Sutcovich. La costruzione, progettata da un frate architetto, fu fatta erigere da Colane Drasa del fu Francesco di Ossero a proprie spese, come ampiamente documentato nel suo testamento, controfirmato da altri tre signori osserini e come detto anche nella pietra tombale dello stesso Colane Drasa, tuttora esistente nella chiesa davanti all'altare Maggiore.4 A proposito del nome monte che sovrasta il paese, alto 589 metri, come abbiamo visto, nei tempi più antichi si chiamava Garbo, poi Ossero, probabilmente ricavato dalle prime cronache venete facevano riferimento alla città di infine, dal 1945 Televrin, questo tutto nuovo, mai riscontrato né nelle passato, nella tradizione orale tramandata dagli antenati.La chiesa di S. Francesco, dalla sua fondazione fino alla metà del XX secolo, è stata sempre il principale punto di riferimento religioso ed anche sociale per la vita della popolazione, è stata quindi per quasi cinque secoli il fulcro attorno cui si è sviluppata la storia del paese; essa merita perciò di essere descritta un po' più approfonditamente. Viene utilizzata per questo scopo la precisa descrizione, fatta molti anni fa da P. Vittorio Meneghin..5 "La chiesa è di modeste dimensioni, semplice, ma non priva di una certa eleganza artistica, purtroppo in seguito deturpata da qualche infelice restauro, saprattutto dal prolungamento della parte posteriore con la costruzione del presbiterio e coro attuali, così che l'antico presbiterio appare una inestetica strozzatura. Sulla base frontale dell'altare maggiore è incisa la data MDCCX. Non è improbabile che anche il presbiterio sia stato costruito in quest'anno, o circa...[8] Nell'interno numerose sono le lapidi sepolcrali sparse qua e là sul pavimento, una delle quali ha un sigillo egregiamente scolpito con stemma ed iscrizione consunti; parecchie sono contrassegnate con la sigla S. F. (San Francesco). Queste erano tombe di proprietà del convento nelle quali si concedeva sepoltura a chi la richiedeva, perché da quando sorse la chiesa alcuni defunti di Neresine si seppellivano in essa. La pila dell'acqua santa è decorata da ornati che, pur non essendo molto fini, sono ispirati alla grazia rinascimentale. Di schietto ed elegante stile lombardesco il lavabo della screstia. In questa, sugli stipiti della finestra, è scolpito lo stemma della famiglia veneziana Loredan. La pala dell'altare maggiore nella parte superiore raffigura San Francesco in atto di ricevere le stimmate, nell'inferiore San Bonaventura e San Gaudenzio, ai quali fanno riscontro San Nicolò e Santa Chiara. Questi due ultimi sono certamente stati inclusi per rendere omaggio a Colane (Nicola) e Chiara Bocchina (sua moglie). Sembra che la pala possa ritenersi quella ordinata da Colane nel suo testamento. Sull'altare di S. Antonio, nella cappella a destra, si vede una tela scadente, ma l'immagine è molto venerata, o per lo meno era, anche dalle popolazione dei vicini villaggi. L'altare in marmo venne costruito circa nel 1660, perché in un punto di un testamento di quest'anno, viene detto nuovo. Di fronte alla cappella di S. Antonio vi è quella della Madonna della Grazie, la cui immagine è stata malamente sovrapposta ad un quadro di Girolamo di Santa Croce, che ne dipinse parecchi per le chiese dei Minori Osservanti dall'Istria e della Dalmazia. La bella tavoletta della Madonna (cm 55 x 40 circa) si crede sia portata a Neresine dalla Bosnia dopo la prima invasione dei turchi,6 è lavoro di un madonero del XV secolo, non insensibile all'ambiente dell'epoca in cui lavorava. La Vergine campeggia su uno sfondo dorato, a mezza figura; con la destra stringe al seno il Bambino, nella sinistra, delicatissima, tiene un fiore; un manto scende dal capo coprendo quasi tutta la persona, lasciando visibili il seno e l'avambraccio sinistro, coperti da un abito riccamente decorato. L'immagine devota è veneratissima dalla popolazione, che ne è molto gelosa. Molto bello il campanile tutto in pietra viva lavorata. Una monofora dal lato che prospetta la strada, e otto bifore con slanciate colonnine ottagonali che ne ingentilicono la canna, circondata alla sommità da ballatoio e sormontata da cuspide quadrangolare. È opera di un converso francescano che lo iniziò nel 1590 e venne ultimato nel 1604 per cura di Padre Ludovico da Ossero. Evidentemente il converso architetto si ispirò ai vari bellissimi campanili romanici innalzati anteriormente in varie città della Dalmazia, particolarmente a quello del Duomo d'Arbe. Dalla porta in linea retta della facciata della chiesa, si accede al piccolo chiostro trilatere, sorretto da pilastri. Al centro l'immancabile pozzo. L'ambiente è suggestivo, avendo qualche cosa di orientale. La loggetta sovrastante un lato del chiostrino, le piccole finestre quadrate del convento, la semplicità, la povertà decorosa dell'insieme esprimono la forma tipica dei primitivi conventi dell' Osservanza francescana." Il convento contiguo alla chiesa fu ultimato negli anni successivi, probabilmente attorno alla metà del XVI secolo, certamente nel 1578 era perfettamente finito, perché in quella data potè ospitare numerosi frati della Provincia Dalmata di S. Girolamo, convenuti a Neresine per la celebrazione di un capitolo. Successivamente il convento fu beneficato da vari lasciti. Con atto del 25 marzo 1535 Chiara Bocchina, moglie del Colane Drasa, donava i terreni circostanti il convento denominati Tesina, (quelli in cui c'era la vecchia grande vigna e la pineta e dove attualmente è stata installata la parte nord del campeggio) ed il bosco verso Rapoce, dove è stata costruita la parte sud dello stesso campeggio. In seguito altri membri della famiglia Drasa abitanti d'Ossero e di Neresine si dimostrarono generosi: nel 1690 il capitano Francesco Drasa lasciava ai frati "animali da pascolo n° 50 et li animali vivi da frutto posti nella mandria di Garmosal con tutte le sue raggion, habentie et pertinentie, ombrie et bonazze spettanti a detti pascoli". Nel 1590 Cristoforo Schia di Ossero istituì un legato a favore dei religiosi. Nel 1672 Margherita Marcevich lasciava loro venticinque animali da pascolo.7 [9] Il campanile della chiesa fu costruito successivamente, dal 1590 al 1604, come già precedentemente detto. Non si hanno notizie delle prime campane installate nel campanile, probabilmente erano abbastanza "sgangherate" perché all'inizio del XX secolo furono ordinate tre nuove campane, quelle attuali, fatte fondere da una fonderia del Veneto, utilizzando anche il bronzo di quelle vecchie. Non esistono documentazioni che possano stabilire con una certa precisione il periodo in cui si costituirono le prime famiglie che iniziarono il popolamento del paese, la cosa è comprensibile perché si trattava di popolazione povera, completamente analfabeta che ignorava la lingua locale, soprattutto quella scritta, che era anticamente, prima il latino, poi il veneto e dagli inizi del 1500 fino al 1945 l'italiano. Possiamo dire che per tutto il XVI e XVII secolo la popolazione si dedicava esclusivamente ai duri lavori agricoli, principalmente a rendere fertili i terreni liberando dalle pietre le aree più coltivabili, ne sono testimonianza i numerosissimi megnizi, sparsi un po' dappertutto (megnik nella parlata slava del paese significa mucchio di pietre, parola stranamente somigliante al termine celtico antico men hir, ossia alto mucchio di pietre), le interminabili masiere (gromace), muri a secco, che servivano anche per recintare e delimitare le varie proprietà. Risale a questo periodo probabilmente anche la costituzione dei tipici gorghi o tieghi (dal dialetto slavo tiègh), ampi campi di terreno arativo per la coltivazione del grano ed altri cereali o vigne, ricavati in mezzo ai boschi, prevalentemente nelle zone di avvallamento del terreno (dolàz), di forma tendenzialmente circolare, circondati da alte e robuste masiere per impedire le incursioni delle pecore. Tali campi sono tuttora molto numerosi, per quanto ormai incolti, nella parte meridionale dell'isola di Cherso chiamata Bora (Bura), la bora appunto. Col termine tesìna (probabilmente maggiorativo di tiegh), erano invece definiti i terreni pianeggianti più fertili, anch'essi adibiti alle coltivazioni. L'accesso ai tieghi e alle varie proprietà, chiamate diélnize (suddivisioni), avveniva attraverso le lese (da pronunciarsi con la esse aspra): alti cancelli di legno di ginepro (smreca), opportunamente incernierati a robusti pali che fungevano da stipiti (stòsari), dotati d'ingegnosi chiavistelli (verùse, saverùsit) dello stesso legno. Le prime informazioni certe e documentate sul paese di Neresine sono deducibili da alcuni manoscritti in possesso dei discendenti, contenenti prevalentemente testamenti, contratti d'acquisto e permute di terreni, contabilità di gestione di campagne e acquisto di merci, risalenti all'inizio del XVII secolo, e dalle tombe del XVIII secolo di alcuni abitanti e famiglie del paese, presenti nella chiesa di S. Francesco dei frati e relativo chiostro. Per completezza di informazione vale la pena di riportare le iscrizioni delle suddette tombe, come testimonianza delle prime famiglie del paese, esse sono complessivamente sei, la più antica, situata in chiesa davanti l'altare di S. Antonio, porta l'iscrizione: "Sepoltura di Nicolò Ruconich et heredibus 1691"; in chiesa davanti l'altare della Madonna delle Grazie un'altra dice: "Sepulcrum … (nome non leggibile per consunzione della pietra) Ruconich 1700"; ancora in chiesa dal lato sinistro verso la porta principale c'è la tomba, senza data, ma con dettagliata iscrizione in latino, certamente della stessa epoca, di Domenico Sigovich "… cum successoribus suis", dal veliero inciso sulla lapide si evince che debba essersi trattato di un proprietario oppure di capitano di nave (da altri documenti in possesso dei discendenti pare che l'anno della sua morte sia il 1757). Nel chiostro, davanti alla porta piccola al centro della chiesa, le altre tre riportano le seguenti iscrizioni: "Francesco Soccolich, Zuane e Gaudenzio fratelli anno 1753", "Zuane Marinzulich per se e sui eredi anno 1788", Bartolamio Ruccognich per se e sui eredi anno 1783"."Francesco Soccolich, Zuane e Gaudenzio fratelli anno 1753", "Zuane Marinzulich per se e sui eredi anno 1788", Bartolamio Ruccognich per se e sui eredi anno 1783". Nel chiostro, presso le succitate tombe, è murata anche una grande lapide di marmo rosso, che un tempo chiudeva un sepolcro situato nel coro, costruito da Francesco Dragosetich di Ossero, soltanto per se ed i religiosi, come dice l'iscrizione in latino.8 Molte altre sono disseminate nel pavimento della chiesa con la sola iscrizione "SF" (S. Francesco), contenenti le spoglie mortali dei primi abitanti del paese.