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La boccaletta è l'ultima reliquia di un genuino comunismo rurale: un bene comune, ugualmente accesibile a tutti. Un assetato vi poteva bere fino a spegnere la sete più ardente. In cima alla boccaletta affiora il vino, sul fondo la verità. In ogni festival folkloristico istriano c'è sempre almeno una canzone dedicata alla boccaletta (in croato bukaleta; [in istroveneto bocaleta]). Quel nome, boccaletta, è lo stato d'animo che la canzone suscita, evocando un passato, remoto e recente, di un'arcadia felice, quando la boccaletta significava bere e brindare. La parola boccaletta/bukaleta ricorre spesso nella poesia ciakava, sia in quella più antica che in quella più recente. Nelle trattorie e ristoranti odierni, nei ritrovi ameni dove si sorbono caffè, liquori, birra e talvolta vino, la boccaletta appare oggi più che altro come souvenir. Nelle case degli Istriani le boccalette sono ormai tutte nuove. Quelle vecchie sono sparite: rotte o ammaccate, dalla bellezza spenta, sono finite tra i rifiuti. Oppure se le è prese per ricordo qualche straniero di passaggio togliendole per pochi soldi da case in cui avevano perso ogni significato.
Il bicchiere, la coppa, la coppetta, il boccale, l'orcio, il calice, il nappo, la brocca, la grolla, "el bicerin", sono tutti "recipienti di piccolo formato che servono per bere". Nelle nostre case la boccaletta era invece qualcosa di particolare, di completamente diverso. Non solo per la forma singolare, ma anche per la funzione. Una persona un pò più colta saprà dirvi subito che la parola boccaletta deriva dall'italiano boccale. Pochi sapranno invece che la radice più antica di boccaletta, e quindi boccale, ha origine nel greco bizantino bokalion. La storia del bicchiere è una storia lunga: fu dapprima un fondo di zucca o la metà della scorza di un grande uovo; diventò quindi un oggetto fuso o coniato in metallo, poi di vetro, di terracotta e d'argilla, fino ai moderni bicchieri di plastica "usa e getta". Ma quì ci interessa la nostra boccaletta istriana. Nel 1803 Josip Voltić (Giuseppe Voltiggi) non conosce ancora il termine boccaletta e nel suo Ričoslovnik (vocabolario) registra soltanto bukara, che traduce in italiano con boccale, pinta e in tedesco con Maass, Krug. Bukara, per indicare un recipiente o un bicchiere, è la parola più diffusa fra i croati dell'Istria fino al XIX secolo, tanto che uno scrittore (A. Baćić nel 1732) dirà a proposito del calice: "Ne bi mogao se služiti s ričima: ovo je čaša, nego bi valjalo reći: ovo je bukara" (Non si dovrebbe dire: questo è un bicchiere: bensì bisognerebbe dire: questa è una bukara). Anche il vecchio saggio Kavanjin canta della bukara e di vecchiette brille:
Di solito la bukara viene descritta come un recipiente di legno con manico, fatto di doghe di legni diversi, cinte da un cordoncino di legno o trattenute da un cerchietto di ferro. Talvolta nelle case più benestanti il cerchietto era di latta gialla. Le bukare potevano contenere da uno a tre litri di liquido. Ce n'erano anche di più piccole, scavate in un pezzo di legno. Queste ultime nell'Istria croata venivano chiamate dižve, altrove kepčije, il che è un turcismo. Tuttavia nel dizionario croato "Šta je šta" (Che cosa è cosa) di Iso Velikanović e Nikola Andrić non si trovano nè bukara, nè bokal, nè dižva.
