Vranja - Vragna
Cities, Towns and Hamlets


 

la storia delle poche rovine rinvenute nei pressi di Vragna

Il castello della contessa Urania
a cura di Mario Schiavato

Nelle vicinanze di Vragna (Vranja) ci sono poche rovine di un castello praticamente dimenticato, ormai quasi completamente ricoperte da una vegetazione selvaggia che cresce in quella parte mediana della famosa Valle delle Meraviglie (Vranjska Draga), così chiamata dai vecchi alpinisti per quei campanili di roccia che il celebre triestino Emilio Comici scalò per primo ancora nel 1931. Per arrivarci abbiamo rifatto la solita strada dei tempi in cui con l’amico Petrić non finivamo mai di mangiare chilometri lungo i nostri monti: dal Poklon giù fino alla Fontana dell’Imperatore da dove, al tempo dei romani, partiva addirittura l’acquedotto per Parenzo, ancora avanti oltre la Ipsilon istriana e i suoi viadotti. Poi i cartelli, oggi numerosi del Parco naturale, ci indirizzarono verso quello che forse in parte anche noi abbiamo salvato quando si apriva il tunnel del Monte Maggiore.

Una casa vecchia di Vragna.

L'intervento della prof. Legac

Dentro il canalone, infatti, veniva direttamente scaricato il materiale scavato e fu su intervento della prof.ssa Mirjana Legac, allora direttrice del Museo di storia naturale di Fiume, che su nostro pressante intervento fece cessare quella stupida devastazione di una delle aree più belle del circondario. Non ci fu facile tuttavia trovare le vecchie rovine. Solo quando siamo arrivati davanti alla chiesa di Vragna, anche davanti alle rovine di un altro antico palazzo, abbiamo potuto trovare una donna, una delle pochissime che ancora abitano nel paesetto, la quale ci ha spiegato sommariamente dove dovevamo dirigerci. Ed è stata piuttosto dura: abbiamo girovagato a lungo per un sentiero appena segnato, oltre due torrenti in piena, e finalmente ci sono trovati davanti ai resti di quelle poche mura che si perdono, ormai quasi completamente distrutte, entro la forra.

I grandi signori delle Giulie

Per rifare un po’ la storia di questo castello abbiamo consultato “Alpi Giulie” di Giuseppe Caprin, libro edito a Trieste nel 1895 e cercheremo di spiegare dapprima il tempo in cui questa rocca venne edificata in una landa così desolata e forse per dei motivi veramente tragici.

Annota Caprin:

“I grandi signori delle Giulie erano i conti di Gorizia; dall’un capo all’altro della provincia contavano vassalli pronti a sfoderare la spada e ad impegnate i beni e le decime per soccorrerli nelle rappresaglie e aggiungere splendori alle loro festività”.

A questo punto noi aggiungeremo che uno di questi vassalli era Messaldo Barbo, nobile di Svevia e signore di Cosliacco e Cepich, di cui diremo più avanti. Continua il Caprin:

“I conti si succedettero rispettando le odiose tradizioni che avevano giovato a innalzare la loro dinastia e a renderla temuta. Foggiarono la propria corte secondo il pomposo e quasi villareccio cerimoniale (...) nonché il trivialissimo gergo e si mantennero sino nelle abitudini, stranieri nella terra dominata dal loro pugno di ferro”.

Ecco, questo era l’ambiente in cui si consumò la tragedia della contessa Urania. Ma continuiamo con Caprin:

“I dinasti goriziani possedevano anche la contea dell’Istria che abbracciava la parte montana ed il cuore della penisola. (...) In alcuni luoghi s’intrecciavano i diritti vescovili con quelli del conte per modo che erano in due a disputarsi censi e tributi”.

I castelli si dividevano in tre categorie a seconda del loro valore. Appena alla terza erano quelli provenienti dal patriarcato di Aquileia tra i quali appunto oltre a Rozzo, a Colmo, a Bogliuno ecc. c’era appunto anche Vragna.

Il castello più romantico

Sempre Caprin ci dice a proposito di questo castello:

“Vragna è il castello più antico, ma anche il più romantico di tutti. Il suo nome sarebbe una corruzione di Urania, ché così vuole il volgo si chiamasse una contessa colà relegata dal crudele marito e la quale sposò la propria memoria e i propri dolori a quella spaventosa prigione. La rocca venne piantata sul sasso vivo: questo si può dire le servì da forte castone. Stava con una facciata verso la parete che va giù a fermare le rovinose fondamenta nell’abisso. Il feudatario pensò che chi tentasse di attaccare quella dimora, chi avesse cercato di liberare la moglie murata viva, avrebbe dovuto prima di tutto sfidare le insidie di quel precipizio”.

E così dunque, già più di un secolo fa, nel suo testo Caprin annotava ancora:

“Oggi una gaia e varia vegetazione silvestre, scalati gl’inaccessibili ripiani convertendoli in aiuole, invasi gli componimenti delle rocce, slancia i rami sperdendo le foglie nella gola buia e silenziosa di quel pozzo. Piccoli dischi cartilaginosi d’argento e sottili pennacchi si levano con superbia sulle corolle, ornando di bellezze i mille pericoli ed intrecciando poeticamente alla morte una corona di vergini fiori”.