[10] Il periodo in cui ha avuto inizio il forte sviluppo del paese viene anche confermato da un libro dell'archivio dello stesso Convento, utilizzato per la registrazione delle messe sempiterne per i defunti, ordinate dai fedeli ai frati, partente dalla data del 1513 fino al 1900 inoltrato. In merito al registro delle messe, quello originale scritto in italiano è andato perduto, probabilmente distrutto … dai frati croati arrivati verso la fine del 1800, esiste tuttavia la traduzione in croato di tale registro, eseguita da un frate di Pago nell'anno 1896, come da lui stesso certificato in calce del medesimo registro, per ordine del frate guardiano Francesco Smolje. È opportuno segnalare che studiando il registro, emergono perplessità sulla completezza dei dati della traduzione, in quanto rispetto al numero delle persone decedute in paese, per esempio, in tutto il secolo XIX, di cui si hanno dati anagrafici certi, nel registro viene menzionato non più del 10% dei defunti reali. Mancano prevalentemente i nomi di origine italiana, e conoscendo la grande religiosità e il devoto attaccamento dei Neresinotti alla chiesa di S. Francesco ed ai frati del convento, specialmente di quelli abitanti nel rione Frati, questo fatto procura qualche dubbio sulla correttezza della traduzione.. Comunque sia, i primi nomi di cittadini di Neresine registrati nel "libro delle messe" appaiono proprio all'inizio del XVIII secolo. Prima di allora i nomi sono di cittadini di Ossero, a cominciare dallo stesso Colane Drasa (1513) e della moglie Chiara Bocchina (1535), nonché di cittadini di Cherso, Lussingrande e altri non Neresinotti. La vita del paese era regolata secondo le abitudini, usi e legislazione vigenti nella città di Ossero, che è stata parte della Repubblica di Venezia fino al maggio 1797 e sede vescovile fino al 1828. Pertanto la cura delle anime e l'amministrazione generale del paese era affidata ad un canonico di Ossero, che faceva riferimento al proprio Vescovo prima ed al Parroco poi; il canonico aveva anche funzione di pubblico ufficiale e curava la registrazione anagrafica della popolazione: nascite, matrimoni e morti. La chiesa parrocchiale era quella di S. Maria Maddalena, qui si celebravano i battesimi, matrimoni e funerali oltre ai normali riti religiosi fino alla costruzione e inaugurazione del nuovo Duomo dedicato alla Madonna della Salute, avvenuto alla fine del XIX secolo. A proposito della chiesa di S. Maria Maddalena, questa è certamente la prima chiesa del paese, in quanto la sua più antica menzione risale al 1534, data del primo censimento di tutte la chiese esistenti nel territorio della diocesi di Ossero, in cui si descrive dettagliatamente la chiesa e da cui si deduce che è stata costruita alcuni anni prima di tale censimento, presumibilmente verso la fine del XV secolo. Almeno fino alla fine del XVII secolo, i morti del paese erano sepolti prevalentemente ad Ossero, e questo procurava evidentemente grande disagio per la popolazione. Come già accennato, a sopperire a questo incomodo, provvidero i frati del convento, che iniziarono ad ospitare le tombe di alcune famiglie nella chiesa e annesso chiostro, dietro adeguato compenso. Successivamente cedettero anche un terreno adiacente alla chiesa per dare sepoltura ai paesani, quando nel XIX secolo la legge proibì di inumare i defunti in chiesa. In paese sono stati sempre presenti i frati del convento Francescano, generalmente due o più sacerdoti e uno o due frati laici, che si occupavano dei fedeli prevalentemente sotto l'aspetto religioso e sociale, ma non amministrativo, avevano infatti molto da fare anche per gestire le proprietà del convento, vigne, orti, greggi e pascoli, che coltivavano in parte da soli e da cui ricavavano tutti i mezzi per il loro sostentamento. I Frati, fin dai primi inizi della gestione del convento, accoglievano nella loro comunità anche alcuni ragazzi del paese, a cui garantivano vitto e alloggio in cambio di un aiuto nello svolgimento delle attività quotidiane di chiesa e convento, alleggerendo così le povere e prolifiche famiglie, di una bocca da sfamare. Ai ragazzi veniva anche data una buona educazione, insegnando loro a leggere e scrivere, mettendo le basi dell'acculturamento e del progresso civile del paese. Per le famiglie di Neresine mandare un loro figlio a stare coi frati era una delle più ambite aspirazioni; infatti, molti dei ragazzi, diventati adulti, o intraprendevano la carriera eclesiastica, diventando a loro volta frati, oppure diventavano "bravari" (fattori o capimandria) ed amministratori [ 11] delle proprietà del convento e successivamente anche i capi riconosciuti del paese. Già dall'inizio del XVII secolo molti dei frati residenti erano nativi di Neresine, per essere poi nel XVIII secolo in grande prevalenza neresinotti. delle proprietà del convento e successivamente anche i capi riconosciuti del paese. Già dall'inizio del XVII secolo molti dei frati residenti erano nativi di Neresine, per essere poi nel XVIII secolo in grande prevalenza neresinotti.9 Verso l'inizio del XIX secolo, a causa della scarsità di sacerdoti nella diocesi di Ossero ed a seguito della decisione di trasferire a Veglia la sede diocesana, le autorità governative decisero di trasferire da Neresine anche i frati, ponendo fine alle attività di chiesa e convento. I cittadini di Neresine insorsero con grande calore, inviando ripetute suppliche ed istanze al Ministero del Culto di Vienna ed allo stesso Imperatore, riuscendo infine ad ottenere che i religiosi rimanessero indisturbati a Neresine.10 I frati sono stati sempre in grande comunione con gli abitanti del paese, coi quali condividevano la dura vita, le fatiche e gli interessi reciproci. Sono stati i frati a promuovere la costruzione, nel loro porticciolo (mandracchio), del primo frantoio (torchio) per macinare le olive e produrre l'olio; da documenti dell'archivio del convento risulta che nel 1722 apparteneva a Giovanni Petris di Ossero, che pagava dei diritti ai frati; da una targa in pietra incastonata nel muro esterno, riportante l'anno 1757, si può dedurre che in quella data il torchio fu sottoposto ad una ristrutturazione, probabilmente una modernizzazione. Le funzioni religiose erano celebrate in latino, secondo il rito della Chiesa Romana come prescritto da S. Francesco, soltanto verso la fine del XIX secolo, a seguito della politica di croatizzazione della popolazioni imposta dal Governo Centrale di Vienna ed attivamente assecondata dalla Diocesi di Veglia, che mandò frati croati in paese, nelle domeniche e feste comandate l'epistola e il vangelo erano lette in croato ed alcune preghiere in "schiavetto", che era un miscuglio tra latino e croato, ma mai in glagolito, a parte un solo tentativo in una domenica di settembre del 1895, conclusosi con la sospensione del rito per l'abbandono della chiesa da parte dei fedeli e la successiva agressione violenta nei confronti del frate officiante.11 Nell'ultimo decennio del XIX secolo, per motivi meramente politici, anche se non apertamente confessati, venne appunto sferrata in tutta la Dalmazia una vera battaglia a favore dell'uso della lingua veteroslava nella liturgia, con l'intento di estenderne l'uso anche a quelle chiese, come quelle dei Frati Minori, nelle quali il latino era stato ininterrottamente usato fin dalle più lontane origini. A Neresine questa politica non ha dato frutti per la forte opposizione della popolazione, sfociata anche in almeno tre casi di aggressione violenta contro i nuovi frati. Le prediche erano dette inizialmente in italiano, anche perché i frati, appartenenti alla provincia dalmata di San Girolamo, erano di scuola italoveneta e non avevano la piena padronanza dal dialetto slavo del paese, successivamente, con la frequente presenza di frati residenti nativi di Neresine, i sermoni venivano probabilmente detti anche nella parlata slava del paese. Dall'inizio del XVII secolo lo sviluppo del paese ebbe un grande incremento, in concomitanza col forte declino di Ossero, provocato da gravi e persistenti condizioni di insalubrità (malaria), aggravato anche dall'ultima feroce razzia dei pirati Uscocchi, avvenuta nel 1606; comunque in questo periodo ebbe inizio anche il progressivo abbandono della città di Ossero da parte dei vecchi proprietari terrieri, che con le famiglie si trasferirono altrove, e cominciò contemporaneamente l'acquisizione dei terreni da parte degli abitanti di Neresine. In quegli anni si verificò anche una nuova ondata di immigrazione in paese, "di seconda generazione", prevalentemente uomini scapoli ("single" come si dice oggi), provenienti dall'Istria, dalla Dalmazia e dalle regioni costiere italiane, abbastanza alfabetizzati e in possesso di un significativo bagaglio professionale: mastri muratori, falegnami e carpentieri, commercianti, bottai, fabbri, lattonai, ecc. L'inevitabile mescolamento delle due generazioni con matrimoni degli ultimi arrivati con le donne del paese, produsse la stirpe neresinotta attuale. È iniziato così anche un forte sviluppo, concretizzatosi con la costruzione di molte nuove case e una forte presa di confidenza col mare. A seguito di ciò iniziò a svilupparsi anche l'attività di costruzione delle piccole barche (caìci), indispensabili per i trasporti da e per Bora (la sponda dell'isola di Cherso di fronte al paese), i cui terreni erano ormai [12] in gran parte in possesso dei cittadini di Neresine. Alla fine del XVII secolo la popolazione del paese si stava ormai avvicinando ai 1000 abitanti. In questo periodo si sviluppò anche il vicino paesino di San Giacomo, distante solo un paio di chilometri, seguendo integralmente lo sviluppo di Neresine, di cui dall'inizio del XIX secolo divenne una frazione a tutti gli effetti. Dal punto di vista urbanistico, essendo il paese sparso su un ampio territorio e non avendo vie, calli o strade convenzionalmente classificabili, ma solo sentieri che si dipanavano di casa in casa o di stuagne in stuagne, l'amministrazione di quel tempo assegnò un numero civico ad ogni casa partendo da nord verso sud; così troviamo il numero uno in vetta al colle di Halmaz (Varhalzà) ed i numero 180 all'estremo sud nella zona di Suria verso Galboca. Successivamente, a seguito del forte incremento di costruzione di nuove case, la numerazione fu assegnata in modo casuale e progressivo, in funzione della data di fabbricazione. Per facilitare l'individuazione delle varie abitazioni, il paese venne suddiviso anche in Contrade, secondo le consuetudini venete, così abbiamo la Contrada Halmaz, ovviamente comprendente tutte le case di Halmaz; la contrada Frati, comprendente tutte le case a nord della linea che parte da Rapoće verso ponente, includente Prantuognef e Gariniza; la contrada Pozzo, praticamente la parte centrale