Attilio Micheluzzi, ovvero della serietà dell’esistenza
di Carlo Altini
Ognuno vede ciò che reca in cuore.
MAX WEBER
Attilio
Micheluzzi è autore stimato, ma spesso poco amato: ne è prova
il fatto che in Italia, a parte poche eccezioni, non esiste una vera letteratura
critica che approfondisca gli studi sulle sue opere. Nemmeno in occasione
della sua morte, avvenuta nel 1990, si sono levati cori in suo onore. Questo
stato delle cose risulta essere quantomeno singolare: non tutti i giorni
capita di leggere storie in cui l'organizzazione compositiva dello spazio
e delle tavole, la pulizia e l'incisività del tratto prospettico,
l’intreccio della vicenda risultino tra loro così equilibrati come
in molte opere di Micheluzzi. Non è bastato che la sua attenzione
si rivolgesse alle drammatiche vicende della storia del Novecento, che
i suoi personaggi fossero complessi e dilemmatici nelle loro esistenze
inquiete, che le sue qualità di narratore e disegnatore fossero
limpide e poetiche, senza ombra di retorica piccolo borghese: Micheluzzi
continua ad essere poco amato e spesso ignorato. Per molti lettori rimane
di impedimento il fatto che Micheluzzi avesse simpatie politiche di destra:
capita talvolta di sentir dire che i suoi personaggi sono "un po'
fascisti con quelle loro arie da uomini tutti d’un pezzo". Così,
non rimane da chiedersi se anche Petra Chérie non rientri in questa
categoria!
Non
credo che Micheluzzi abbia bisogno di una difesa d'ufficio: la sua opera,
a chi ha orecchie per intendere, parla da sola. Non mi sembra infatti che
in una oggettiva valutazione critica debbano entrare giudizi politici di
carattere personale: in questo caso le opere di Heidegger, Pound, Jünger,
Céline e altri dovrebbero essere trascurate e allontanate dal panorama
delle arti e del pensiero del Novecento. E in questo senso mi sembra illuminante
e carico di dignità il modo con cui Micheluzzi affronta il problema:
Mi si chiede sovente la ragione della mia propensione di carattere
intellettuale per un’epoca storica che ormai non c’è più,
che è solo passato, tramontato per sempre. Implicita la nostalgia
per quel mondo della Mitteleuropa, del trionfo della borghesia intellettuale
e imprenditoriale, della cultura e dello stile di vita, aperto (e come!)
all’avvenire, ma ancora legato per l’ombelico al glorioso Ottocento appena
spento o sul punto di esserlo. Il mondo a misura del singolo, e non a misura
di massa, "visione aristocratica, superata dai tempi, razzista ed
elitaria. Ma che cos’è questo Micheluzzi, se non un vecchio trombone
fuori tempo?..... Costui ci ha rotto l'anima". Cosa crede, che non
li senta i commenti?..... Il buffo è che quando incontro dei giovani
appassionati, dopo un paio d’ore di chiacchiere fatte insieme, la conclusione
è sempre, dico sempre la stessa: "ma sa che lei è proprio
diverso da come credevamo?"..... Insomma, non dichiararmi "democratico"
o "ovviamente di sinistra" ha costruito di me l’immagine di un
uomo chiuso al dialogo, poco dotato di sensibilità, altero e, ovviamente,
sprezzante della sorte degli umili. (Attilio Micheluzzi, Conversazione,
in Attilio Micheluzzi, a cura di M. Paganelli e V. Mollica, Montepulciano,
Editori del Grifo, 1986, pp. 14-15).
Tuttavia, per rendere giustizia a Micheluzzi non si deve giocare
di rimessa. Altri hanno già sottolineato molti aspetti dell’opera:
quasi unanime è stato il riconoscimento del valore tecnico del disegno
e delle inquadrature, della minuziosa e sterminata documentazione storica
e iconografica, della modernità delle strutture narrative quasi
sempre sorrette da una affascinante e insostituibile voce narrante, protagonista
di un originale e spesso ironico effetto di straniamento reso attraverso
il fitto dialogo tra l’autore e i personaggi. Non si può del resto
passare sotto silenzio la sapiente alternanza di ironia e serietà,
di drammatico e di grottesco nelle strutture grafiche e narrative, il fascino
ambiguo delle sue ambientazioni d’epoca, la ricchezza etica ed estetica
delle sue eroine, la complessità della vicenda dei personaggi, in
primis dei caratteristi di varia umanità che nelle sue storie rivestono
un ruolo sempre fondamentale, collaborando a costruire una ideale galleria
di tipi umani.
