Navy
Sea



Grandi navi alla fonda nel porto militare

La Caduta della Piazzaforte Marittima A.U. di Pola
1918

Quaderno Associazione Marinara Aldebaran 64 / 94
Aldo Cherini - 16.settembre 1994

Dopo il 1866, perduta Venezia con il suo grande arsenale marittimo, gli organi militari di Vienna rivolgevano la loro attenzione alla penisola istriana quale punto centrico del quadro strategico e solo dopo l'annessione della Bosnia-Erzegovina (1908) veniva presa in considerazione anche la Dalmazia Centrale col progetto di una moderna e più grande base navale a Sebenico.

Le opere di difesa lungo le coste della monarchia absburgica erano state iniziate per tempo. La maggior parte degli stabilimenti era stata realizzata, infatti, tra il 1870 e il 1880 con una serie coordinata di fortificazioni e posti di vedetta da integrare, in caso di necessità, con campi minati e unità navali costiere.

Molta cura era dedicata al servizio di vigilanza e scoperta, che veniva effettuato con più mezzi integrati, cavi telegrafici sottomarini, stazioni di segnalazione ottica, semafori e stazioni di piccioni viaggiatori. Infine, nel 1908, entrava in attività a Pola la prima grande stazione radiotelegrafica, definita ultrapotente, seguita da una catena di stazioni minori. Intorno al 1914, tutte le notizie, di varia provenienza, venivano fatte confluire in tre centri di raccolta, il primo dei quali situato nella stessa Pola, e gli altri a Sebenico e a Castelnuovo (Bocche di Cattaro) coprendo con ciò tutta la linea costiera della monarchia absburgica.

Con il passare degli anni non poche opere erano venute a scadere a seguito dei progressi tecnici e appena dopo il 1906, con la nomina a capo di stato maggiore generale del gen. Conrad von Hoetzendorf, intervenuto personalmente presso l'imperatore Francesco Giuseppe e l'erede al trono Francesco Ferdinando, veniva dato mano all'opera di modernizzazione. Ma la limitazione dei finanziamenti ottenuti (ogni preminenza era riservata all'esercito prevalendo nello stato la mentalità di potenza continentale) e il breve lasso di tempo intercorso fino allo scoppio della guerra impedivano la completa attuazione dei programmi.

La piazzaforte e l'arsenale di Pola, ai quali erano stati dedicati parecchi anni di lavoro, si presentavano tuttavia ben muniti, ma non tutte le batterie erano dotate di artiglierie moderne e la linea dei forti a terra era più debole rispetto a quella del fronte a mare, dove comunque restava da fare ancora molto. Trattavasi di un mezzo cerchio di 5 chilometri di raggio con numerose opere murarie su due cinte: una interna munita di 5 forti con 250 pezzi d'artiglieria (molti di vecchio tipo e a tiro curvo) ed una esterna con 8 forti. Quest'ultima cinta veniva completata appena nel 1914 con un complesso di 50 batterie armate con 194 pezzi navali. Altri 75 pezzi erano stati ordinati dalla i.r.Marina a guerra già iniziata. Una serie di altri 9 forti e batterie guardava il canale di Fasana e l'accesso al porto, delimitato per oltre la metà da una diga con radice sotto il forte Maria Luisa.

Con lo scoppio della guerra veniva posato un grande campo minato difensivo estendentesi a semicerchio attorno alle coste meridionali della peni-sola, dal canale dell'Arsa fino nei pressi di S.Giovanni in Pelago (Rovigno) inglobando le isole Brioni. È singolare il fatto che molte di queste opere portavano nomi italiani.

Una guerra lunga, quella del 1914-18, che ingoiava enormi risorse di uomini, mezzi e materiali.

A metà ottobre del 1918 era già chiaro a tutti che il conflitto stava per finire con esito infausto per le potenze centrali. Una richiesta di intervento pacificatore era stata avanzata al presidente americano Wilson, ma senza un esito risolutore a breve termine.

A Pola la situazione si presentava assai grave. Molte le dicerie sulla sorte delle navi militari, che si riteneva dovessero venir consegnate alla Spagna (che durante il conflitto rappresentava gli interessi dell'Austria-Ungheria) mentre gli slavi meridionali già se ne consideravano eredi.