del paese con al centro la piazza con il pozzo (Studènaz); la contrada Castellani posta all'estremo ovest del paese alle pendici del monte (gli attuali stuagni bubgnovi, ambrosićevi e forse anche Pesćine), il cui nome probabilmente derivava dai Soccolich, soprannominati Castelluagnevi, diventati ricchi proprietari terrieri, avendo essi acquisito anche le campagne dei Drasa, incluso il "Castello"; la Contrada Canal, probabilmente parte di S. Maria Maddalena, fino S. Antonio e Stantinich; Contrada Bardo, l'attuale Podgora; infine la Contrada Biscupia includente tutta la parte restante a sud del paese; Veli Dvuor (letteralmente grande cortile) ha mantenuto anche nelle carte ufficiali il nome originale.12 Analizzando la distribuzione degli insediamenti abitativi e delle proprietà dei terreni in paese, abbiamo una configurazione abbastanza interessante; la parte più lontana dal mare, sparsa alle pendici del monte è stata la prima ad essere colonizzata, come già detto in precedenza, apparteneva alle famiglie di "prima generazione": Soccolich, Sigovich e Zorovich (Veli Dvuor), Rucconich, Marinzulich, Zuclich (Halmaz). Le restanti parti appartenevano a quelli di "seconda generazione", in particolare la parte lungo il mare che si estende da Lucizza, Piazza, fino a Sirtusef e più a ovest fino ad oltre lo stuagne Gaetagnevo apparteneva alle famiglie Bracco; la parte da Rapo'ce verso nord-ovest fino ai frati ai Matcovich; la zona di Prantuognev e da qui verso nord, ai Buccaran; la parte da Prantuognev-Barze verso sud ai Camalich; tutta la parte sud del paese includente Biscupia e Suria ai Lecchich, Bonich, Zorovich, Succich, Canalettich, per citare solo i ceppi famigliari più numerosi. Successivamente con il susseguirsi delle generazioni e coll'infittirsi dei matrimoni tra le varie famiglie, le proprietà si sono intensamente intrecciate, tuttavia ancora oggi è possibile ricostruire le tracce della prima suddivisione attraverso le genealogie dei discendenti. A mano a mano che il paese cresceva e si sviluppava, aumentavano le esigenze di conoscenza e acculturamento della popolazione, tuttavia non esistevano scuole in paese, la scuola più vicina era a Lussinpiccolo, a venti chilometri di distanza, quindi in nessun caso praticabile. Il compito di insegnare a leggere e scrivere ai ragazzi venne assunto dal canonico d'Ossero che aveva le funzioni di parroco a Neresine, così molti giovani, presumibilmente quelli più intelligenti ed intraprendenti impararono a leggere, scrivere e far di conto, cosa indispensabile per gestire qualsiasi attività anche in quei lontani tempi. La lingua insegnata era l'italiano, anche perché la lingua croata era a quel tempo ancora sconosciuta, ed il dialetto slavo parlato dalla popolazione, allora ed ancor oggi, è molto diverso dal croato. Anche i frati, come già precedentemente detto, si sobbarcarono il compito di istruire alcuni giovani fin dai tempi più antichi, anche perché avevano necessità di delegare a gente del paese la gestione delle loro proprietà: campagne, animali, ecc.; infatti, i documenti ritrovati confermano che i bravari (capi mandria, fattori) dell'epoca sapevano scrivere in italiano e far di conto. [13] Verso la prima metà del XIX secolo, le famiglie più benestanti iniziarono a mandare i loro figli a studiare alle scuole superiori dei centri vicini più importanti: a Lussinpiccolo quelli che volevano fare i Capitani di Lungo Corso, a Pisino o Rovigno gli agrari, a Zara o Fiume per gli studi umanistici ed a Padova e poi a Graz per gli studi universitari. Le femmine furono mandate a studiare e imparare le buone maniere dalle suore (Muneghe) di Cherso. Dopo la caduta di Venezia per opera della Francia rivoluzionaria e di Napoleone ed a seguito del trattato di Campoformio del 1797, l'Istria, la Dalmazia e le isole del Quarnero furono assegnate all'Austria; Napoleone infatti barattò questi territori, assieme con la stessa Venezia, cedendoli in cambio dei terrirori del Belgio, confinanti con la Francia. Successivamente, dopo la battaglia di Austerliz del 1805, tutti i possedimenti austriaci sulla sponda orientale dell'Adriatico, passarono sotto il neocostituito Napoleonico Regno D'Italia. In questo periodo fu costruita dai francesi l'attuale strada che da Lussinpiccolo porta a Cherso. Infine nel 1815, a seguito del Congresso di Vienna, le isole del Quarnero, come tutta l'Istria e la Dalmazia, passarono sotto il dominio Austriaco, tuttavia inizialmente poco mutò rispetto alla precedente amministrazione veneziana, rimasero le stesse leggi, abitudini, lingua, scrittura, ecc. La lingua amministrativa e comunque la lingua ufficiale rimase l'italiano, come in tutto il territorio dell'Istria, Trieste e Fiume comprese, e della Dalmazia. A questo proposito può valer la pena segnalare alcuni dati storico-statistici riguardanti questo periodo, raccolti negli archivi di Stato delle Province Venete, dai quali risulta che, tra il 1796 ed il 1814, nella Milizia Cisalpina-Italiana dell'allora napoleonico Regno d'Italia, e particolarmente nella composizione dei corpi armati delle Provincie Venete posizionati sulla riva destra del Mincio, tra cui figurava anche un Reggimento di Fanteria Dalmata, si trovano registrati, tra ufficiali e sottufficiali i seguenti cognomi (per brevità vengono omessi i nomi propri): Lupi, Lecchi, Sigovich, Tomich, Catturich, Mattiassi, Boni, Bracco, Bussani, Cavedoni, Zanetti, German, Santolin, Niccolich, Milossevich, Zanelli, Zuliani, Zucchi, ed altri abbastanza diffusi nella nostra regione. Dalla fine del XVIII secolo Neresine divenne il paese più importante e produttivo della parte nord dell'isola di Lussino, tutti i centri minori delle due isole quali S. Giacomo, Puntacroce (che divennero poi frazioni di Neresine), Belei, Ustrine, la stessa Ossero, ecc, incluse le isole di Unie e Sansego, facevano riferimento a Neresine per l'acquisto di prodotti di falegnameria (mobili), ferramenta, stoffe, vestiario, la costruzione di carri, botti, piccole barche, scarpe, secchi, grondaie, attrezzi agricoli, sementi, ecc. L'artigianato divenne fiorente e portò ad un notevole miglioramento del tenore di vita della popolazione. In questo periodo anche la coltivazione delle olive subisce un forte incremento per la sempre maggiore richiesta di olio, furono costruiti altri due frantoi, uno a Magaseni in riva al porto dai Zorovich (Sule), ed uno in Biscupia. Da un censimento agricolo del 1828, risulta che nel territorio di Neresine esistevano 9.398 alberi di ulivo. Dall'inizio del XIX secolo lo sviluppo di Neresine segue abbastanza sincronicamente quello di Lussinpiccolo, diventato il più grande e ricco centro dell'isola, grazie alle attività cantieristiche e marinare di quella popolazione; infatti, in questo periodo cominciò anche il grande sviluppo della marineria lussignana, con la costruzione di una notevole flotta di velieri di grande e piccolo cabotaggio e la fondazione dei cantieri navali (squeri), ciò stimolò l'arrivo a Lussinpiccolo di nuove popolazioni: carpentieri e calafati dalla sponda italiana dell'Adriatico, capitani e marinai dalla Dalmazia. Anche alcuni Neresinotti andarono a lavorare a Lussino come marinai e negli squeri, dove impararono il mestiere e misero le basi per il futuro sviluppo marinaro del paese. Verso la metà del XIX secolo nella sola Lussinpiccolo erano attivi ben sei squeri e la costruzione navale procedeva col ritmo di venti navi all'anno, alcune di portata superiore alle mille tonnellate. Lussinpiccolo divenne il capoluogo politico ed amministrativo di tutte le isole del Quarnero, ossia Lussino, Cherso, Sansego, Unie, San Piero dei Nembi, Premuda, Ulbo, Selve, ecc. A Lussinpiccolo trovarono sede il tribunale, il catasto dei terreni, la direzione marittima e tutti gli altri istituti amministrativi. [14] All'inizio del XIX secolo fu aperta anche la scuola nautica per la preparazione dei Capitani di lungo Corso, inizialmente come scuola privata, fondata e gestita dai due fratelli preti lussignani, Don Giovanni e StefanoVidulich, successivamente divenne scuola pubblica, una delle prime dell'Impero Austroungarico. Di Lussinpiccolo e Lussingrande esiste comunque un'ampia documentazione storiografica, per cui si rimanda a questa per eventuali approfondimenti. Tornando al paese di Neresine, dobbiamo dire che il forte sviluppo portò un consistente benessere soltanto ad una parte della popolazione, ossia a quelli che per primi avevano imparato a leggere e scrivere, che divennero così gli amministratori e gestori delle attività del paese; alcuni di questi divennero grandi proprietari terrieri, altri si dedicarono al commercio, all'artigianato e in generale alle attività produttive più remunerative, mentre la restante parte della popolazione continuò la dura vita del bracciantato agricolo scarsamente remunerato. Se poi consideriamo che l'acqua potabile poteva essere fornita solo dalla raccolta di acqua piovana nelle cisterne, di cui tutte le case erano dotate, che nei periodi estivi la siccità durava anche molti mesi e che le famiglie numerose (con più di otto-dieci figli) erano la grande maggioranza, si capisce che le condizioni di vita non dovevano essere per tutti molto agevoli. Dai dati anagrafici di questo periodo risulta che la mortalità infantile era enorme, oltre il 40% dei decessi riguardava bambini al di sotto dei 10 anni, e le donne morte per parto erano numerose. Nell'anno 1840 morirono 67 persone, di cui 41 nel solo mese di agosto, per una non meglio precisata epidemia gastrica contagiosa (probabilmente il colera). Nella seconda metà del XIX secolo le condizioni sanitarie della maggioranza della popolazione rimanevano comunque abbastanza precarie, sia per la dura vita dei lavoratori agricoli, costretti a ricavare il sostentamento per le famiglie dalle aride pietraie dell'isola, sia per le poco salubri condizioni ambientali di alcune aree di Bora, cioè la zona della parte meridionale dell'isola di Cherso dove molte famiglie di Neresine risiedevano gran parte dell'anno, nelle piccole case di campagna, per dedicarsi con maggiore assiduità ed efficienza all'allevamento delle pecore ed ai lavori agricoli. Queste aree, con epicentro Puntacroce, furono ufficialmente dichiarate dalle autorità sanitarie locali, zone malariche. Verso la fine del secolo il governo austriaco proibì addirittura l'allevamento delle capre, considerando questi animali nocivi per lo sviluppo della vegetazione dell'isola. Questo insensato provvedimento fece mancare alla popolazione uno dei principali e più energetici alimenti: il buon latte di capra, con cui fino ad allora erano nutriti soprattutto i bambini. Il risultato fu una grande incidenza di rachitismo infantile, diventato quasi endemico. Tra i vari documenti ritrovati