Susak (Sansego) Island
Cities, Towns and Hamlets

 

Le leggende dell’isola di sabbia, la più esterna dell’arcipelago lussignano
Sansego, nata per un «dispetto del diavolo»
di Mario Schiavato

Dato che non era stagione di turisti, eravamo arrivati nella bellissima isola di Lussino quasi per caso onde poter passare un paio di giorni di riposo fermandoci dapprima nell’antica Ossero, sull’isola di Cherso, con la sua bellissima chiesa e le sue antiche rovine, poi oltre il ponte, scavato ancora in epoca romana, avevamo raggiunto la nostra meta, sostando dapprima a Neresine con i suoi ottimi ristoranti, quindi a Ćunski, ancora nella bella Lussinpiccolo, per andare a pernottare alfine in un modesto appartamento privato situato vicino alla chiesa e al campanile di Lussingrande con l’intenzione, all’indomani, di trovare una barca per poter fare un giro attorno alle isole Orjule e magari arrivare a San Pietro ai Nembi (Ilovik), l’isola più a sud dell’arcipelago. Invece, al mattino appena alzati, mentre eravamo sul molo in cerca di una barca, abbiamo scorto un non troppo grande natante con un gruppetto di turisti che si recava a Sansego (Susak). L’isola di Sansego? L’isola di sabbia? E perché no? Ne avevamo tanto sentito parlare. Possiamo unirci a voi? Certo, coraggio salite! Ed eccoci dunque a bordo appena in tempo perché il motore già ronfava e il kapetan era già al timone.

Un grande agave nei pressi della Spijač Arence e limoni di un orto di Sansego.

E adesso vi citiamo tutto quello che dell’isola una guida che accompagnava il gruppo – davvero gentilissima e bene informata – ci spiegò durante la non lunga attraversata sulla quella specie di carretta che ci faceva abbondantemente dondolare per le brevi onde di un borin per fortuna non troppo forte, mentre osservavamo veramente entusiasmati i voli dei tanti gabbiani e, all’orizzonte, l’Ošorčica, il monte che con i suoi 589 metri sovrasta tutte le isole.

Chiesa di S. Nicola e il campanile.

Un fenomeno naturale insolito

Dunque, prima di tutto la posizione di Sansego: è la più esterna delle isole dell’arcipelago lussignano e, come abbiamo già detto, si tratta di un’isola di depositi di sabbia, fenomeno naturale piuttosto insolito, anzi, un vero e proprio enigma, con una superficie di 375 ettari, superficie che nella parte settentrionale raggiunge la quota di 98 metri sul livello del mare. L’abitato più antico, Gornje Selo, è sorto attorno all’ex convento di S. Nicola, costruito nell’undicesimo secolo all’epoca di San Gaudenzio, il vescovo di Ossero che secondo la leggenda fece miracolosamente sparire dalle isole tutti i serpenti. Oggi del convento sono rimaste soltanto poche rovine, in quanto il suo materiale e le sue pietre squadrate sono servite nel 1770 alla costruzione dell’attuale chiesa parrocchiale consacrata, come abbiamo già detto, a San Nicola e restaurata di recente grazie all’apporto dei sansegoti sparsi per il mondo. In questa chiesa viene custodito un crocifisso del XII secolo di dimensioni inusitate che viene popolarmente chiamato Veli Buoh (Grande Dio) e che, per i visitatori, costituisce una particolare attrazione.

Un vino molto generoso

Nei pressi della cantina vinicola.
 