Serpeggiava sia tra i civili che tra i militari una grave epidemia di grippe, detta "spagnola", che mieteva numerose vittime. Mancavano i generi di sostentamento e si verificarono casi in cui gruppi di disperati, rischiando le fucilate, cercarono di sottrarre viveri militari, ch'erano anch'essi assai scarsi, tanto scarsi, anzi, da provocare rallentamenti nella vita di bordo e di caserma. Ne risentiva anche l'ordine pubblico: dimostrazioni davanti al Casinò di Marina e un tentativo di invasione da parte di un gruppo di male intenzionati, tenuti alla larga grazie all'intervento degli allievi della Scuola Macchinisti. Bombardamenti aerei accompagnati dal lancio di manifestini con effetti più che altro demoralizzanti (c'era chi affermava che gli Italiani stavano preparando un'incursione con mille aeroplani). Alcuni reggimenti croati prendevano iniziative autonome, correvano voci di sommosse in Montenegro e in Albania, ed emergevano inquietanti rivalità tra le nazionalità della monarchia ormai in sfacelo.

Nell'ultima decade del mese di ottobre aveva inizio da Vergarolla l'evacuazione dei sommergibili tedeschi con distruzione dei materiali di magazzino e di sei battelli non più in grado di muovere, portati ad affondare fuori dei frangiflutti. La sera del 28 ottobre, pur tra vaghe speranze di uscirne in qualche modo, si diffondeva la voce dell'armistizio e si diceva che la nave ammiraglia "Viribus Unitis" era stata minata per autoaffondamento. Faceva molta impressione il fatto che l'ufficiale al dettaglio, capitano di corvetta Milossevich, s'era suicidato non reggendo allo sconforto.

Nel contempo, il comando in capo dell'esercito inviava un disperato appello chiedendo alla marina di uscire dalla piazzaforte per coprire dal mare il fronte della sponda sinistra del Piave, ma le navi non erano più in grado di muovere.

* * *

L'imperatore Carlo I non aveva abbandonato ogni speranza, prendeva l'iniziativa di trasformare la duplice monarchia in uno stato federale di popoli, pubblicava un appello e si separava dall'alleato germanico. Prendeva anche un'altra iniziativa personale, senza consultare il consiglio della corona: la cessione della flotta allo stato slavo H.S.H. che stava formandosi a Lubiana e a Zagabria, fidando nella sua adesione alla federazione da lui caldeggiata. Ma la guerra continuava e gli Italiani si preparavano a violare la base navale di Pola con le "mignatte", una specie di siluro guidato da due operatori.

Il 27 ottobre cominciavano i disordini sulle grandi navi, dove si chiedeva a gran voce la smobilitazione. A terra, interi reparti abbandonavano le loro posizioni, e il 31 ottobre si formavano tra le varie nazionalità dei comitati per organizzare il rientro a casa.

Il rarissimo documento fotografico dell'affondamento della «Viribus Unitis» in precarie condizioni di luce.
 

Nel pomeriggio di quel giorno, alle ore 16,45, mentre stavano svanendo le ultime luci che filtravano attraverso cortine di nubi gravide di pioggia, l'ammiraglio comandante in capo Miklos Horthy di Nagybànya e il suo capo di stato maggiore, dopo una formale e breve cerimonia con l'ammaino della bandiera imperiale sostituita dal nuovo tricolore slavo, lasciavano ormai esautorati lanave ammiraglia con un motoscafo preso a prestito non disponendo essi più di nulla. Il giorno prima il comitato nazionale slavo aveva nominato comandante della marina il capitano di vascello Dragutin Prica (promosso ammiraglio per l'occasione) e comandante della flotta il capitano di vascello Janko Vukovic de Podkapelskj; giocava un ruolo di preminenza, quale comandante del porto di Pola, anche il capitano di vascello Metod Koch, anch'egli promosso al grado di ammiraglio. Il capitano medico Jug assumeva provvisoriamente il comando della "Viribus Unitis" (che si voleva  ribattezzare Frankopan" o "Jugoslavjia") e il cadetto Papez il comando della "Prinz Eugen".

Cessata ogni disciplina, molta della gente si metteva ad impacchettare la loro roba per andarsene.