nelle soffitte dei discendenti c'è un interessante certificato del medico distrettuale, che, accertate le precarie condizioni di malnutrizione di un'intera famiglia, con bambini affetti da rachitismo, in deroga alle vigenti disposizioni legislative, autorizzava la famiglia al mantenimento di una capra, per prioritari motivi sanitari. In paese a quel tempo non esistevano infrastrutture pubbliche che potessero contribuire allo sviluppo, si fa riferimento a scuole, strutture sanitarie, banche, uffici comunali, ecc.; a questa mancanza sopperirono in parte alcuni cittadini dotati di una buona istruzione scolastica e di buoni mezzi finanziari, in primo luogo vanno citati Domenico Zorovich, padre e figlio, soprannominati Sule, commercianti di ricca e antica famiglia, che si dedicarono, oltrecché ai loro commerci, a fornire il finanziamento alle attività imprenditoriali del paese, in sostanza fornivano prestiti a coloro che volevano fare investimenti produttivi. Contrariamente a quanto si continua ad insinuare, senza il minimo fondamento documentale, i Sule prestavano i loro soldi a interessi equi, in linea con le condizioni del mercato di allora, come risulta da numerosi manoscritti contabili trovati nelle soffitte delle case dei discendenti (non per niente si continua tutt'oggi a dire che "l'Austria era un paese ordinato"); ciò non toglie che con questa attività fecero i loro lauti guadagni, più con lo spirito del banchiere che con quello del benefattore.13 Dapprima essi fornirono finanziamenti ai commercianti del paese per l'acquisto delle merci, numerosi documenti contabili analizzati dettagliano elenchi di partite di mercanzia come: 20 brazze de [15] tela canavina, 6 rodoli defogli de corame, 10 pacchi de fazzoletti, 20 berrette, 10 rodoli de corda de ½ oncia, 5 quarte de semenze, ecc. Alla fine di ogni partita il conto veniva pagato al fornitore in contanti. Il debito con Domenico Zorovich veniva dettagliato e a volte parzialmente scontato, con per esempio: due carri de legni, o 4 giornate de sumìso (da sumisàr = trasporto di merci a dorso d'asino), due giornate de trebìt de dona (testuale! Trebìt = togliere le pietre dai campi e prati per liberare il terreno per la coltivazione), ecc., più il contante da restituire a tempo debito. Successivamente i finanziamenti divennero più consistenti, prevalentemente per l'acquisto di nuove campagne, per la costruzione della casa, ecc. A questo proposito mi piace ricordare i comandamenti della nonna che ossessivamente ripeteva: "sparagno primo guadagno, bisogna far debito col Sule per comprar una nova diélniza (pezzo di terreno), e appena pagado il debito, subito far altro"; la nonna, per quanto analfabeta, fu la prima in paese a mettere il motore diesel sul veliero di famiglia.14 Il Sule è stato anche quello che ha aperto la strada al paese verso l'armamento navale; a un uomo esperto quale lui era, non poteva passare inosservato l'enorme sviluppo economico che in quel tempo stava attraversando Lussinpiccolo, dovuto alla grande espansione dell'armamento navale e alla diffusione dell'industria cantieristica. Egli infatti, dopo aver studiato l'organizzazione navale di quella popolazione, decise di buttarsi anche lui nell'affare ed entrò come socio al 50% nell'armamento di una nave di lussignani. Visto il buon andamento economico di questa attività, comperò in proprio, verso il 1845, la prima nave di Neresine, il "Neresinotto", facendola navigare con equipaggio formato da marinai del paese; subito dopo ne comperò un'altra, denominata "Lauro" e poi un'altra ancora denominata "Elice", (fatti citati anche nella "Storia documentata dei Lussini" del lussignano dott. Matteo Niccolich); ma la sua vocazione era piuttosto quella del banchiere che non quella dell'armatore, quindi convinse il capitano di una delle sue navi, tale Camalich, anche suo miglior amico, a mettersi in proprio cedendogli la nave, naturalmente provvedendo lui stesso a prestargli i soldi per l'acquisto. L'armamento del paese dava buoni frutti, conseguentemente anche altri cominciarono a puntare l'attenzione verso la nuova attività: in pochi anni Neresine si era dotata di una sua significativa flotta di velieri, mentre il Sule continuava a prosperare concedendo crediti ai nuovi potenziali armatori. L'armamento navale di Neresine era caratterizzato dalla compartecipazione di più famiglie nella proprietà di una stessa nave: ogni nave era divisa in 24 parti chiamate carati, quindi molti cittadini divennero caratisti, ricavando da questa attività la maggior e di guadagno per il sostentamento delle famiglie. Nell'armamento navale si distinsero con maggiore successo, fin dalla seconda metà del XIX secolo, le varie famiglie Camalich (Costantignevi, Eujeniovi, Antuoniovi, Andreovi e Jurićevi), Matcovich (Zizzerićevi, De Dolaz e Marchićevi), Rucconich, Ghersan, Lecchich, nonché le famiglie di San Giacomo Sattalich, Zorich e Nesi, per citare soltanto quelle più significative. L'elenco delle navi di Neresine, nei vari periodi della storia della sua marineria, è dettagliato nell'allegato "B". L'attività navale trasformò in pochi anni la maggior parte degli abitanti del paese da contadini in provetti marinai, quindi essi si dedicarono prevalentemente alla vita del mare, pur conservando le poche proprietà terriere e le poche pecore occorrenti per le necessità famigliari, di cui si occuparono le donne e gli uomini tra un imbarco e l'altro. Soltanto le famiglie dei grandi proprietari terrieri continuarono e incrementarono l'attività agricola e l'allevamento del bestiame, e tra queste vanno segnalate: i Soccolich-Casteluagnevi, i Bracco-Gaetagnevi, i Maurovich de Cluarich, i Bracco-Pussići, i Zorovich-Menisićevi, i Soccolich-Rocchićevi, e poche altre. L'attività marittima indusse gli uomini a navigare su e giù per l'Adriatico e per l'intero Mediterraneo, visitando posti nuovi e conoscendo nuove popolazioni, apportando un arricchimento di esperienze e conoscenze per tutto il paese.15 Questa professione tuttavia, ha costretto gli uomini a stare molto tempo lontano da casa, quindi quando le navi passavano in prossimità delle natie isole, veniva colto ogni pretesto per fare "una capatina" in paese. L'anelito del ritorno veniva sentito con maggiore intensità nei giorni delle principali festività tradizionali: Natale, Pasqua, carnevale, Agosto (la fiera annuale), Madonna della [16] Salute, ecc. In quei giorni il porto era pieno di "barche", ce n'erano anche in Sonte, in Vier, a San Giacomo e perfino in Caldonta. Tutti cercavano di rientrare per stare in famiglia, soprattutto i giovani, per non perdere il contatto con le ragazze e non mancare al ballo che si teneva la sera di questi giorni festivi. Vale la pena di raccontare l'aneddoto della goletta Milan del "paron de barca" Zuclich: era un ben attrezzato veliero, noto per la sua buona "tenuta di mare" e la sua velocità; alla vigilia delle feste di Natale si trovava nel porto di Fiume, e l'equipaggio, dopo aver ultimato le operazioni di scarico delle merci si preparava a partire per far ritorno al paese, purtroppo quel giorno si scatenò un fortunale di bora, quindi sarebbe stato troppo pericoloso mettersi in mezzo al Quarnero con quel tempo, d'altra parte passare le feste a Fiume sarebbe stato altrettanto triste. Il "paron de barca" chiamò quindi l'equipaggio, composto da tre giovani marinai e disse loro: "Chissà quanto dura sta bora, magari de sta stagion la se bona de durar anche 4-5 giorni, mi passar Nadal fora de casa proprio non posso, scolté, mi ciogo el vapor e vado a casa, voi poi quando bonazza venì sò con la barca, ma me racomando…". I ragazzi accompagnarono il capitano al piroscafo di linea portandogli la valisa, poi al ritorno a bordo cominciano a pensare alle feste, alla ragazza, al paese, e a questo punto decidono: "che bora o no bora che lori i và, che no se pol star soli a Fiume con ste feste". In conclusione il "paron de barca", mentre il piroscafo navigava sotto costa, all'altezza di Lubenizze, vede il Milan a vele spiegate che raggiunge e sorpassa il "vapor", e se ne va in un mare di schiuma verso Ossero. I ragazzi, ormeggiata la barca in Vier vanno a prelevare il "paron de barca" allo sbarco dal "vapor" e insieme se ne tornano a casa felici e contenti, il "paron" un po' meno felice dei sui marinai, perché ancora sotto l'impatto emotivo provocato dal recente pericolo scampato dalla sua barca. In pochi anni la perizia professionale dei marinai di Neresine divenne proverbiale. In tanti anni di navigazione, prima a vela e poi a motore, non si è mai verificato un naufragio o un'avaria di grande rilevanza, anche se la competizione individuale, precipua dei Neresinotti, induceva spesso i capitani (quasi sempre anche paroni de barca), ad ardite sfide col mare per "arrivare prima" dei concorrenti. A questo proposito vale la pena di ricordare l'impresa del "Mariza", veliero del paron de barca Valentino Bracco (lo stesso che vedremo più avanti portare in salvo una cannoniera austriaca durante la prima guerra mondiale). Partendo un po' azzardatamente da Zrqveniza sotto previsione di fortunal de bora, fu sorpreso dal fortunale in pieno Canal di Morlacca; non potendo rifugiarsi a Segna per il forte vento, che nasce proprio da quel posto e avendo le "mure a destra" (le vele rande dal lato della fiancata di destra), sotto Segna fa una virata all'orza di 360 gradi per passare le mura a sinistra, con una manovra di poggia la banda (strambata) avrebbe probabilmente rotto l'alberatura, e decide, non avendo altra scelta, di buttarsi nelle strettissime e temutissime bocche, chiamate le porte di Segna, tra l'isola di Veglia e l'isolotto di Prvic, riuscendo a manovrare egregiamente il veliero, pur essendo mutilato di un braccio, e passare indenne nel Quarnerolo; manovra questa considerata impossibile a chiunque con fortunal de bora; il posto, infatti, era chiamato il cimitero delle navi per i numerosissimi naufragi accaduti in passato in circostanze simili. Per quanto non si siano registrati naufragi veri e propri, accaddero purtroppo alcune disgrazie del mare, tra queste viene segnalata, perché ben documentata dalle "carte" in possesso dei discendenti, quella accaduta a bordo del pielego "Adriatico". Il 12 gennaio 1883 il veliero, in navigazione verso Traù, fu sorpreso da un fortunale; al comando si trovava il proprietario, Giovanni Vescovich di Neresine che, per un colpo di vento fu gettato in mare colpito dal boma della vela, a nulla valsero gli sforzi degli altri marinai per cercare di recuperarlo nella tempesta. I poveri marinai neresinotti, raggiunto a fatica il porto di Traù, fecero denuncia al Capitano di Porto, che stilò la documentazione del sinistro e l'inventario del veliero in italiano, ora in possesso dei