Il
problema sul quale qui si vuole puntare l'attenzione non è però
quello tecnico, e nemmeno quello strettamente biografico legato alla timidezza
e all’isolamento dell’autore in un mondo poco amato ("Sono nato vecchio,
sono nato nel secolo sbagliato. E non mi piace quest’epoca storica di folle
progresso tecnologico": cfr. intervista a Micheluzzi su Alter Alter,
anno IX, n. 12, dicembre 1982, pag. 21), con conseguente nostalgia per
l’epoca della cultura mitteleuropea tra Ottocento e Novecento, sulla cui
parabola rimangono insuperate le pagine scritte da Thomas Mann nei Buddenbrooks
e nella Montagna incantata. Un punto di vista che ci permette di apprezzare
a pieno titolo l’opera di Micheluzzi nella sua complessità dialettica
è infatti il tema dell'identità. In particolare nelle storie
di Marcel Labrume e Petra Chérie, ma anche nei due volumi "L'uomo
del Tanganyka" e "L'uomo del Khyber", emerge, intrecciato
alla consapevolezza tutta novecentesca della crisi dei valori, il problema
dello sradicamento e dell'appartenenza, in definitiva dell'identità
dell'individuo nel corso della Storia. I personaggi creati da Micheluzzi
sono uomini (e donne) di frontiera, quasi sempre stranieri in qualunque
luogo essi si trovino. Il dilemma di Reginald Winkie è l'origine
stessa della sua esistenza, a metà tra India e Inghilterra: ed è
questa ambigua radice che lo metterà di fronte a scelte difficili,
spesso risolte con decisioni contraddittorie. Petra Chérie è
una ricca aristocratica poliglotta e cosmopolita che, durante la Grande
Guerra, combatte contro i tedeschi "solo per inclinazione sentimentale",
visto che sue relazioni sociali sono fiorenti dall’una e dall’altra parte.
Marcel Labrume è, per definizione del suo stesso autore, "una
persona poco chiara, senza ideali, totalmente perduta nell’orrore del suo
egoismo di creatura lucida e pensosa solo di sé" (cfr. Attilio
Micheluzzi, cit., pag. 18), e in questo senso affascinante, seducente,
ambiguo, con il suo misterioso passato di vita vissuta e con il suo edonismo
volutamente cinico. Ian Fermanagh prende parte ad una guerra senza appartenervi
né per nazionalità, né per interessi, schierandosi
quasi a caso con gli inglesi, ma letteralmente affascinato dal comportamento
cavalleresco dei nemici tedeschi. Anche le parole dello stesso Micheluzzi,
tratte dall'introduzione alla prima storia di Marcel Labrume, ci aiutano
a chiarire lo stato di inquietudine dilemmatica, dialetticamente esistenziale,
di tutti i suoi personaggi:
Allora, ecco che le parti sono state distribuite e il ballo può
cominciare. Ma nel più grande disordine, poiché i francesi
petainisti sono contro i francesi gollisti e contro gli ex alleati britannici,
ma anche contro gli ex nemici tedeschi e italiani. Arabi sunniti contro
arabi cristiani, arabi comunque contro i francesi e anche gli inglesi,
ma non contro tedeschi e italiani, e in ogni caso contro gli ebrei che,
fortunatamente per loro, sono contro tedeschi e arabi soltanto... C’è
chi non ama situazioni così confuse e complicate, ma esiste anche
un tipo speciale di fauna umana che, al contrario, le predilige: i suoi
rappresentanti sono, in genere, dotati di gradevole aspetto e di fascino
indubbio, ma di quel certo tipo che si usa definire "equivoco"
(Attilio Micheluzzi, Marcel Labrume, Milano Libri Edizioni, 1981, pag.
11).
Micheluzzi
è affascinato dalle avventure di guerra, da quello che lui chiama,
di volta in volta, "vasto palcoscenico su cui una scelta troupe di
attori impazziti recita un sanguinoso e violento dramma", oppure "tragico
balletto di avanzate e sconfitte", o anche "spaventevole e inutile
tragedia senza fine". L’avventura è così intrigo, lotta
di prestigio politico, ma anche e soprattutto, per il singolo individuo,
presa di posizione attraverso la ricerca di sé, diventando quasi
una prova di iniziazione alla ricerca di un senso della vita, luogo esistenziale
di incontro tra l’uomo e la Storia dopo il crollo dei vecchi valori. In
questo senso risultano essere illuminanti le seguenti considerazioni:
In guerra... persone diverse sono trasportate da una parte all’altra
di un mondo non scelto, inimmaginato, costrette ad avere un compito e nemici
sconosciuti. In guerra tutti sono costretti alla sopravvivenza, all’orrore
di scoprire il piacere di farlo..... A una situazione di massima costrizione
esterna si affianca una non detta, implicita normalità senza norme.
L’assoluto esterno consente l’amoralità individuale, e tutti sono
nudi di fronte a se stessi e agli altri: C’è spazio anche per chi,
rifiutandosi di svestire i panni della civiltà, si trasforma automaticamente
in deviante. Il mondo alla rovescia ha una sua profonda magia (Ilaria Salvatori,
Le avventure degli incontri e delle memorie, in Attilio Micheluzzi, cit.,
pp, 124-125).