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Alle ore 18,30 dello stesso giorno, i mezzi d'assalto italiani lasciavano l'arsenale di Venezia per la progettata incursione nel porto di Pola (un precedente tentativo con l'impiego del barchino "Grillo", la notte del 14 maggio, non era riuscito). La "mignatta" S 1 con i suoi operatori capitano del genio navale Raffaele Rossetti e tenente medico Raffaele Paolucci veniva rimorchiato fin sotto le ostruzioni dal MAS 95 avanzante con i silenziosi motori elettrici. Alle ore 2 del 1 novembre i due spericolati assaltatori penetravano senza attirare l'attenzione nel porto (c'erano ancora sentinelle?) e defilavano lentamente lungo la linea degli ancoraggi delle grandi navi fino nei pressi del forte Kaiser Franz sull'isolotto di Sant'Andrea. Intorno alle ore 5 la carica esplosiva veniva fissata alla carena della "Viribus Unitis" e i due davano l'allarme per evitare inutili perdite di vite umane. Issati a bordo, non venivano creduti e alle 6,20, quando la carica scoppiava provocando un largo squarcio, i due si ritrovarono dopo 14 minuti in acqua circondati dai naufraghi: perdeva la vita il comandante Vukovic ma non si venne mai a sapere quanti altri membri dell'equipaggio seguirono la stessa sorte. Da notare che la "mignatta", abbandonata con lacarica di autodistruzione innescata, se n'era andata per conto suo fino a ridosso del piroscafo lloydiano "Wien", ormeggiato in Valle Vergarolla, provocando anche il suo affondamento. Conseguentemente gli slavi si affrettavano a chiedere la protezione americana su tutte le "loro" navi dichiarando di aver sciolto ogni legame con l'Austria-Ungheria, di disporre di tutte le navi mercantili e militari (affermazione esagerata) e di considerarsi a fianco degli Alleati. La stazione radio della Torre Eiffel di Parigi salutava, in serata, l'evento e sollecitava le navi militari ad alzare la bandiera bianca e a concentrarsi nella base francese di Corfù, cosa che nessuna di esse era in grado o intendeva fare.

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Il 30 ottobre 1918, alle ore 6 del mattino, il parlamentare austro-ungarico capitano Kamil Ruggera attraversava la linea del fronte nel tratto segnato dalla linea ferroviaria lungo il corso dell'Adige e veniva accompagnato al comando della 26.ma Divisione di fanteria per dare avvio alla negoziazione dell'armistizio (la richiesta era stata avanzata fin dal 4 ottobre e i delegati stavano attendendo a Trento).

La notizia passava immediatamente a Parigi, sede del supremo consiglio di guerra alleato in seno al quale il comitato militare aveva già predisposto gli studi riguardanti l'armistizio sul mare, che prevedeva la consegna della mag-gior parte delle navi di superficie e di tutti i sommergibili. Esisteva disparità di vedute riguardo ai risarcimenti e alla piazzaforte di Pola, per la quale erano interessati gli Italiani, mentre un delegato slavo, spuntato all'ultimo minuto, contribuiva a creare quel clima di incomprensione e di ostilità che avrebbe caratterizzato i mesi seguenti con atteggiamenti e giudizi molto antipatici da parte degli Inglesi, particolarmente del commodoro Howard Kelly, ed anche dei Francesi, tanto da doversi costituire un comitato adriatico di ammiragli per cercare di dirimere le controversie.

Alle ore 15 del 3 novembre veniva sottoscritto, infatti, nella Villa del senatore Giusti di Abano, presso Padova, il protocollo dell'armistizio tra Italia e Austria-Ungheria, con effetto dalle ore 15 (tempo medio d'Europa) del giorno dopo. Le clausole navali comprendevano l'immediata consegna di 15 sommergibili del tipo più recente e di tutti quelli germanici, di tre corazzate, di tre incrociatori leggeri, di nove cacciatorpediniere, di sei monitori fluviali e di un posamine.

L'ubicazione e i movimenti delle navi dovevano venir segnalati per mezzo della stazione radio di Pola. Le navi maggiori dovevano presentarsi davanti a Venezia alle ore 8 del 6 novembre fermandosi a 14 miglia dalla costa per imbarcare il pilota.

Ma, all'ora convenuta, nessuna segnalazione arrivava alle stazioni radio-riceventi italiane.