discendenti. La vedova, con tre figli piccoli a carico, inviò una supplica a Vienna per ottenere una pensione, che le fu concessa, consentendole con questa e col provento della vendita del veliero, di sopravvivere ed allevare i figli. La nuova attività marinara del paese diede un forte impulso a tutta l'economia locale, si iniziò così il taglio dei boschi per produrre legname, che grazie ai nuovi mezzi di trasporto, trovò ampio [17] mercato nella sponda italiana dell'Adriatico (Venezia, Chioggia, poi anche i porti romagnoli) e verso la Dalmazia. La facciata è molto semplice, con un'unica porta arcuata. Al centro dell'architrave, in un tondo circondato da una corona d'alloro, scolpito lo stemma Drasa; nel timpano vi finestrella orbicolare. Le finestrine oblunghe della parete sinistra sono gotiche, quella superstite destra a pieno arco.Nell'interno numerose lapidi sepolcrali sparse qua e là sul pavimento, delle quali ha sigillo egregiamente ed iscrizione consunti; parecchie contrassegnate sigla S. F. (San Francesco). Queste erano tombe di proprietà del convento nelle si concedeva sepoltura chi richiedeva, perché quando sorse chiesa alcuni defunti Neresine seppellivano essa. proposito nome monte che sovrasta il paese, alto 589 metri, come abbiamo visto, nei tempi più antichi chiamava Garbo, poi Ossero, probabilmente ricavato dalle prime cronache venete facevano riferimento alla città infine, dal 1945 Televrin, questo tutto nuovo, mai riscontrato né passato, nella tradizione orale tramandata dagli antenati.Il taglio di boschi consentì anche il reperimento di nuovi pascoli (nòvine) per l'allevamento ovino, con un conseguente notevole incremento della produzione di formaggio, lana e carne. Alcune famiglie, da sole, arrivarono a possedere oltre 2000 pecore e a produrre fino a 150 kg di formaggio la settimana, che veniva tutto esportato, assieme alla lana, nei vicini centri, come Basca nell'isola di Veglia, Lussinpiccolo, Zara, e la stessa Venezia, come documentato dai libri contabili ritrovati. I commerci erano diventati così fiorenti, che una volta la settimana il piccolo piroscafo di linea "Francopan", faceva scalo a Neresine per imbarcare le molte merci in uscita e sbarcare quelle in arrivo. Già verso l'inizio XIX secolo, in concomitanza con la crescente domanda di formaggio e legname, sorse la necessità di sfruttare maggiormente i terreni di Bora ampliando i pascoli e pulendo i boschi (garije), perciò, data la grande distanza di queste campagne dal paese, nacque l'esigenza di costruire delle case di campagna in cui risiedere durante la stagione di maggiore attività lavorativa, senza quindi dover andare su e giù dal paese tutti i giorni. Sono nati così in mezzo ai boschi vari nuovi stuagni (singolare stuan o stuagne) o stanze (anche stanzie), anche molto distanti gli uni dagli altri, raggiungibili solo attraverso stretti sentieri.16 Tra i più importanti possiamo citare: Verin, Lose, Matalda, Garmosai, Dracovaz, Gracisće, Parhavaz, Murtovnik. Alcuni di questi erano costituiti da quattro o cinque case. La stessa Puntacroce si è formata partendo da vari stuagni costruiti per questo scopo, e di fatto questo paese è stato sempre considerato come parte integrante di Neresine, sia per lingua, cultura e tradizioni. Lo sviluppo della marineria fu assecondato dal governo austriaco, stimolato anche dall'attivismo politico lussignano. Furono infatti costruite in quel periodo varie ed importanti strutture portuali, quali il porto di Neresine, il porto di Rovensca a Lussingrande, i "Garofulini" (massicce strutture cubiche in pietra, portanti al centro una robusta bitta, per consentire l'ormeggio delle navi nei porti naturali delle isole in caso di condizioni atmosferiche avverse) in Vier, Caldonta, San Giacomo, Ustrine, San Martin di Cherso (attuale Martinsciza), ed in altri rifugi strategici naturali delle isole. Nel porto di Neresine fu fondato anche uno squero per la costruzione dei grandi velieri, da cui fu varata un'unica grande nave, la "Maria Salute" dell'armatore Eugenio Camalich (Euieniovi); poi lo squero fu chiuso, probabilmente per motivi di non convenienza economica, data la grande efficienza e vicinanza di quelli di Lussinpiccolo. A seguito dello sviluppo dell'attività marinara, gran parte degli uomini del paese, ormai diventati marinai provetti, si imbarcarono sulle nuove navi, molti perché cointeressati come caratisti ed altri perché le paghe di bordo erano più remunerative; quindi per le attività di campagna cominciò a scarseggiare la manodopera, così i proprietari terrieri ricorsero a manodopera dei paesi vicini come Belei, Plat, Srem, Orlez, dalle isole di Veglia, Arbe, Pago, ecc.; arrivarono anche lavoratori da Castua (Castuavzi), da Gorizia (Gorinzi) e dal Friuli e Carnia (i gromaciari); questo fatto portò al rafforzamento di varie comunità come Puntacroce ed altre. Verso la fine del XIX secolo cominciarono ad affermarsi le nuove navi in ferro, dotate di macchine di propulsione a vapore, e molti marinai di Neresine trovarono imbarco sui grandi piroscafi di linea delle compagnie di navigazione Lloyd Austriaco ed Austro-Americana di Trieste, così ebbero modo di conoscere ulteriormente il mondo e scoprire che in America c'era una grande richiesta di manodopera, molto ben retribuita; molti marinai quindi decisero di disertare dalle navi e fermarsi a lavorare a New York. Molti rimanevano in America due o tre anni, accumulavano un bel gruzzolo e poi tornavano al paese, per costruirsi la nuova casa, aprire un negozio, comperare la "barca", comperare campagna, ecc. Gran parte dei capi famiglia fecero quest'esperienza, anzi era diventata consuetudine andare in America per pagare in due o tre anni i debiti fatti col Sule. Alcuni giovani non ancora sposati, rimasero lì definitivamente, altri richiamarono la famiglia ed altri continuarono ad andare e ritornare, finché le leggi americane sull'immigrazione non si fecero più restrittive. A New York si [18] formò così una piccola comunità di Neresinotti, basata sulla solidarietà reciproca e sul nostalgico ricordo del paese; fu anche fondata nel 1898 una società di mutuo soccorso, chiamata nel gergo american-neresinotto "Susaida" (storpiatura del vocabolo inglese Society), che forniva aiuto economico in caso di malattia o mancanza di lavoro ai compaesani in difficoltà. Tale società esiste tuttora con le sole funzioni di club associativo di Neresinotti e di celebrazione della festa della patrona del paese, la Madonna della Salute, con messa solenne e "party" serale con ballo. Verso la metà del XIX secolo il paese aveva ormai raggiunto i 1000 abitanti,17 manifestando nuove esigenze sociali, fu quindi istituito il comune unico di Ossero-Neresine, includente San Giacomo e Puntacroce, con notevole autonomia di Neresine, considerando che la grande maggioranza della popolazione risiedeva nel suo territorio. Il primo sindaco (podestà) che prese fortemente a cuore gli interessi del paese, fu tale Giovanni Bracco a cui va il merito di aver promosso la costruzione della sede del municipio (la Comun), la scuola elementare, la costruzione del Duomo, l'ufficio postale (affidato al figlio Marco), in paese fu anche aperto un ufficio doganale (la finanza) e arrivò anche il "gendarme" (poliziotto) (in dialetto neresinotto antico: andarme o anduarm). Poiché l'istituzione della scuola pubblica fu un fatto molto importante per Neresine, ed anche l'elemento più determinante per il forte sviluppo del paese, vale la pena di raccontare più estesamente questa parte della nostra storia. La scuola elementare pubblica fu istituita nel 1842, col nome di "I. R. Scuola Elementare Minore Italiana", insediata nel nuovo edificio fatto costruire dal Comune per lo scopo, con obbligo di frequenza per tutti i ragazzi del paese dai 6 ai 14 anni. Nel 1850 la scuola assunse il nome di "I. R. Scuola Triviale". Nel 1858 cambiò (grazie a Dio) ancora nome in "I. R. Scuola Elementare di Modello" ed infine nel 1868 assunse il nome definitivo di "Scuola Popolare". L'obbligo alla frequenza era rigidamente fatto osservare dalle autorità governative, che emanavano dure sanzioni ai genitori dei ragazzi inadempienti, con multe pecuniarie per i benestanti e obbligo di lavoro gratuito per alcune giornate a favore del Comune, per i meno abbienti. Dopo l'emanazione, nel 1848, della Costituzione da parte del Governo Centrale di Vienna, e la conseguente "democratizzazione", vennero abolite alcune leggi con contenuto eccessivamente autoritario. Purtroppo nella diocesi di Veglia, qualcuno che aveva particolari interessi, forse anche di natura politica, sparse "ad arte" la voce che le donne non avevano più l'obbligo tassativo di frequentare la scuola pubblica, quindi a Neresine la scuola fu disertata da tante ragazze, che furono tenute a casa dalle famiglie meno acculturate, perché più utili per i lavori domestici e per quelli di campagna. La scuola italiana ha sempre avuto, fin dalle origini, insegnanti laici, e dopo una prima dipendenza dalla Luogotenenza di Trieste, passò, fino al 1869, sotto le dipendenze di (in ordine gerarchico): a) "Reverendissimo Concistoro Vescovile di Veglia". b) "I. R. Capitanato Circolare di Pisino". c) "I. R. Ispezione Distrettuale di Cherso". Tutti i documenti relativi alle attività scolastiche erano inviati alle autorità competenti, redatte in lingua italiana, questo fatto non giungeva gradito al Concistoro Vescovile di Veglia, che in concomitanza del rafforzamento della politica di slavizzazione intrapresa dal governo centrale di Vienna ed in accordo col I. R. Ministero del Culto e della Pubblica Istruzione, il 25 luglio 1846 emanava il Decreto n° 1044/411, con cui intimava al maestro di Neresine di sostituire nell'insegnamento la lingua italiana con quella croata, aggiungendo che, qualora i cittadini desiderassero che la lingua italiana continuasse ad essere insegnata ai loro figli, avrebbero dovuto mandare "adeguata implorazione" al "Reverendissimo Concistoro Vescovile". I Neresinotti, dopo agitate riunioni in Comune, inviarono un ben motivato memoriale, dimostrando la necessità della conoscenza della lingua italiana per gli abitanti del paese, in quanto fortemente impegnati nel crescente sviluppo dell'armamento navale, che utilizzava esclusivamente questa lingua. Il Concistoro, in data 3 ottobre 1846, a seguito anche delle relazioni inviate dalle autorità politiche locali, che paventavano gravi problemi di ordine pubblico in paese, emanarono il Decreto n° 1444/605, che diceva: " Visto il rapporto del primo [19] corrente, n° 399, il cui allegato si ritorna, si dispone che nella scuola filiale di Neresine sia impartita l'istruzione in lingua croata ed italiana, quale lingua secondaria"18 Nonostante il Decreto a Neresine si continuò l'insegnamento