Torniamo alla boccaletta. Nei vecchi dizionari croati si trova più spesso la forma bukal (boccale) che bukaleta. In Istria presso la popolazione croata, il termine bukaleta ha oggi soppiantato tutte le parole consorelle che, ancora all'inizio del secolo, erano più in uso: buka, bukal, bukara. Il dizionario (1880) dell'Accademia croata riporta, accanto ad un esempio di Segna e a uno di Ragusa (Dubrovnik), anche il seguente esempio istriano: "Ja ću ti dat vina iz bukala" (Ti darò vino dal boccale). Nell'edizione dello Car delle "Canzoni popolari istriane" (Istarske narodne pjesme, 1924) il lessema bukal viene spiegato come boccale, coppa, mentre "mali bukal zove se bukaletica ili zdravica, jer se iz nje piju zdravice" (un piccolo bukal viene chiamato bukaletica o zdravica-brindisi - perchè serve per brindare). Ma dalla boccaletta/bukaleta [istriano: bocaleta] che Car Emin non menziona o dalla "bukaletica", come egli la chiama, gli istriani bevevano anche quando non c'era da brindare. Bevevano quando avevano sete e avevano sete non appena erano in compagnia. Il vino era la bevanda dell'anima e della compagnia, poichè anche la vite era una pianta considerata sacra. Nella poesia popolare istriana, intitolata "Zemljić Stipan", raccolta da Stjepan Ziza a Sansego, nel XIX secolo, c'è un riferimento preciso alla sacralità della vite. Lo Stipan della poesia torna a casa, dopo nove anni trascorsi in guerra, perchè ha sognato che la moglie sta per risposarsi abbandonando i figlioletti:
Dopo aver assistito a questa scena, che altro poteva fare se non recarsi alle nozze della moglie? La quale, Visto lo sconosciuto, vuoI "ballare con lui la carola" ("Kolo") e gli chiede:
Un ritorno simile a quello di Ulisse: la felicità ritrovata dopo nove anni. Certamente alle nuove nozze di Zemljić Stipan si sarà brindato. Con le zdravice o bukaletice di Car Emin in genere si brindava gagliardamente alle nozze istriane. All'inizio di solito si cantava un brindisi di questo tono:
Quando l'amico in questione si attaccava alla coppa, la compagnia attaccava questa canzone: Smo vidili
Bepeta pijanca,
Gavemo visto
Bepi l'imbriagon Pij ga, Pepo, na tebi je red. Altrove il cerimoniale di tracannare il vino fino all'ultima goccia era più complesso. Si incominciava cantando così:
Quando la boccaletta veniva a trovarsi da una parte della tavolata, dall'altra cantavano:
Chi accoglieva la boccaletta e si chinava per bere, veniva incicato dal coro:
Finchè Jože beveva, gli altri osservavano se stessi bevendo veramente o non facesse finta, e intanto stornellavano:
Così la boccaletta faceva il giro della tavolata, passando di mano in mano, di bocca in bocca: nessuno doveva scansarla o rifiutarla. Nelle vecchie trascrizioni invece di bukal compare la parola čaša (bicchiere), solo che non si tratta di un bicchiere di vetro, trasparente, bensì del boccale o boccaletta istriana.
Altrove al posto della parola čaša (bicchiere) si usa piuttosto buka, come nella seguente Koleda (canzone natalizia):
Mio padre usava dire che gli istriani si riconoscono per il fatto che di bicchieri ne bevono piuttosto due, invece che uno. Vale per il vino naturalmente, non certo per l'acqua, come dice il seguente brindisi:
Memorie degli usi domestici patriarcali in Istria si ritrovano spesso nella poesia ciakava di Mate Balota, Drago Gervais e Zvane Črnja. Sono immagini dell'infanzia nostalgica di un modo di vita bruscamente interrotto, di una felicità sottratta, della casa perduta. Nella lirica intimistica "Ognjište" (Il focolare) Balota descriva la notte di Natale e ricorda:
Pensando che Kalavojna, una baia vicino a Castelnuovo, significasse "buon vino", Balota non menzionò, nella poesia omonima, la boccaletta "che andava di mano in mano", bensì:
Un'immagine simile si può trovare in Drago Gervais (nella poesia "Pul ognjišta" - Accanto al focolare):
Anche per Zvane Črnja il focolare è il centro della vita familiare, attorno al quale una volta si raccoglievano familiari e parenti, oggi dispersi per il mondo:
Oggi, come nel 1939, quando Črnja scrisse questa sua "Ugnjišće" (Il focolare), le nostre case sono vuote del calore patriarcale: vuoti gli scagni, deserte le case, non c'è nessuno:
La boccaletta è sempre stata simbolo di compagnia, di convivio. Guai a colui che beve da solo: affogando il proprio dolore, affoga se stesso. Nella storia della popolazione istriana alla boccaletta spetta un ruolo particolare. Non tanto per se stessa, quanto per quello che significava: condivisione della gioia e del dolore. Ma oltre che un particolare significato, in Istria la boccaletta ha anche una particolare forma. è un recipiente panciuto, con orli larghi e con manico, dirimpetto al quale c'è un beccuccio sapientemente modellato in modo da far scorrere il liquido a fiotti. Chi beve imbocca facilmente il beccuccio e non corre il rischio di sporcarsi. La boccaletta istriana è sempre un recipiente di ceramica o di terracotta. Quelle fabbricate a Castelnuovo non vengono smaltate, ma sono piuttosto rare.