Il nuovo stato slavo si affacciava alla storia nel caos più completo nè il nuovo comando in capo disponeva di prestigio e di forza. Le varie province slave erano percorse in tutti i sensi da interminabili colonne di sbandati austriaci, tedeschi, ungheresi, polacchi, cèchi e slovacchi, oltre che sloveni e croati provenienti dai fronti in sfacelo del Piave e dell'Isonzo, della Macedonia e dell'Albania, mentre sulle navi gran parte degli ufficiali, esautorati dai sovjet dei marinai costituitisi un po' dappertutto, aveva lasciato i loro posti.

Gravissima si presentava la situazione a Pola. Svuotata di oltre 10.000 dei suoi abitanti, in parte internati all'inizio delle ostilità, in parte sfollati d'autorità, la città versava in una situazione semplicemente esplosiva trovandosi alla mercé di 18.000 marinai e soldati di varie nazionalità, ai quali si aggiungevano altri 4.200 accantonati negli immediati dintorni, armati di fucile e di bombe a mano, senza alcuna disciplina e provocatori. Tra gli italiani s'era costituito un comitato di salute pubblica, che teneva il municipio alla disperata, contrastato dal comitato civile croato, che brigava per avere il sopravvento con l'appoggio della marina, ma che non riusciva a controllare la situazione. Per questo motivo, il 2 novembre, veniva passato a tre parlamentari slavi l'incarico di prendere contatto con le autorità italiane di Venezia. Costoro preannunciavano la loro uscita a bordo di una torpediniera battente bandiera bianca, e veniva mandato a prenderli il capitano di vascello Alessandro Ciano che, partito dalle ostruzioni esterne di Venezia con un'altra torpediniera, imbarcava i parlamentari al largo di S.Giovanni in Pelago.

L'ammiraglio Cagni.

 

Da quel momento aveva inizio un'estenuante serie di colloqui e di interventi a base di convenevoli, sorrisi e pretese, di note più o meno diplomatiche, di proteste, di condiscendenze e di resistenze, di visite di cortesia, di pranzi e di minacce, di profferte d'amicizia e di tentativi di far intervenire gli alleati, specialmente i Francesi, che non avevano nascosto il loro interesse per la nuova entità statale. Infine, di fronte all'evidenza dei fatti, cioè che non poteva venir rovesciata la situazione determinata dalla perdita della guerra, anche perché poteva costituire un precedente ai danni degli Inglesi interessati alla flotta germanica, gli slavi dovevano lasciare occupare tutte le navi e le installazioni della base. Protagonisti principali l'ammiraglio italiano Umberto Cagni e quelli slavi Metod Koch e Dragutin Prica.

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Le operazioni iniziavano il 5 novembre con l'invio di una formazione di 15 siluranti e di una squadriglia di MAS al comando dello stesso ammiraglio Cagni, con l'appoggio della vecchia corazzata "Saint Bon". Obiettivo lo sbarco di un corpo di marinai racimolati in fretta tra le postazioni del Piave e dell'Isonzo, imbarcati con le sole armi, senza scorta di corredo e di materiale da casermaggio, con l'affiancamento di un battaglione del 225º Reggimento di fanteria e di 100 Reali Carabinieri.

Il capitano di fregata Foschini primo italiano ad entrare in Pola.

Riconosciuta le costa istriana, l'amm. Cagni staccava in avanscoperta il comandante Antonio Foschini che, alle ore 13,30, entrava nel porto di Fasana a bordo di un MAS accolto festosamente dagli abitanti, ai quali si univa gente giunta da Dignano e da Gallesano. Venivano raccolte le prime notizie sulle truppe che occupavano Pola, sul regime quasi bolscevico imperante e sui disordini scoppiati dopo l'affondamento della "Viribus Unitis".