della sola lingua italiana, anche perché il maestro, oltre ad essere fortemente sostenuto dalla popolazione, non conosceva il croato. Il Concistoro, con Decreto del 23 gennaio 1847, lamentava che nella scuola si continuasse l'insegnamento della sola lingua italiana, ribadendo l'ingiunzione di introdurre la lingua croata, ma nulla avvenne, tant'è che con successivi Decreti del 19 novembre 1849 e 30 aprile 1851 ribadì le precedenti ingiunzioni. Naturalmente le ingiunzioni del Concistoro restarono lettera morta. Infine, visto lo scarso successo fin qui ottenuto con gli imperiosi comandi, nel 1858 si venne a più miti consigli, ordinando alla scuola di Neresine, che accanto alla lingua croata, si insegnasse di pari passo anche quella italiana, come seconda lingua del paese. A seguito di ciò vennero istituite due sezioni distinte, quella italiana e quella croata. L'insegnamento della religione, per quattro ore la settimana, veniva impartito dal sacerdote canonico nella sola lingua croata in entrambe le sezioni, anche se l'insegnante conosceva bene l'italiano. È abbastanza comica una relazione dell'ispettore di Cherso del 1864, (sollecitato dall'insegnante di religione), in cui redarguisce aspramente il maestro di Neresine, per gli infiniti errori linguistici e grammaticali da lui commessi nel tentare di insegnare il croato (che lui evidentemente conosceva assai poco) ai ragazzi. A seguito della nuova legge scolastica del 1868, il Concistoro Vescovile di Veglia cessò di avere diretta ingerenza nelle scuole dell'isola. Il 9 dicembre 1869 si costituì a Lussino il Consiglio Scolastico Distrettuale delle isole del Quarnero, a norma di una legge Provinciale del febbraio dello stesso anno. Nel 1888 fu mandato a Neresine un secondo insegnante, la maestra Maria Dibarbora, a cui venne affidata la sezione italiana. Il Consiglio locale, con atto n° 69 dell'8 ottobre, riferiva al Consiglio Scolastico Distrettuale di Lussino, che quell'anno gli iscritti, dai 6 ai 12 anni, erano 161, di cui 3 nella sezione croata e 158 in quella italiana. Nel 1890 la sezione italiana aveva 164 alunni e quella croata 19. Infine, nel 1895, dopo tante lotte e battaglie politiche, si venne alla divisione della Scuola Popolare di Neresine, formando due scuole separate, una italiana con due insegnanti ed una croata con un nuovo insegnante, Franco Cattarinich di Basca (Veglia). La scuola croata fu insediata in una casa lungo il porto, adattata per lo scopo, mentre quella italiana rimase nella sua sede originale.19 L'insegnamento della religione continuò per alcuni anni ad essere comunque impartito in lingua croata anche nella scuola italiana, perché il frate insegnante, malgrado specifiche direttive dell'I. R. Ministero del Culto e della Pubblica Istruzione, si rifiutava di usare l'italiano nelle sue lezioni, finché, proprio per questo motivo, la Direzione Didattica lo espulse dalla scuola. Il primo aprile 1904 la "Lega Nazionale" apri la scuola elementare anche a S. Giacomo. In pochi anni di fatto il paese divenne bilingue e specialmente le giovani generazioni incominciarono a parlare indifferentemente, sia il dialetto italiano che quello slavo. Fu anche istituito dalla "Lega Nazionale" l'asilo comunale, nei locali a pianterreno dello stesso edificio della Comun, per i bambini da tre a sei anni. Come non ricordare a questo punto la cara vecchia maestra Maria (Zuclich), educatrice dei bambini del paese dalla fondazione dell'asilo fino alla sua chiusura nel 1945. Tornando al XIX secolo, a mano a mano che l'alfabetizzazione della popolazione cresceva, aumentava anche il benessere, almeno per quelle famiglie che per prime si erano dotate di strumenti culturali adeguati, sorse quindi l'esigenza di costruire nuove case, più adatte alle nuove necessità. Questo fatto provocò la corsa verso l'accaparramento delle aree più vicine al mare, soprattutto quelle attorno a quella che divenne la piazza principale del paese, al cento della quale fu trovata un ricca falda d'acqua dolce, che con la costruzione di un pozzo, garantì la disponibilità di fresca acqua potabile per la popolazione per tutto il corso dell'anno. La piazza, con al centro il pozzo circondato da un robusto muro circolare di protezione, ed abbelita da grandi alberi di pocriva (bagaloro), uno dei quali, grandissimo, fu anche un simbolo del paese, divenne il centro della vita sociale ed assunse il nome di studènaz, ossia posto fresco o frescura. Un'altra falda acquifera fu trovata in Biscupia (vrucìch = sorgente) e fu costruito un altro pozzo. [20] In breve tempo le famiglie più benestanti abbandonarono le case d'origine, generalmente site alle pendici del monte, per costruire quelle nuove e più grandi nel nuovo centro del paese. I primi a muovessi, verso la prima metà del XVIII secolo, furono gli Zorovich (Sùievi), che abbandonarono la casa d'origine in Veli Dvuor, per costruire quella nuova e più "moderna" nel lato nordest della Piazza, seguiti subito dopo dai Sigovich, anch'essi provenienti da Veli Dvuor, che si insediarono in tutta la zona ovest (lato a monte) della piazza stessa, poi i Soccolich (Casteluagnevi) nel lato sud, e così via gli altri. In questo slancio verso il progresso economico-sociale si inserisce, nel 1878, la costruzione, nel punto più prestigioso della piazza del paese, del nuovo Duomo, dedicato, per affinità e consuetudine di approdo dei velieri di Neresine a Venezia, alla Madonna della Salute. Le cronache del tempo ci raccontano che la grande pala dell'altare maggiore fu donata dall'allora Patriarca di Venezia Trevisanato, trasportata a Neresine in pompa magna dal veliero "Neresinotto" di Domenico Zorovich, entrato trionfalmente in porto, scortato dagli altri due velieri "Lauro" ed "Elice", dello stesso armatore, impavesati a festa, tra il tripudio della popolazione festante.20 Verso l'inizio del XX secolo fu costruito anche il nuovo cimitero, sul terreno del vecchio cimitero dei frati, non senza grandi contrasti di ordine politico-nazionalistico coi frati stessi, sulla lingua da usare nelle cerimonie funebri. Testimonianza di tali contrasti è la tomba di famiglia di Domenico Zorovich (Sule), posta all'esterno del cimitero stesso, che dalla prima introduzione della lingua croata in alcune preghiere da parte dei frati, non mise più piede in chiesa.21 L'inizio del XX secolo trova il paese in grande sviluppo; la corsa verso il progresso economico e sociale si concretizza con la costruzione di molte nuove case, l'allargamento e ammodernamento di quelle vecchie, ma soprattutto con la grande espansione dell'armamento navale. Allo scoppio della prima guerra mondiale il naviglio di Neresine aveva ormai superato le 30 unità. La parentesi della prima guerra mondiale purtroppo portò ad una crisi generale e molta miseria, molti giovani del paese furono mandati a combattere, prevalentemente sul fronte russo, alcuni purtroppo non tornarono più.22 Finita la guerra, col passaggio delle isole del Quarnero assieme all'Istria e Fiume all'Italia, lo spirito imprenditoriale dei Neresinotti si risvegliò più vigoroso di prima, si ebbe quindi un forte incremento dell'armamento navale e dei commerci con l'Italia, le navi vennero dotate di propulsione a motore e iniziò così una nuova fase espansiva. Alcuni armatori aprirono sedi a Venezia, Fiume e Spalato. Il cittadino di Neresine Elio Bracco, nipote del sindaco Giovanni di cui sopra, trasferì a Milano la sua attività di rivenditore di prodotti farmaceutici, ingrandendosi al punto da fondare un'industria farmaceutica propria, che poi i suoi due figli, entrambi nati e cresciuti a Neresine, ulteriormente svilupparono, fino a farla diventare la più grande industria chimica privata italiana (dati del 1970). Dal 1918 al 1922 l'amministrazione pubblica del paese continuò ad essere esercitata secondo i canoni della precedente gestione austroungarica, in attesa del completamento del nuovo schema oganizzativo dell'amministrazione italiana. Nel 1922 fu eletto plebiscitariamente a nuovo sindaco Giuseppe Rucconich (Osip Cotigar-Tonce). FACE="Arial" La facciata è molto semplice, con un'unica porta arcuata. Al centro dell'architrave, in un tondo circondato da una corona d'alloro, scolpito lo stemma Drasa; nel timpano vi finestrella orbicolare. Le finestrine oblunghe della parete sinistra sono gotiche, quella superstite destra a pieno arco.Nell'interno numerose lapidi sepolcrali sparse qua e là sul pavimento, delle quali ha sigillo egregiamente ed iscrizione consunti; parecchie contrassegnate sigla S. F. (San Francesco). Queste erano tombe di proprietà del convento nelle si concedeva sepoltura chi richiedeva, perché quando sorse chiesa alcuni defunti Neresine seppellivano essa. proposito nome monte che sovrasta il paese, alto 589 metri, come abbiamo visto, nei tempi più antichi chiamava Garbo, poi Ossero, probabilmente ricavato dalle prime cronache venete facevano riferimento alla città infine, dal 1945 Televrin, questo tutto nuovo, mai riscontrato né passato, nella tradizione orale tramandata dagli antenati. In questo periodo nascono forti tensioni con Ossero, perché le autorità provinciali, contrariamente a quanto previsto in un primo tempo e concordato con il sindaco di Neresine, decisero, sotto la forte spinta di osserini molto influenti, principalmente il dott. Domenico Stanich, ex deputato dietale e sindaco di Pola e il senatore del Regno Francesco Salata, di creare due comuni separati, quello di Ossero, includente Ustrine e Puntacroce e quello di Neresine, includente solo San Giacomo. A questa decisione la ribellione degli abitanti di Neresine fu fortissima ed unanime, perché la gran parte dei territori del nuovo comune di Ossero erano ormai di proprietà dei neresinotti e dei sangiacomini (oltre l'80%), quindi essi non volevano con le loro tasse mantenere i pochissimi e ormai poveri osserini. Dai verbali degli agitatissimi dibattiti comunali sull'argomento, aperti anche a tutta la popolazione, vengono chiaramente fuori i dati del problema. Il nuovo schema organizzativo, prevedeva l'assegnazione al comune di Ossero di 8.172 ettari di terreno, mentre a quello di Neresine rimanevano [21] 2.053 ettari. La popolazione del nuovo comune di Ossero era di 606 abitanti, di cui 301 di Ossero, 95 di Tarsich, 9 di Lose e 201 di Puntacroce. La popolazione del nuovo comune di Neresine era invece di 1.983 abitanti, di cui 1.704 di Neresine e 279 di San Giacomo; inoltre, per le entrate comunali dovute alle imposte dirette, Neresine e San Giacomo potevano contare all'epoca, oltre che sui redditi agricoli, anche su 41 navigli a "velo" (vela) ed Ossero su due soli. La ribellione in sostanza consisteva nel rifiuto dei neresinoti di mantenere con le loro tasse i "nullatenenti" osserini, senza aver voce in