I personaggi di Micheluzzi si muovono nel mondo come se fossero a
casa dappertutto e allo stesso tempo dappertutto stranieri, portando dentro
una sostanziale dissonanza tra esterno e interno, incontrando fugacemente
e casualmente sconosciuti di passaggio alla ricerca di qualcosa, o forse
di nulla, una speranza, una verità, un amore. La progressiva distruzione
dei vecchi valori accompagnata dalla sensazione di muoversi in un vuoto
assoluto, rende possibile in loro il dubbio, l’indipendenza. Allo stesso
tempo però il problema dell’identità - croce e delizia delle
loro esistenze - non sfocia nel privato minimalista, ma, attraverso l’azione,
nel confronto con la Storia, secondo un’ottica per la quale l’uomo, se
vuol essere realmente tale, deve considerare la serietà dell’esistere,
rifiutando la prospettiva di vegetare in un mondo di vacuo intrattenimento.
Sul problema dell’autocoscienza, e dunque in un certo senso sul problema
dell’identità, Hegel ha scritto una pagina tuttora insuperata:
L’autocoscienza è in se per sé in quanto e perché
essa è in e per sé per un’altra; ossia essa è soltanto
come un qualcosa di riconosciuto (G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito,
trad. it., Firenze, 1960, vol. I, pag. 153).
Ciò che costituisce un essere come un uomo e lo rivela come
tale, è il desiderio di riconoscimento, che non è desiderio
di un oggetto, bensì la storia umana nel suo divenire, in quanto
implica per sua natura l’infinita interazione tra le numerose identità
animate da questo desiderio esistenziale. Nell’angoscia mortale della lotta
per il riconoscimento l’uomo prende coscienza della realtà, rendendosi
conto della serietà dell’esistenza. L’idea della morte (sempre presente
nelle storie di Micheluzzi come possibilità concreta) non accresce
il benessere dell’uomo, non lo rende felice, non gli procura nessun piacere:
può tuttavia soddisfare, con il suo implicito senso di sfida estrema
e assoluta, il suo orgoglio, la sua dignità, la sua identità.
Ecco dunque: gli "eroi" di Micheluzzi desiderano attribuire valore
alle loro individualità libere e storiche, e per questo, in un mondo
in cui dominano massificazione e livellamento, non c’è altra strada
che considerare la morte possibilità concreta sempre presente: solo
così è possibile sfuggire a una gabbia di valori orientati
esclusivamente all’industria e al commercio, alla produzione e al consumo,
all’accumulazione e al risparmio, allo svago e al possesso. In via generale,
questo abbozzo di antropologia micheluzziana contiene in sé, nella
sua frammentarietà, un nucleo di teologia cristiana laicizzata,
con la politica che sostituisce la religione, e l’uomo a sostituire Dio.
Dopo la caduta degli dei, in un’epoca dominata dal nichilismo, l’uomo può
vivere una vita etica solo orientandosi al caso serio dell’esistenza: e
questo significa possibilità di scelta morale, capacità di
decisione, rifiuto del calcolo quale parametro sul quale orientare le proprie
azioni, accettazione del pericolo e del dolore, confronto con la solitudine.
Il dubbio, l’indipendenza, l’essere stranieri di frontiera: tutto questo
dipende dal fatto che i personaggi di Micheluzzi abbracciano una morale
provvisoria, individualistica e soggettiva, che ruota intorno all’idea
della morte, e che di conseguenza è lontana anni luce dalla morale
mercantile dei loro contemporanei:
L’uomo è questa notte, questo vuoto Niente, il quale tutto
contiene nella sua semplicità indivisa: una ricchezza infinita di
rappresentazioni, di immagini, di cui nessuna gli viene precisamente alla
mente, o che non sono realmente presenti. Quel che qui esiste è
la notte..... Questa notte si scorge quando si fissa negli occhi un uomo:
in una notte che diventa terribile quel che ci si presenta è la
notte del mondo (G.W.F. Hegel, Jenenser Realphilosophie, in Sämtliche
Werke, Lipsia, 1920, vol. XX, pag. 180, traduzione mia).
Nella
notte del mondo, nel nichilismo moderno, sembra che i personaggi di Micheluzzi
riescono a muoversi con difficoltà e dubbi evidenti, ma con sincera
dignità, testimoniando così la resistenza dell’umanità
e della poesia pensante nella nostra realtà razionalizzata e reificata,
modellata in base alle leggi della tecnica e dell’economia. "Perché
i poeti nel tempo della povertà?", si chiedeva Hölderlin:
Micheluzzi, con la sua opera, ha tentato di dare una risposta a questa
domanda.
|