Preso terra, il battaglione dei marinai, al comando del capitano di corvetta Luigi Aiello, s'incamminava tosto sulla strada di Pola mentre il comandante Foschini vi si recava via mare con una torpediniera, che passava gli sbarramenti senza incidenti e defilava lungo il bordo delle navi alla fonda, tutte battenti bandiera slava, accolto dal saluto alla voce degli equipaggi. Egli attraccava alla banchina dell'Arsenale e prendeva immediato contatto col comando slavo che, colto di sorpresa, dichiarava il proprio dissenso e protestava. Da Fasana a Pola correvano soltanto 8 chilometri, ma la strada era pressoché intransitabile e la marcia degli Italiani era assai lenta. Gli slavi improvvisavano un tentativo di fermarli col pretesto che nella piazzaforte tutto era tranquillo e che non era necessaria la loro presenza. La colonna proseguiva secondo gli ordini e giungeva alla periferia della città alle ore 17,15. Qui trovava ad attenderla un reparto cecoslovacco con bandiera e banda, che rendeva gli onori e si metteva in testa a suon di musica.

Sparsasi la notizia dell'arrivo di marinai e di soldati italiani, Pola di pavesava di tricolori e di arazzi. I cittadini, rinfrancati, si riversavano per le vie malgrado la sera incombente mentre gli slavi tentavano una controdimostrazione con musiche e loro bandiere in rumorosa manifestazione di benvenuto e di fratellanza intendendo con ciò togliere alla nuova presenza il carattere di occupazione militare per sanzionare il loro possesso.

Il comandante Foschini così riferiva nella sua relazione: …«Seguono i nostri marinai, mescolati agli italiani, uomini e donne di ogni ceto ed età, che li alleggeriscono di ogni fardello, delle armi, degli zaini, che si stringono a loro, li infiorano, li abbracciano e taluni, piangendo, li accarezzano dicendo espressioni di affetto veramente italiano e sentite»….. Era la spontanea manifestazione di un popolo che poteva esprimere finalmente i suoi veri sentimenti. I soldati venivano dirottati al municipio, dove il comandante Aiello veniva ricevuto con tutti gli onori. «Disceso dal municipio — continua il Foschini — il comandante Aiello cerca di guidare la massa dei cittadini e di soldati verso le caserme. È impossibile. Il popolo vuole che l'antica Porta Aurea sia riconosciuta dai marinai d'Italia venuti a liberarlo dal giogo straniero. Il cancello, che recinge la Porta Aurea, è abbattuto, cittadini e marinai, stretti e pigiati, imboccano la Via Sergia e passano trionfalmente sotto il vetusto arco fra deliranti acclamazioni all'Italia»...

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Eccezionale affollamento di navi nel novembre del 1918, tra le quali la corazzata italiana Sardegna, le corazzate ex a.u. Prinz Eugen e Tegetthof, la corazzata francese Paris, la corazzata italiana Dante Alighieri, l'incorciatore corazzato San Giorgio.

A stento si riordinavano le colonne e i soldati venivano condotti agli accantonamenti non senza difficoltà (i loro corredi arrivavano soltanto dopo il 12 novembre): 500 marinai accantonati con 3000 croati, altri 400 con 2090, il comando allogato all'Hotel Riviera non senza palesi ostilità e qualche incidente sedato dal pronto intervento degli ufficiali. I soldati del 225 Reggimento venivano riuniti nelle scuole pubbliche di Piazza Dante.

Durante la notte le vie venivano battute da numerose pattuglie slave tra colpi di fucile echeggianti qua e là. La cittadinanza non mancava di manifestare le sue preoccupazioni stante il fatto che i croati accentravano nelle loro mani tutti i servizi e che la polveriera di Vallelunga si trovava in possesso di un sovjet, che teneva la città sotto l'incubo di far saltare l'enorme quantità di esplosivi colà depositati.

Il 6 novembre aveva luogo una nuova conferenza tra gli ammiragli Cagni e Koch nel corso della quale si definiva l'occupazione da parte italiana della grande stazione radiotelegrafica del Castello, dei forti Musil e Maria Luisa, della polveriera di Vallelunga, il che avveniva non senza difficoltà per la resistenza tentata da quelli del posto.

Le forze italiane erano scarse, ma a migliorare la situazione giungeva in porto la divisione degli incrociatori corazzati dell'ammiraglio Palladini, "Pisa", "San Marco" e "San Giorgio". Ciò produceva grande impressione per ragioni opposte sia tra gli italiani e che tra gli slavi, i quali, per cercare appoggio alle loro mire, si rivolgevano al comando superiore francese di Corfù. Spuntavano sempre più numerose le coccarde con i colori italiani, che i cittadini non temevano più di far vedere, ma si moltiplicano anche gli incidenti seppur non gravi. Cominciavano ad uscire di notte anche pattuglie di Carabinieri e due battaglioni erano tenuti costantemente sul piede di pronto intervento. Gli slavi facevano circolare la voce dell'arrivo di truppe serbe o francesi e di fronte a ciò l'ammiraglio Cagni annunciava l'arrivo di altri 10.000 marinai, che in realtà non erano disponibili, ma per i quali faceva preparare ostentatamente gli accantonamenti.