capitolo, né sulle entrate, né sulle spese, (conflitto questo, antico e sempre presente tra gli abitanti dell'isola di Lussino, lussignani in testa, e gli osserini). In sostanza il conflitto tra Neresine e Ossero andò avanti alcuni anni, tant'è che a Neresine nacque anche il partito di quelli che volevano piuttosto abolire del tutto il comune di Neresine e lasciare unicamente quello di Ossero, in quanto in questo ipotetico comune i neresinotti avrebbero comunque avuto la stragrande maggioranza dei voti e quindi del potere decisionale. La questione col tempo si risolse con soluzioni di compromesso includendo nel territorio di Neresine anche Puntacroce, anche perché i pochi osserini non avevano né argomenti, né un rapporto di forza sufficiente per contrastare gli interessi dei Neresinotti. La facciata è molto semplice, con un'unica porta arcuata. Al centro dell'architrave, in un tondo circondato da una corona d'alloro, scolpito lo stemma Drasa; nel timpano vi finestrella orbicolare. Le finestrine oblunghe della parete sinistra sono gotiche, quella superstite destra a pieno arco.Nell'interno numerose lapidi sepolcrali sparse qua e là sul pavimento, delle quali ha sigillo egregiamente ed iscrizione consunti; parecchie contrassegnate sigla S. F. (San Francesco). Queste erano tombe di proprietà del convento nelle si concedeva sepoltura chi richiedeva, perché quando sorse chiesa alcuni defunti Neresine seppellivano essa. proposito nome monte che sovrasta il paese, alto 589 metri, come abbiamo visto, nei tempi più antichi chiamava Garbo, poi Ossero, probabilmente ricavato dalle prime cronache venete facevano riferimento alla città infine, dal 1945 Televrin, questo tutto nuovo, mai riscontrato né passato, nella tradizione orale tramandata dagli antenati.In questo periodo, a seguito del forte incremento della popolazione e della notevole disponibilità economica delle casse comunali, furono costruite dal Comune alcune importanti opere pubbliche, quali: -
Fu anche istituita la banda musicale comunale, che ebbe una certa notorietà per alcuni anni, anche fuori paese; tuttavia la prevalente professione marinara della popolazione, ha provocato frequenti assenze per causa di lavoro di alcuni suonatori, facendo quindi mancare quell'assiduità di esercitazione musicale, necessaria per l'attività della banda, che alla fine si sciolse poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Col benessere era cresciuta notevolmente anche la spinta verso l'acculturamento della popolazione, le famiglie più benestanti mandarono i figli, almeno quelli più "portati", a proseguire gli studi "fuori paese", naturalmente la maggior parte andò a studiare alla "Nautica" di Lussinpiccolo e diventarono Capitani di Lungo Corso, altri frequentarono i ginnasilicei di Zara e Fiume, per poi proseguire negli studi universitari a Trieste o Padova. Il fervore culturale portò al potenziamento della biblioteca comunale, che cominciò ad essere frequentata da molti giovani, specialmente dalle ragazze.23 Allo scoppio della seconda guerra mondiale il paese era all'apice del suo sviluppo, Neresine aveva raggiunto i 2000 abitanti, San Giacomo ne aveva circa 350 e Puntacroce aveva superato i 200. [22] face="Arial">Esistevano nella sola Neresine: la scuola materna (asilo), la scuola elementare, la scuola secondaria di avviamento professionale, la Farmacia (Cicin), il medico condotto e dentista (dott. Marconi), la levatrice (Morin), la banca (Cassa Rurale), un nuovo ufficio postale e telegrafico, il teatro con palcoscenico e bar (buffet), adibito appunto a rappresentazioni teatrali, cinematografo e sala da ballo, a seconda delle esigenze, il campo sportivo per il gioco del calcio e ben attrezzati campi per il gioco delle bocce. Esistevano anche i seguenti pubblici esercizi:
In quel periodo l'attività armatoriale, quella che portava la maggiore ricchezza al paese, era al suo massimo sviluppo e molte famiglie erano cointeressate, come caratisti, nell'armamento navale. Nel 1940 i bastimenti di piccolo e medio cabotaggio iscritti al compartimento marittimo di Neresine superavano le 30 unità, per oltre 6.000 tonnellate complessive di portata. Altri bastimenti di Neresinotti, ma iscritte a compartimenti marittimi di altre città erano: le navi Romilda, Mater Dolorosa ed il piroscafo in ferro di 2000 tonnellate di portata Esperia. L'armatore Eugenio Matcovich (Zizzerićevi) costituì una notevole flotta di grandi navi in ferro, trasferendo la propria sede, prima a Spalato e successivamente, dopo la costituzione del regno di Jugoslavia, a Londra. Nel 1939 la famiglia Camali (Costantignevi) aveva anche fondato il cantiere navale per la costruzione di navi (l'attuale squero). N.B. I nomi riportati nella sola versione italianizzata, sono come risultavano nell'epoca in esame e che a tuttora sono rimasti immutati nei discendenti. Lo seconda guerra mondiale interruppe la grande espansione socioeconomica che stava attraversando il paese. Tutte le navi, inclusi gli equipaggi, furono "militarizzate" e destinate al trasporto di merci e materiale bellico verso i territori occupati dalle forze armate italiane, prevalentemente verso l'Albania e la Grecia, alcune anche per i normali trasporti logistici nell'intera area mediterranea. Purtroppo durante la guerra la maggior parte del naviglio di Neresine fu affondato, anche con gravi perdite umane.24 [23] face="Arial">Dopo l'armistizio dell'Italia dell'8 settembre 1943, cominciò a Neresine, come in tutti gli altri territori coinvolti nella guerra, una generale incertezza, gran parte degli uomini scampati alla guerra, ritornarono, più o meno avventurosamente, a casa, tutti i territori furono occupati dai tedeschi, le popolazioni furono abbandonate a se stesse, al paese mancò ogni tipo di approvvigionamento esterno. Per assicurare i fondamentali generi alimentari alle famiglie, ossia quelli che per primi sono venuti a mancare, come la farina di grano per fare il pane e quella per la polenta, gli uomini si diedero da fare, incominciando a dissodare i terreni incolti per incrementare le coltivazioni; gli altri prodotti, per quanto carenti non crearono grossi problemi: lo zucchero, totalmente mancante fu rimpiazzato dal miele e dai fichi secchi, la carne ed il pesce non mancarono, così come i legumi e le verdure. Il vero problema restava il pane, infatti, quelli che non possedevano terreni da dissodare, o comunque che si resero conto che dagli aridi terreni dell'isola non c'era più molto da ricavare, escogitarono altri sistemi di approvvigionamento, ossia pensarono di andare clandestinamente nel Veneto ed in Istria a comperare il grano direttamente dai contadini produttori, utilizzando come merce di scambio i prodotti tipici del paese, ossia lana, olio d'oliva, formaggio, fichi secchi, pelli di pecora, grappa, e qualunque altro prodotto commerciabile nelle fertili terre venete ed istriane. Il grano acquistato veniva poi portato nei mulini vicini alle zone di produzione, per essere macinato e ricavare quindi la preziosa farina da portare a casa. I primi che organizzarono l'approvvigionamento della farina di grano con lo scambio merci, furono tre capifamiglia del paese che utilizzarono la "Piata", un barcone a fondo piatto (da cui il soprannome, perché il vero nome della barca era "Stella"), normalmente usato per la raccolta della sabbia per uso edilizio, dal fondale delle baie dell'isola. La "Piata" non aveva buone caratteristiche di navigabilità in mare aperto, ma fu scelta perché era l'unica barca di una certa dimensione disponibile ed ache perché era dotata di un piccolo motore diesel "Satima a testa calda" di 6 cavalli "leggeri". I tre attraversarono il Quarnero di notte tenendosi molto a largo dalla punta di Promontore e dalle coste istriane per paura dei tedeschi, puntando direttamente verso la laguna veneta, inoltrandosi poi nei vari canali della campagna veneziana. Ritornarono dopo una diecina di giorni, con la barca carica di farina di qualità "doppio zero", mai più vista dall'inizio della guerra. Il successo di questa prima spedizione aprì la strada a molti altri analoghi viaggi; gli uomini del paese si organizzarono e quasi tutti i capifamiglia fecero questa pericolosa esperienza, con i piccoli caici del paese (ben pochi superavano i cinque metri di lunghezza). Per questi lunghi viaggi furono scelte le barche più robuste e dotate di "scafo", a cui furono aggiunti dei "boccaporti", in modo da formare una coperta completa fino a poppa. Con queste piccole imbarcazioni, e col solo aiuto di una piccola vela e di robusti remi, perché ben poche avevano il motore, affrontarono corsaggiosamente l'attraversamento, sempre notturno, del pericoloso Quarnero, alcuni dirigendosi verso il canale Quieto in Istria, che poi risalivano inoltrandosi nelle campagne del Bujese; altri spingendosi fino alla più lontane lagune di Grado e Marano, alla ricerca del prezioso cereale. Nel viaggio di ritorno generalmente si fermavano a Cittanova, dove c'era un mulino, in cui finalmente potevano macinare il grano acquistato ed ottenere l'agognata farina. Ogni caicio portava a casa, dai sei ai dieci quintali di farina. Il viaggio di ritorno era particolarnente rischioso perché le barchette erano talmente cariche da sporgere dal mare non più di trenta o quaranta centimetri, ed attraversare il Quarnero in quelle condizioni era veramente un'impresa temeraria. Per gli uomini di Neresine, tutti esperti marinai, non fu certo il mare il principale pericolo, nonostante le piccole barche, ma la feroce guerra che veniva condotta senza il rispetto di nessuna regola civile dai tedeschi occupanti. Purtroppo due capifamiglia di Neresine, Antonio Berri e Gaudenzio Bracco (Guavde Mercof), durante il loro viaggio verso la ricerca di cibo per la famiglia sono stati barbaramente mitragliati ed uccisi lungo la costa dell'Istria dai tedeschi, probabilmente per derubarli delle loro mercanzie, come testimoniato da alcuni pescatori che hanno assistito al tragico fatto; infatti non sono più stati ritrovati, né i corpi, nè la barca. Questa tragedia ha sconvolto la popolazione di Neresine, anche perché i due compaesani hanno lasciato le giovani mogli ed i numerosi figli piccoli, senza mezzi di sostentamento, e la moglie di Gaudenzio era anche in attesa del terzo figlio. [24] Altri tragici avvenimenti sconvolsero il paese negli ultimi anni di guerra, tra cui si ricorda l'affondamento del motoveliero Redentore e del panfilo Haiduk ormeggiati in Sonte, da parte di un aereo inglese, ma soprattutto una retata compiuta in una domenica dell'etate del 1944, da parte di una squadra di miliziani Ustascia, per conto dei tedeschi, che bloccate le osterie del paese, affollate di gente nella giornata festiva, riuscirono a sequestrare tredici