Nel XIX secolo, e probabilmente anche prima, nelle famiglie benestanti la boccaletta era un oggetto bello e apprezzato, di maiolica o di ceramica, proveniente dall'Italia. Già il materiale impiegato (maiolica) indica la differenza tra le boccalette di Castelnuovo e quelle acquistate a caro prezzo e perciò particolarmente pregiate. Nei villaggi le boccalette venivano vendute dagli ambulanti e dai piccoli commercianti, ma più tardi fecero la loro comparsa tra altri prodotti ricercati nei negozi cittadini. Nella seconda metà del XIX secolo, ma soprattutto verso la fme del secolo, nelle case dei contadini più ricchi incominciò ad entrare il vasellame di porcellana: le "dizve" (grolle) di legno diventarono rare perfino nelle case più misere. E mentre le porcellane giungevano da tutta l'Europa, le boccalette di regola arrivavano, attraverso Trieste, dall'Italia. Erano decorate da motivi floreali, a larghe pennellate, alla maniera barocca. I colori erano intensi: azzurro, rosso, viola, raramente verde. Di solito recavano una scritta invitante il padrone o la padrona a bere: "Bevi Toni", "Bevi Maria". lìinizio di questo secolo c'erano anche a Pola, secondo quanto ci racconta il signor Ivan Rogi, che ha una buona memoria, boccalette con scritte in croato, simili a quelle che andavano per la maggiore nelle altre regioni croate ("Pazi brate da se ne polijes!" - Attenzione, fratello, a non bagnarti!). Ivan Rogi ne ricorda alcune:
Oppure:
Boccalette panciute, con un beccuccio speciale modellato a somiglianza del becco del gallo, erano particolarmente popolari tra i Friulani. Anche le scritte erano in friulano. Quelle con il beccuccio più piccolo venivano di preferenza acquistate dagli Istriani, Croati e Italiani.
Nelle case istriane il posto della boccaletta era di solito sulla scansia, dove stavano anche i piatti, i "taglierini". Ma il suo vero posto era in effetti fra la gente, accanto al focolare. Lì la boccaletta aveva un posto tutto suo, in una specie di gabbia, formata dai due manici superiori del posatoio in ferro battuto per la legna (che così vicino al fuoco, si asciugava per benino e poi ardeva meglio). In quella cesta di ferro il vino contenuto nella boccaletta, e portatovi dalla cantina, acquistava un pò del calore dell'ambiente. Quando si faceva la sopa/supa (zuppa) la boccaletta doveva rimanere accanto al fuoco più a lungo. Al vino rosso, già riscaldato, si aggiungevano un pò di zucchero, dell'olio e un pizzico di pepe. Infine vi si immergeva il pane abbrustolito. La sopa si beveva e si mangiava, ed era spesso ingannatrice, nel senso che dava ubriachezza. Di solito si beveva quando tutti erano in casa. Dopo la sopa il sonno è duro e pesante. E se qualche anziano di notte aveva un bisogno, sotto il letto c'era il bucalin (il pitale). Sarebbe perciò un grossolano errore fare confusione tra "buka", boccaletta, "bukaletica", boccale, da una parte, e bucalin dall'altra! I giovani d'oggi, che cercano di riappropriarsi le tradizioni natie, incontrano la boccaletta più spesso nelle canzoni che nella realtà. Tuttavia, c'è un ritorno della boccaletta nelle case, ma il suo posto è adesso in vetrina. Vi si beve di rado. L'igiene del corpo ci è più cara di quella dell'anima. I bicchieri hanno soppiantato la boccaletta. Ognuno beve per conto suo. E del resto non è possibile bere dalla boccaletta succhi di frutta, coca-cola, acqua. La boccaletta è l'ultima reliquia di un genuino comunismo rurale: un bene comune, che era ugualmente accessibile a tutti. Un assetato vi poteva bere a sazietà. Nessuno poteva controllare le sue sorsate. Era un segreto, gelosamente conservato dal ventre opaco, decorato di fiori, della boccaletta. Colui che voleva rimanere lucido, poteva bere quel tanto da non venir traditore men che meno rapito - da quel ben di Dio. Nessuno degli astanti poteva sapere se beveva sul serio o se la dava solo ad intendere. Ognuno quindi si regolava secondo desiderio o necessità. La boccaletta era a disposizione di chiunque e quanto lo desiderasse. La boccaletta radunava la famiglia, i parenti, gli amici. In cima alla boccaletta affiorava il vino. Sul suo fondo la verità. Bibliografia:
Vedete anche:
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Created: Friday, September 22, 2000; Last Updated:
Tuesday, March 11, 2008 |