Le truppe ex austro-ungariche si facevano sempre più indisciplinate, si davano ai furti e alle soperchierie. Gli slavi sentivano che la situazione stava sfuggendo al loro controllo, che non potevano mantenere il grazioso dono della flotta fatto all'ultimo minuto, sicché il 7 novembre arrivava a Pola l'ammiraglio Prica, il quale chiedeva perfino che venisse frapposto un cordone di truppe italiane per arginare l'invasione degli sbandati dal fronte italiano verso la Slovenia e la Crazia.

Frequenti erano le conferenze dell'ammiraglio Cagni, che decideva di affrettare il piano delle occupazioni: il giorno 8 novembre passavano sotto controllo la stazione ferroviaria, il deposito di armi di Valle Galante, i magazzini d'artiglieria presso l'Arena, il comando militare di piazza.

Aumentavano contemporaneamente le sobillazioni croate, venivano denunciate devastazioni di ville e di case isolate, furti di bestiame e tentativi di saccheggio. I Carabinieri assumevano il comando delle operazioni di polizia militare in città e si piazzavano sentinelle in tutti i posti più esposti.

Le occupazioni si estendevano ai forti di Punta Cristo, Torre Grossa, Stoia, Ovina, Signole, Capo Compare e alle polveriere di Fisella e di Val Maggiore. Passavano poi sotto controllo la caserma della gendarmeria di Monte Zaro, il balipedio della Saccorgiana, le stazioni idrovolanti di Puntisella, Cosada e Santa Caterina, dove furti e sabotaggi erano particolarmente frequenti, e, via via, il servizio ostruzioni e i vari depositi di benzina e di nafta.

* * *

Nell'atto di assumere il comando della piazzaforte, finalmente in mano italiana, l'ammiraglio Cagni indirizzava un manifesto di saluto ai reparti delle varie nazionalità austriaca, ungherese, ceca, rumena, polacca, bosniaca e croata richiamandosi al senso di disciplina e dichiarandosi certo che non sarebbe stato costretto a misure coercitive. Alcuni ufficiali austriaci venivano a chiedere protezione per un fatto successo a bordo della corazzata "Prinz Eugen" ancora in mano ad un sovjet di marinai. Gli spericolati affondatori della "Viribus Unitis", Paolucci e Rossetti, quasi fossero stati dimenticati in tanto marasma, erano tenuti assurdamente prigionieri, separati su due navi, e venivano finalmente liberati grazie all'intervento del comando italiano.

L'ammiraglio Horty, in veste di reggente d'Ungheria.

In sede di una prima riorganizzazione della piazza, il comandante della R.N. "Pisa" riceveva l'incarico di funzionario distrettuale per gli affari civili coadiuvato da un funzionario civile. Il comandante della R.N. "San Marco" assumeva il servizio viveri e consumi, quello della R.N. "San Giorgio" il comando dei forti e delle polveriere.

Si stabiliva per primo lo sfollamento di 6000 cèchi, per lo più macchinisti e fuochisti (che, va detto per inciso, erano i più disciplinati), ma occorrevano locomotive e vagoni ferroviari per formare almeno otto treni.

Il comitato cittadino italiano reclamava il richiamo del sindaco dott. Domenico Stanich, sollevato dalla carica allo scoppio della guerra, che diveniva primo presidente della giunta comunale di Pola italiana; veniva richiamato anche il deputato avv. Lodovico Rizzi, già presidente della dieta provinciale dell'Istria. Alcuni cittadini consegnavano

al comando navale la bandiera del sommergibile "Pullino", affondato alla Galiola nel 1916, che, così dicevano, da tempo avevano provveduto a mettere in salvo.