persone, che furono deportate in Germania, per essere forzatamente imbarcate su navi tedesche del Baltico, perché prive di gran parte dell'equipaggio, decimato dalla guerra. Gli altri uomini del paese riuscirono a fuggire nascondendosi nelle campagne circostanti. Dei tredici deportati dodici riuscirono a scappare negli ultimi mesi di guerra e ritornare avventurosamente a casa, uno, il diciottenne Mario Zorovich (Rossich), prossimo al diploma di Capitano di Lungo Corso, purtroppo perì nell'affondamento della nave su cui era imbarcato. La guerra purtroppo ha sconvolto ed annientato in poco tempo tutto quello che faticosamente era stato messo in piedi in tanti anni di duro lavoro. Le poche navi sopravvissute sono state confiscate e nazionalizzate, senza risarcimento, dal governo comunista Jugoslavo subentrato nel 1945.25 Dal punto di vista storico, dobbiamo dire che con il passaggio delle due isole sotto il governo Jugoslavo cominciò il rapido ed irreversibile declino del paese di Neresine. Il nuovo regime del comunismo di Tito proibì ogni attività che comportasse la libera iniziativa e questo per lo spirito imprenditoriale dei Neresinotti fu il dramma più grande. Venne inoltre messa in atto una feroce discriminazione nei confronti di tutti quelli che si ritenevano di "sentimenti italiani" (la grande maggioranza), alimentata anche dal fanatismo nazionalistico croato dei nuovi arrivati e da quello dei paesani di "sentimento croato", mettendo diligentemente in pratica il famigerato "Piano Cubrilovich", dal nome di un ministro di Tito e teorico del lavaggio etnico, i primi con consapevolezza ideologica, i secondi, forse, per inconsapevole stupidità (o incoscienza). Se a questo aggiungiamo la confisca e nazionalizzazione dei beni della chiesa26 e di ogni altro bene o proprietà privata di qualche valore, l'avversione, se non vera e propria persecuzione, verso la religione degli antenati, l'imposizione del lavoro "volontario" obbligatorio (radna snaga), che mandava ai lavori forzati in Istria e Croazia soprattutto i cittadini considerati non ligi al regime e "italiani", la pratica dell'imprigionamento e tortura da parte della polizia politica di "persone sospette", abbiamo un chiaro quadro della tragedia che si era abbattuta sul paese.27 Uno dei primi provvedimenti messi in atto dal muovo regime fu l'assegnazione del titolo di "nemico del popolo" alle persone più abbienti del paese, armatori e caratisti, due dei quali, dietro delazione furono mandati nelle foibe istriane; quelli scampati alle foibe per fortunata casualità, si videro costretti a fuggire per primi in Italia. Le proprietà dei "nemici del popolo", ricche case ben arredate, campagne, lo squero con una barca in costruzione, ecc., vennero confiscate e nazionalizzate. Che la feroce persecuzione verso i "nemici del popolo" non avesse scopo meramente politico, ma anche l'appropriazione dei loro beni ad uso personale di alcuni, lo si capì dopo; infatti, il segretario del partito fascista del paese, in carica fino al giorno prima dell'occupazione, ma nullatenente, non fu perseguito. La fase successiva a questi interventi è stata "l'assegnazione" delle case dei "nemici del popolo" ad alcuni capi del "partito" croato del paese, inclusi mobili ed arredamento; la casa di Domenico Camali armatore, mandato nelle foibe, è stata adibita a residenza del poliziotto del paese (komandir). I nuovi proprietari hanno comunque regolarizzato il possesso delle case con formali atti di acquisto dallo Stato, anche se le somme versate erano sostanzialmente simboliche; infatti, anche la stima peritale del valore economico delle proprietà è stata fatta da loro stessi. Naturalmente ogni attività commerciale privata è stata abolita, tutti i negozi del paese sono stati chiusi e nazionalizzati, così come gli altri locali pubblici. Per dare una parvenza di legalità alla nazionalizzazione, il valore degli esercizi, con tutto ciò in essi contenuto, è stato valutato ai prezzi di inventario del 1939, e su questa valutazione soltanto il 20% è stato rimborsato e non a tutti, ma solo ad alcuni; è rimasto per un po' di tempo in attività, col solo servizio di bar, il locale di Garbassi in piazza. Per la vendita di generi alimentari è stata aperta la cooperativa di proprietà statale "za druga" [25] (per il compagno), prima nei locali della grande bottega del Vescovi e successivamente in quelli del negozio di stoffe Smundin. La scuola materna (asilo) è stata chiusa, i locali della scuola sono stati adibiti a trattoria-bar di proprietà pubblica, data in gestione a persona "di fiducia". I calzolai del paese per lavorare hanno dovuto entrare nella cooperativa gestita dal partito e così via per tutte le altre attività del paese, perfino quelle agricole. Tutti gli uomini (e molte donne), rimasti bloccati per il primo periodo, hanno dovuto andare a lavorare nell'unico squero sopravvissuto di Lussinpiccolo. Oltre a questo la storia ci impone di dire che il trattato internazionale di pace, sottoscritto anche dal governo jugoslavo, che prevedeva il passaggio dell'Istria e delle isole del Quarnero alla Jugoslavia, prevedeva anche per la popolazione residente, la facoltà di optare per la cittadinanza italiana o jugoslava, ossia andarsene liberamente portando con se soltanto i propri beni trasportabili in Italia, oppure rimanere. La stragrande maggioranza della popolazione del paese optò per l'Italia, ma le autorità locali respinsero sistematicamente questa richiesta di opzione, temendo che coll'esodo in massa anche le poche attività rimaste, necessarie per la sopravvivenza di quelli che avevano scelto di restare, si sarebbero paralizzate. A questo punto è riemerso il senso di indipendenza e l'amore per la libera iniziativa che ha sempre caratterizzato i Neresinotti, quelli che non si sentivano di accettare le imposizioni del regime, hanno scelto la fuga clandestina con ogni mezzo: l'attraversamento dell'Adriatico con le piccole barche locali, attraverso le campagne dell'Istria, ecc. Nel giro di due o tre anni la maggior parte dei giovani e comunque uomini con capacità lavorativa, abbandonarono per sempre il paese, portando con se i soli vestiti che avevano addosso, lasciando a casa le mogli, i figli ed i vecchi genitori, senza mezzi di sostentamento, con l'intenzione di ricongiungersi appena possibile. Soltanto dopo il 1950 le autorità locali incominciarono a lasciar partire le mogli ed i figli dei fuorusciti, in molti casi tenuti in ostaggio per oltre 4 anni. Addirittura alcuni genitori mandarono in Italia i figli adolescenti (9-12 anni), a cui era permesso di andare fino a Trieste in gita scolastica, a condizione che non fossero accompagnati da parenti stretti, per sottrarli a un futuro senza libertà. I ragazzi, una volta arrivati in Italia, venivano accolti dall'organizzazione per l'assistenza ai profughi giuliani e dalmati, nata nel frattempo e animata dal neresinotto padre Flaminio Rocchi, che provvedeva a mandarli nei collegi opportunamente predisposti, per farli proseguire negli studi. In conclusione della sommaria ricostruzione storica possiamo dire che il paese di Neresine, dai 2000 abitanti del 1945, è passato nel 1956 a circa 300 abitanti, senza contare i nuovi immigrati che sono arrivati in paese dopo il 1945, per sostituire quelli scappati o espulsi dalla politica del lavaggio etnico. In un conteggio accuratamente realizzato nel 2003, dei 2000 abitanti del 1945, ossia neresinotti aventi entrambi i genitori nati a Neresine, non si è riusciti a contarne più di 90 rimasti. I fuorusciti esuli dall'ex Venezia Giulia e Dalmazia entro il 1951, qualificati profughi giuliano-dalmati, hanno avuto la possibilità di rioptare per la cittadinanza italiana in Italia, presentando documenti adeguati, ridiventando così cittadini italiani a tutti gli effetti. I Neresinotti si stabilirono, una parte a Trieste, un'altra parte nell'area veneziana ed una parte ancora a Genova, località queste più congeniali per quei molti che erano marittimi di professione. Un'altra parte, dopo un primo soggiorno in Italia, emigrarono in America, prevalentemente a New York, richiamati da parenti, amici e compaesani già residenti, altri ancora andarono in Canada, Australia e Sud Africa. In qualunque parte del mondo comunque essi siano andati, hanno portato con sé "l’ inprinting" culturale del paese, basato sulla voglia di lavorare, sull'onestà e la costante tendenza al miglioramento economico e sociale. Infatti tutti, pur partendo dal patrimonio personale dei soli vestiti che avevano indosso, hanno raggiunto una posizione sociale ed economica di elevato livello, ed alcuni anche di notevole rilievo. [26] In merito alla spinosa questione del riconoscimento da parte del Governo Italiano della nazionalità italiana agli esuli, soprattutto a quelli nati dopo il 1918 e quindi in Italia, il rigore storico ci impone di fornire un'importante precisazione. Molti di quelli che a suo tempo ebbero respinta la richiesta di opzione dalle autorità jugoslave (tutti quelli di Neresine) e che non poterono scappare in Italia entro i primi cinque o sei anni dalla fine della guerra, perché troppo vecchi, perché legittimamente non se la sentivano di lasciare i genitori anziani o i figli piccoli, oppure perché troppo giovani e minorenni, raggiunta la maggiore età o sistemate meglio le cose con quelli che rimanevano, se ne andarono negli anni successivi; continuarono addirittura a scappare fino agli anni sessanta. Per questi la politica del governo italiano fu crudelmente ingiusta, suggerita forse da improvvide valutazioni di "esperti" che non conoscevano a fondo la situazione. In sostanza a questi non fu concessa la cittadinanza italiana, tranne qualche caso "particolare". Gli sventurati fuorusciti di questo periodo, qualificati come apolidi, dopo qualche anno di internamento nei campi profughi italiani, furono costretti ad emigrare tramite l’IRO (International Refugees Organization), dove possibile: Australia, Canada, Sudafrica o dietro specifico richiamo (con garanzia economica) da parte di cittadini americani, negli Stati Uniti. Per la maggior parte dei Neresinotti quest'ultima soluzione è stata quella più praticata, perché quasi tutti avevano parenti o amici negli USA. Le fughe in Italia, proprio perché fanno parte della storia del paese, meritano un approfondimento. Secondo le direttive politiche del nuovo regime, i cittadini di Neresine ritenuti "italiani" dovevano essere sottoposti al trattamento del lavaggio etnico previsto dal manuale Cubrilovich, quindi a una forma di terrorismo di stato, fino ad indurli a fuggire, mentre quelli ritenuti "croati" dovevano essere costretti a restare, anzi per questi, il solo sospetto di tramare la fuga in Italia era diventato reato penale. Ciò nonostante la |