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Nacque a Muggia, antica cittadina veneta a pochi chilometri da Trieste nel 1930. Frequentò la Scuola Libera della Figura avendo come insegnante il pittore e scultore triestino Nino Perizi. In scultura fu però autodidatta mettendo a punto le varie tecniche (pietra, legno, bronzo e altri metalli) attraverso un lungo perfezionamento facilitato dalla straordinaria manualità che lo caratterizzava. Dopo timidi esordi, soprattutto nel disegno e con piccoli elaborati scultorei, tenne la sua prima mostra personale alla Sala Comunale d'Arte di Trieste nel 1968. Da allora fu presente in varie rassegne d'arte locali, nazionali ed internazionali e con cinque mostre personali fino a due anni prima della prematura morte avvenuta nel 1985. Dopo la sua dipartita sono state realizzate rassegne personali antologiche postume di scultura e disegno nel 1991, 1994, 1997 e 1998. Nel suo iter artistico figurano numerosi premi e riconoscimenti tra i quali vanno almeno menzionati il Primo Premio con Medaglia d'Oro del Commissariato Generale del Governo nel 1970, il Primo Premio con Medaglia d'Oro della Regione Friuli-Venezia Giulia nel 1971, il Premio Toscana Arte Turismo a Pisa nel 1979, la Medaglia d'Oro e la conseguente nomina a membro dell'Accademia Italia Arti e Lavoro a Salsomaggiore nel 1979. Hirst fu uno scultore il cui linguaggio risulta caratterizzato da un impressionismo apparente ma che é in realtà condizionato da profonde motivazioni espressioniste. Seppe cogliere la tensione dialettica propria del momento nel quale l'arte contemporanea, abbandonando le modalità monumentali e metafisiche del Novecentismo più celebrativo e le ricerche futuristiche più esaltate, collocandosi in modo originale, forte ed autonomo, in quella consistente area comprendente autori rimasti sinceramente impegnati in un rinnovamento dell'espressione plastica. Parecchi nomi sono stati fatti dai critici a proposito dell'espressione di Hirst e tuttavia la sua originalità si precisa sulle basi di una personale rivisitazione dei modi distintivi di alcuni grandi del Novecento. Le sue radici si allungano ad assorbire la forza innovativa di Adolfo Wildt soprattutto nel periodo espressionista allorchè la tensione spirituale diventa tensione stilistica; in modo particolare sente la potenza espressiva di Medardo Rosso, il suo lievitante e luminoso impressionismo per il quale si può parlare di impulso poetico e vitale nella scultura tesa a definire a a ridefinire eternamente il rapporto spazio-oggetto, come annota Mario De Micheli ne La Scultura del Novecento. Ad Hirst non è estranea l'isolata ricerca di Roberto Melli e la sua valorizzazione plastica del pieno-positivo portatore di luce e del vuoto-negativo esaltatore dell'ombra, cioè del puro valore dei volumi. Essendo triestino certamente Hirst annotò da un lato le ascendenze rodiniane del Selva e soprattutto del Rovan e quelle martiniane del Mascherini ma non potè ignorare l'influenza del grande maestro jugoslavo Mestrovic. Trieste, 1999 Claudio H. Martelli
Bibliografia:
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Possiamo ipotizzare una discendenza: Rodin, Rovan, Hirst. Una progressiva diminuzione delle componenti allegoriche, simbolistiche, storicistiche e una crescente irruzione dell'evidenza cronachistiche. La novità sostanziale è nella flessibile rispondenza della concezione plastica alla materia e alla tecnica. Hirst si fa diverso (restando ovviamente se stesso) nelle figurine di piccole dimensioni e nelle statue al naturale, nei disegni a carboncino e nelle terrecotte, nel bronzo, nel gesso, nel legno. Ad ogni materiale la propria voce: sfrangiarsi dalla luce sui piani sbozzati a colpi di polpastrello nella terracotta e avvolgente fluidità dei volumi nel bronzo; interpretazione dall'originaria configurazione delle fibre lignee e libertà assoluta nel plasmare l'argilla. Giulio Montenero da Il Piccolo 6 ottobre 1979 Il realismo di Hirst è solo apparentemente semplice, in quanto vi si trova traccia significativa delle esperienze d'avanguardia che egli ha praticato come in una sorta di tirocinio ed esercizio, mai freddo ed accademico, ma sempre fervidamente partecipe. Il vitalismo prorompente che coglie la drammatica ed arbitraria ricomposizione espressionistica, in cui la memoria futurista diviene, attraverso l'esperienza dell'astrazione, scattante tensione sottesa alla restituzione realistica. Con tali mezzi linearistici, plastici e luministici, Proteo Hirst ci consegna quel prorompente vitalismo orgiastico, di cui oggi abbiamo tanto bisogno a fronte della piattezza e banalità di pensare e sentire, cui ci riduce la nostra civiltà, che tutto (o molto) concede al comfort, ma poco all'autentica gioia di vivere. Sergio Molesi da Trieste Oggi 16 novembre 1991 Il corpo umano, maschile e femminile, è protagonista assoluto e interesse centrale dell'opera di Proteo Hirst, scultore triestino di origine e cultura mitteleuropea. Nel corpo, o meglio nei corpi abbracciati, avvinghiati, pensosi, l'artista amò cogliere soprattutto una sorta di dinamismo non placato, inesausto, una "vis" tragica ed erotica, che ci rimanda agli antichi connubi di amore e morte, di sentimento appassionato e sofferenza. A volte sono enfatizzati, a sottolineare la violenza del gesto, il pathos, dell'azione, l'emozione dei sentimenti. Allora le figure si allacciano in un intreccio e in un abbraccio, che paiono lotta, sforzo sovrumano, quasi ciclopico. Sotto il profilo critico la sua arte scultorea ha due referenti: quello locale, triestino e mitteleuropeo, che si riallaccia al buon nome di Ruggero Rovan, uno dei migliori protagonisti della scultura triestina del Novecento, autore di vigorosi e plastici soggetti di memoria rodiniana. E' al maestro di questi, Vittorio Güttner, ambedue allievi di quell'Accademia di Monaco che, per la sua centralità, fu in grado nella seconda metà dell'Ottocento di fungere da catalizzatore fra le diverse tendenze dell'arte europea, suggerendo infine la risposta dell'espressionismo. L'altro referente dell'opera di Hirst è da ricercarsi ancor più lontano, nell'interesse di tutti gli scultori dell'antica Grecia per il corpo umano, il kòuros o figura maschile, e la kòre, quella femminile. Dalla "seconda classicità" di Scopa, scultore del IV secolo a.C. celebre per la passionalità e la dinamica impetuosa delle sue masse, un filo sottile ci conduce all'intesità del Pollaiolo che, riallacciandosi nel Rinascimento anche ai modelli ellenistici ispirati da Scopa, volle esprimere attraverso lo studio del corpo umano, l'energia in esso latente e dispiegata. E al quale, nell'ambito dell'arte toscana del Quattrocento, guardò con molta insistenza il Rovan. Marianna Acerboni Ristampato da:
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This page compliments of Marisa Ciceran Created:
Saturday, March 16,
2002. Last updated:Thursday November 08, 2007
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