L'8 novembre venivano a scadere le 96 ore previste dalle clausole d'armistizio per la consegna delle navi. Nulla sembrava essere stato predisposto dal comando slavo, che protestava non ritenersi impegnato ad osservare quelle clausole. Il comando superiore di Venezia spiccava perciò una nota ufficiale di richiamo e l'ammiraglio Cagni convocava il Koch, che, messo alle strette, prometteva di allontanare al più presto dalla piazzaforte il maggior numero possibile di marinai e di soldati, mentre da tutto il territorio, da Dignano a Rovigno, giungevano drammatiche invocazioni d'aiuto essendo finite le scorte di viveri, con gli abitanti alla fame.

Procedevano intanto spedite le ultime occupazioni: i forti dell'isola di Sant'Andrea, Lussin, Pontezza e Val Maggiore, la stazione fotoelettrica di Punta Cristo, il comando del Passo e l'arsenale navale, che costituiva un grosso problema con i suoi 4000 dipendenti civili, per i quali non c'era più lavoro.

Fin dal giorno 6 era stato deciso il disarmo delle grandi navi, che si trovavano alle loro boe d'ormeggio, ma solo il 10, a seguito di nuove pressioni motivate da voci allarmistiche pervenute al comando italiano, venivano ammainate le bandiere con il tricolore slavo alzate giorno e notte sulle corazzate "Tegetthoff" e "Prinz Eugen" e su quasi tutte le altre navi. La notte precedente l'ammiraglio Koch in persona aveva svolto opera di persuasione tra gli equipaggi, sicché non si verificava alcun incidente alla comparsa della nuova bandiera, quella italiana, che veniva alzata al loro posto. A prua veniva alzata anche la bandiera inglese, data la presenza in Pola di un ufficiale della Royal Navy. S'era verificato però, sembra su permesso del Koch, il saccheggio dei depositi viveri e vestiario. Certo è che le navi si trovavano in stato di completa anarchia e dappertutto si notavano sporcizia e devastazioni, effrazioni di serrature, forzamento delle porte dei camerini degli ufficiali, vuotamento di stipi di ogni genere. Erano stati portati via perfino i ferri chirurgici delle infermerie. I ponti apparivano ingombri di materiali d'ogni genere e qualità, abbandonati a casaccio, le latrine emanavano un tanfo insopportabile insieme a quello della carne contenuta nei depositi non più refrigerati o in scatolame aperto e non consumato. La cassaforte della "Prinz Eugen" avrebbe dovuto contenere, secondo i registri, 100.000 corone, ma se ne trovarono in effetti soltanto qualche migliaio. Furono fermati molti marinai carichi di casse e cassette di roba, che cercavano di asportare.

Grandi navi ex A.U. davanti ai Giardini di Venezia.

La bandiera italiana saliva anche sulle opere periferiche di Dignano, Gallesano, Monticchio, Bradamante, San Daniele, Turco, Bernardino, Pomer e San Benedetto. Venivano nel contempo disarmate 13 torpediniere, 3 grandi caccia e un esploratore e avevano inizio le delicate operazioni di rimozione degli sbarramenti e di dragaggio dei campi minati.

Con l'arrivo della Brigata Arezzo, avvenuto n 12 novembre, i marinai tornavano alle navi e ai depositi.

Apparivano così portate a termine le operazioni per l'occupazione della piazzaforte, della base e del porto militare principale di Pola, già austro-ungarico, operazioni le più complesse ed impegnative di quante effettuate lungo la sponda orientale dell'Adriatico da Monfalcone a Cattaro,sia per il grande numero di truppe di varie nazionalità presenti in sito, sia per le interferenze e implicanze politiche, che avevano creato seri imbarazzi risolti infine con tatto e fermezza.

Pola affermava, così, la sua italianità dopo mezzo secolo di lotte con le potenti forze della i.r. Marina da guerra, che con tutti i mezzi, anche con l'alleanza dell'elemento croato, aveva cercato di imporre la sua presenza intendendo condizionare la vita civile e politica della città.

Se ne andarono un po' tutti, ma qualcuno, qui sistemato da anni, rimase. Rimaneva anche un giovane ufficiale austriaco, Rudolf Klaudus (1893-1964), destinato a divenire col nome di Rodolfo Claudus il pittore ufficiale della R.Marina per la quale ha dipinto numerosissimi quadri di navi, di azioni ed episodi salienti, specialmente nel corso dell'ultima guerra.