Il borgo sottostante con il porticciolo sul mare, è invece di data più recente. L’isola è soprattutto caratterizzata dai suoi canneti e dalla disposizione del terreno a terrazze e orti, dove si coltiva prevalentemente la vite. Se ne ricava un particolare vino generoso, ottimo quello rosso, che a detta degli esperti sommelier raduna in un certo senso il profumo del mare ma anche altri aromi esotici probabilmente portati qui dal vento. Oggi questi estesi vigneti sono stati in parte abbandonati proprio perché poca è ormai la popolazione residente, circa 150 abitanti, quasi tutti vecchi, in quanto la maggior parte ha cercato fortuna in America dove oggi vivono circa 2.500 sansegoti. Tuttavia, negli ultimi tempi un membro della famiglia lussignana dei noti imprenditori marittimi Cosulich ha iniziato la rivalutazione dei vigneti e ciò in senso industriale, costruendo anche una cantina. Il turismo, invece, dalle poche notizie che si hanno, avrebbe avuto inizio nel 1914 quando un certo dottor Hajos aperse un bagno climatico nella baia di Bok.

Poche case e poche anime

La spiaggia di Sansego.
PIante di fichi d'India nei pressi della spiaggia.

Per quanto riguarda la storia antica dell’isola, bisogna ricordare che durante il periodo dell’antica Roma qui sorsero delle ville di ricconi che venivano a passare l’estate. Nei documenti di quell’epoca l’isola viene ricordata col nome di Sansagus mentre in un documento posteriore, risalente al 1071, secondo il quale il territorio veniva dal re Krešimir donato all’ordine dei Benedettini, l’isola veniva ricordata con il nome di Sansocouo.

C’è ancora da ricordare che nel 1171 l’abitato aveva poche case e 300 abitanti mentre in epoca più recente, cioè durante il possesso dell’Austria, si allargava ulteriormente verso il mare su quella parte dell’isola dove sorge il piccolo porto e che ancor oggi viene chiamata Spijažia. Il più alto numero di abitanti venne registrato durante la dominazione italiana quando nel 1943 si contarono ben 1.640 anime. C’è ancora da dire che la secolare distanza e dunque in un certo senso l’isolamento, hanno contribuito a conservare la parlata originaria, gli usi e le attività economiche. Particolarmente interessanti i costumi popolari delle donne che destano sorpresa per il colore e la leggiadria, indossati soprattutto dalle ragazze nubili durante le feste e i matrimoni.

I sette cognomi più antichi

C’è un’altra curiosità da sottolineare e potemmo accertarcene visitando il cimitero, dove spicca il biancore delle tombe ben curate. Costruito in località Merine nel 1818, in esso dominano i sette antichi cognomi isolani e cioè: Busanić, Matešić, Mirković, Morin, Picinić, Skrivanić e Tarabokija.

Forse la nostra gita sarebbe finita con queste notizie forniteci dalla guida se, una volta sbarcati sul piccolo molo dell’abitato sul mare, prima ancora di visitare il paese non avessimo incontrato un anzianotto con tanto di berretto con l’ongia e con un giaccone con i bottoni lustri, il quale, sentendoci parlare tra noi in italiano, ci si affiancò mentre pian piano salivamo su per l’erta scalinata onde raggiungere il cosiddetto Gornje Selo e poter visitare la chiesa e, quindi, anche la cantina. Aveva, il vecchio, un gran naso bluastro, una spiccata parlata mezzo italiana e mezzo croata piuttosto invadente, frammezzata spesso da sonore risate. e con un giaccone con i bottoni lustri, il quale, sentendoci parlare tra noi in italiano, ci si affiancò mentre pian piano salivamo su per l’erta scalinata onde raggiungere il cosiddetto Gornje Selo e poter visitare la chiesa e, quindi, anche la cantina. Aveva, il vecchio, un gran naso bluastro, una spiccata parlata mezzo italiana e mezzo croata piuttosto invadente, frammezzata spesso da sonore risate.

Le storie di «Kapetan Filip»

Fu a lui che chiedemmo quali fossero le leggende più interessanti dell’isola. Kapetan Filip, come si presentò subito allungando a tutti la mano callosa, non si fece ripetere l’invito e così apprendemmo nuovamente una versione di quei miti che dalle nostre parti sono molto popolari e che per quanto riguarda le pietre si riferiscono di solito al Carso non solo, ma anche all’arena di Pola. Qui però, non si trattava di pietre, si trattava di sabbia.