I fiori per la morte della contessa Urania?

Storia o leggenda?

In effetti cos’era successo in quei tempi ormai tanto lontani? Non sappiamo se la trama è frutto della storia o delle leggende. Perché il marito geloso aveva così castigata la bella Urania? Continua il Caprin:

“La bora, in discesa a precipizio dall’altopiano della Ciciaria [Ciceria] implacabile sferza le antiche rovine. Tra i rami degli alberi secolari, tra le occhiaie vuote del maniero il vento diaccio sibila, ulula, a momenti urla addirittura. Fermandosi ed ascoltando bene, risulterà facile decifrare un richiamo che fa accapponare la pelle: “Messaldoo!”, quasi una prolungata invocazione”.

I sospetti di Messaldo

Quella dunque dovrebbe essere la voce della duchessa Urania, sei secoli fa appunto moglie di Messaldo Barbo, nobile di Svevia come abbiamo già detto e signore di Cosliaco e Cepich. Costui prima maltrattò la moglie al punto da farle allattare i cuccioli dei suoi cani e poi la fece murare viva nel castello perché mentr’egli era assente, aveva dato alla luce un bel maschietto. La causa del brutto incidente va naturalmente ascritta alla conta dei mesi. Infatti nel periodo del concepimento, Messaldo Barbo “non aveva cavalcato” il letto coniugale, ma il suo cavallo in una guerra nella lontana Pannonia. Il sospetto che sorse nella sua mente svagata, gli venne confermato da un accidioso e bugiardo fattore, essendo il nobile cavaliere analfabeta come, a quei tempi, la maggioranza dei suoi simili tanto da non saper nemmeno contare i mesi della sua assenza dal castello. La leggenda comunque lo descrive come una brava persona anche se con certe stupide stravaganze. Tanto per dirne una, volle onorata di tutte le pompe funebri possibili – suoni di campane, preti, prediche e benedizioni – la carogna del proprio cavallo e, purtroppo, scelse quel singolare e crudele modo per castigare l’ipotetico sbaglio della duchessa presunta adultera.

La fine del conte

Il conte non volle comunque più tornare nel suo castello, diventato la tomba della moglie. Lasciò che il tempo lasciasse la sua impronta. Si fece tuttavia costruire un palazzo davanti l’attuale chiesa di Vragna, palazzo ormai diventato anche quello un mucchio di grigie rovine. Comunque la sua storia non è stata storicamente comprovata. Si continua ad annaspare più che altro tra le leggende. Una dice che il conte, una volta entrato nella sua nuova residenza, forse pentito di quanto aveva fatto, fosse diventato misantropo e inavvicinabile. Tuttavia pretendeva eccome, tutte le decime e tutte le tasse dovutegli non solo, ma ben presto si inimicò il padrone del vicino castello di Bogliuno per degli appezzamenti nell’allora vicina terra della Val d’Arsa. Naturalmente ben presto si addivenne a una lotta spietata. Più volte Messaldo fece assaltare dai suoi armigeri il vicino castello al punto che l’antagonista dapprima venne ferito e poi ucciso in un agguato mentre si recava a una festa nella vicina residenza dei conti di Passo.

Strangolato «per turpi reati»

Come sia finita questa storia non si sa con precisione. Sempre secondo la leggenda, sembra che il conte di Vragna sia stato strangolato a Capodistria “per turpi reati”. Al proposito l’autore di “Alpi Giulie” dice:

“La pena di morte mediante la strozza era serbata soltanto alle persone di condizione nobile; questi strani privilegi in quei tempi si rispettavano e a Venezia un greco di nome Stamatti, venne impiccato con un capestro d’oro”.

Più innanzi annota:

“Riguardo all’esecuzione troviamo la notizia che mancando in quel momento il carnefice, venne chiamato per legge a sostituirlo il contestabile, il quale per non esercitare il triste ufficio, prese il largo. Subentrò per ordine di rango il cavaliere del Comune, che fattosi aiutare da quattro de’ suoi uomini, compì l’esecuzione alla meglio. Come si vede, la nobiltà anche davanti al supplizio aveva particolare trattamento...”.

La fine della storia

Oggi nessuno si occupa del castello affacciato sulla selvaggia Valle delle Meraviglie (Vranjska Draga). Ed è un peccato. La direzione del Parco naturale forse potrebbe segnare il sentiero e occuparsi di qualche lavoro di conservazione. Comunque alla fine di questa storia ecco cosa il Caprin annota:

“Di fronte alla rupe maggiore v’ha, tutta ornata di verdi drappeggiamenti, una caverna (che noi non abbiamo trovato) da cui stilla il miele delle api selvatiche e ove volano intorno le sfingi ladre, che cercano con astuzia e con rischio di penetrare in quell’occulto alveare. Quasi scomparsa l’abitazione dei castellani, la voragine è diventata uno di quei luoghi dove la natura – come diceva Teofilo Gautier – “cerca di non essere sorpresa né turbata, depone i suoi veli, come Diana al bagno scioglieva alla solitudine le grazie che celava al mondo”.

Tratto da:

  • © La voce del Popolo, 24 luglio 2010 - http://www.edit.hr/lavoce/2010/100724/speciale.htm

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Created: Saturday, July 24, 2010; Last Updated: Thursday, 25 August 2016
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