Secondo una rilevazione pubblicata dall'ufficio storico della marina francese, alla data del 3 febbraio 1919 si trovavano nel porto di Pola 4 navi italiane, 1 francese, 1 inglese; dell'ex marina austro-ungarica erano presenti 2 corazzate moderne (la terza, la "Viribus Unitis" giaceva capovolta su di un fondale di 29 metri presso la sua usuale boa d'ormeggio), 18 navi di vecchio tipo, 2 incrociatori leggeri, 16 cacciatorpediniere, 28 torpediniere, 14 sommergibili, senza contare le non poche navi ausiliarie e i rimorchiatori. Una concentrazione senza precedenti e mai più veduta.

Il nuovo stato slavo SHS doveva accontentarsi dell'assegnazione di 8 torpediniere d'alto mare, 4 torpediniere di vecchio tipo, 4 dragamine, alcune-navi ausiliarie, un certo numero di rimorchiatori e scafi utilizzati come deposito o alloggio. Alcune di queste torpediniere e qualche unità ausiliaria passarono nel 1941, quando venne occupata la Dalmazia, sotto bandiera italiana.

La "Tegetthoff" e l'anziana "Erzherzog Franz Ferdinand" con altre unità minori passavano all'Italia, e il 24 marzo 1919 venivano trasferite con equipaggio italiano a Venezia dove rimanevano, ancorate davanti ai Giardini, fino al 1923 per essere infine avviate alla demolizione.

La "Prinz Eugen", assegnata alla Francia, veniva condotta da quattro rimorchiatori a Tolone, dove giungeva il 5 settembre 1920. Sbarcati i cannoni e parte dei macchinari, l'unità veniva impiegata come nave bersaglio per bombe d'aereo, siluri e tiri d'artiglieria e alla fine finiva affondata a sud di Cap Cépet.

Quanto alla piazzaforte e alla base navale, mutate dopo il 1918, con l'Italia, le esigenze e gli indirizzi di politica marinara, l'arsenale veniva ceduto all'industria privata, il Cantiere Scoglio Olivi entrato poi nei C.R.D.A.. La funzione militare non cessava, ma assumevano prevalenza le scuole e i centri di addestramento, il C.R.E.M.M.-Corpo Reale Equipaggi Militari Marittimi, la sede del Reggimento San Marco, la scuola sommergibilisti, la scuolanautica della Guardia di Finanza.

Saggio ginnico di tremila allievi delle scuole militari sul "Campaccio".

Fonti:

Gran parte delle notizie, che compaiono nella presente memoria, provengono da fonte austriaca.

Va segnalato, nella traduzione dell'autore, il volume "La classe «Tegetthoff», le più grandi navi da battaglia dell'Austria - Ungheria", opera del gruppo di lavoro Aichelburg, Baumgartner, Bilzer, Pawlik, Prasky, Sieche, pubblicato nel 1979 da Riedeldruck, Mistelbach.

Inoltre la rivista viennese "Marine Gestern Heute" con gli articoli di Milan Vego "La difesa costiera austro-ungarica", giugno 1983; Lothar Baumgartner "Finis Austriae — Gli ultimi 14 giorni della i.r. Marina nel diario di un cadetto di marina in Pola nell'ottobre del 1918", giugno 1980; Erwin Sieche "Cronologia degli avvenimenti riguardanti lo scioglimento e la spartizione dell'i.r.Marina da guerra 1918-1923", marzo 1986; Paul J. Kemp "La Gran Bretagna e la spartizione dell'i.r.Flotta 1918-1923", su testo inglese tradotto in tedesco da Erwin Sieche), giugno 1985. Georg Pregel "La marina SHS negli anni 1919-1923", marzo 1987; Georg Pregel "La marina SHS negli anni 1919-1923-Ricordi di un testimonio oculare", marzo 1987.

Di fonte italiana va cito Silvio Salza con "La Vittoria mutilata in Adriatico. Dal luglio 1918 alla conferenza della pace - Gennaio 1919" (Vol. IIIº di "La Marina Italiana nella Grande Guerra"), Ufficio Storico della R.Marina, Vallecchi, 1942.

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Created: Saturday, October 25, 2003; Last updated:Monday August 10, 2015
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