L’arrivo del «Veli Buoh»

Dice questa leggenda, infatti, che quando Dio creò la terra, dopo aver esteso lungo le rive dei mari la sabbia, gliene rimase ancora parecchia che raccolse tutta in un enorme lenzuolo che affidò a una compagnia di angeli in volo. Stava appunto il Creatore studiando dove spargerne ancora quando, senza che se ne accorgesse nessuno, alla spicciolata arrivò il diavolo in persona il quale, per fare un dispetto, con il suo affilato tridente squarciò il grande lenzuolo. La sabbia dunque cadde in mare e fu così che sorse l’isola di Sansego. Naturalmente la leggenda narrata da kapetan Filip non finì qui. Infatti, aggiunse pronto che quando i primi abitanti capitarono nell’isola deserta e qui si insediarono, erano sempre tristi, ma tristi davvero e preoccupati perché sulla sabbia, è cosa nota, all’infuori delle canne, altre piante non è che crescano bene. A questo punto, a suo dire, arrivò portato dalle onde del mare quel Veli Buoh, quel grande crocifisso che oggi si trova nella chiesa parrocchiale.

Il vitigno intrecciato al crocifisso

Il celebre crocifisso "Veli Buog"
 

I sansegoti appena lo videro galleggiare cercarono subito di recuperarlo ma fu una faccenda piuttosto difficile. Sembrava che la grande croce desiderasse rimanere a mollo nel mare. Dovettero intervenire dei ragazzi, anime innocenti, i quali finalmente, riuscirono a portarla a riva e quindi in processione fino al convento dei Benedettini. Intrecciata a quella croce del Veli Buoh c’era anche una pianta, allora ai più sconosciuta, che venne immediatamente interrata nell’orto del convento. Era un vitigno, quel vitigno che in pochi anni riuscì a coprire di vigneti l’intera superficie dell’isola. Con le abbondanti bevute di quel nettare, i sansegoti non furono più tristi, anzi poterono inventare tutte quelle feste e quelle canzoni che ancor oggi si cantano in paese come la celebre “Sansigu gradiću, ti si na Vršiću” che naturalmente kapetan Filip intonò, un po’ stonato, in nostro onore.

I costumi variopinti delle donne nubili

Poi ci sarebbe la leggenda dei costumi variopinti delle donne nubili di Sansego. Questa venne fuori dopo che potemmo assaggiare alcune bucalete dell’ottimo vino dell’isola seduti al sole accanto all’edificio della chiesa. Questa leggenda ricorda l’avventura di una bella ragazza piuttosto povera della quale s’era innamorato un riccone che ogni tanto ancorava la sua barca al largo dell’isola e poi arrivava a terra per comperare il vino.

Costui un bel giorno chiese alla famiglia della ragazza di poterla sposare. Padre e madre furono ben contenti di sistemare la figlia, ma la faccenda era che essendo troppo poveri non potevano darle neanche un po’ di dote.

Fu per questo che ogni ragazza di Sansego donò alla futura sposa chi un lenzuolo, chi una federa, chi un šugaman, chi un camicione, le amiche una gonna. E fu proprio indossando tutte quelle gonne colorate una sopra l’altra che la sposa si presentò davanti all’altare per poter dire sì al ricco navigante. Un uso, questo, che si è tramandato fino ai nostri giorni. Le donne sposate invece portano ugualmente parecchie sottogonne bianche, ma sopra soltanto una gonna nera. Calze e škarpine vengono confezionate in casa.

Una volta di ritorno sul piccolo molo dell’isola di sabbia, risate e strette di mano con kapetan Filip conclusero quella nostra gita.

Tratto da:

  • La Voce del Popolo, 29 marzo 2008 - http://edit.hr/lavoce/2008/080329/speciale.htm

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Sunday, March 30, 2008; Last Updated: Friday, October 24, 2008
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